Le isole Shetland si trovano tra la Scozia e la Norvegia, dove il Mare del Nord incontra l’Atlantico. Fanno parte dell’arcipelago diffuso che i marinai europei medievali usavano per tracciare la rotta verso il Nord America. Irlanda, Ebridi, Orcadi, Shetland, Fær Øer, Islanda, Groenlandia, Canada: con un po’ di fortuna e il vento in poppa, lungo tutto il tragitto si è di rado a più di un paio di giorni dalla terraferma.
Luoghi che oggi appaiono remoti a chi vive in città furono, per secoli, tappe impor- tanti lungo le rotte commerciali e migratorie che hanno plasmato la storia europea, spesso pioniere nell’adozione di nuove tecnologie e merci, e culturalmente eterogenee. Le isole Shetland appartennero alla Norvegia per centinaia di anni, finché non furono annesse alla Scozia nel 1462. Anche se la lingua norn è scomparsa, il dialetto locale resta inconfondibile. L’avvicendarsi di culture e nazioni è visibile anche in altri aspetti della cultura delle Shetland.

Chi le visita per la prima volta potrebbe aspettarsi natura selvaggia, isolamento e più elementi di paesaggio che culturali. Ma il viaggiatore curioso troverà stratificazioni complesse di comunità, mestieri e commerci, su queste isole che si trovano ancora sulle rotte transatlantiche degli uccelli, delle balene e dell’industria petrolifera. Tra brughiere, scogliere e colline sorgono parchi eolici, terminal petroliferi, piccole fattorie — alcune presenti da molti secoli —, chiese ed eremi medievali in rovina, e insediamenti, tombe e monumenti preistorici. Gli shetlandesi sono pescatori, allevatori di pecore, artigiani, commercianti, artisti, insegnanti e musicisti. Qui, come in tutta la Scozia rurale, molti agricoltori sono crofter (coltivatori di piccoli poderi), la cui proprietà terriera e il cui stile di vita godono di una tutela giuridica speciale.
Il crofting richiede diversificazione, duro lavoro e flessibilità, e alcuni di essi accolgono oggi i visitatori interessati a conoscere la pratica, tradizionale e attuale, dell’agricoltura di sussistenza sulle isole. Durante il nostro viaggio all’inizio dell’estate, io e il mio compagno David abbiamo visitato famiglie che coltivano frutta e verdura — costose da importare e difficili da trovare — in serre resistenti al vento chiamate Polycrub, costruite con pezzi riciclati degli allevamenti ittici. Quasi tutte le famiglie hanno qualche gallina, un gregge di pecore, un fazzoletto di terra su cui crescono ortaggi e patate; nelle fattorie più grandi ci sono mucche il cui latte e burro sono venduti sul posto. Il nome Shetland è ormai associato alle pecore omonime, e le isole sono note in tutto il mondo per le tradizioni legate alla filatura e al lavoro a maglia.
Abbiamo cominciato la nostra esplorazione dalla Hermaness National Nature Reserve, estremità settentrionale di Unst, l’isola abitata più a nord della Gran Bretagna. Avvicinandoci a una scogliera, ho sentito le sule chiamarsi e chiacchierare tra loro. Si alzavano da sotto i nostri piedi, planando, scivolando e volteggiando, il bianco brillante che spiccava su roccia e acqua.
L’odore era intenso, come è giusto che sia. Troppe falesie marine sono divenute silenti negli ultimi anni, ma qui la vita degli uccelli era abbondante. Quella mattina presto, nella parte meridionale dell’arcipelago, ero andata a correre a Sumburgh Head, dove un faro si erge sopra scogliere ripide, e mi ero fermata a guardare i pulcinella di mare tuffarsi e sguazzare sotto la pioggia. Risalendo ora la collina di Hermaness, ho ricordato a David di tenersi a debita distanza dalle fulmari. Sono uccelli dal carattere irascibile, a cui piace vomitare addosso agli intrusi: un’affermazione del potere aviario in un mondo malandato.

La landa di Hermaness sembrava selvaggia, ma era stata in gran parte spianata dalla brucatura delle pecore. Come in tutte le Highlands e isole scozzesi, alla fine dell’Ottocento i proprietari terrieri delle Shetland cacciarono i crofter per riservare le colline all’allevamento ovino; furono però gli abitanti preistorici a disboscare per primi la terra. Ma esistono anche tradizioni rurali più antiche e benevole. Molti visitatori vengono a godersi il patrimonio tessile delle Shetland, soprattutto in occasione del festival annuale dedicato alla maglia e all’artigianato, la Wool Week. Fair Isle, una delle isole abitate più piccole dell’arcipelago, dà il nome ai colorati maglioni a motivi oggi noti in tutto il mondo, e alcune maglieriste realizzano ancora «scialli da sposa» di pizzo talmente fini da poter passare attraverso un anello.
Ho assecondato la mia passione per il lavoro a maglia all’Unst Heritage Centre, guidando lungo tortuose strade a corsia unica da Hermaness fino al vicino paesino di Haroldswick. Mi sono spesso sentita sulla difensiva riguardo al mio amore per il pizzo a maglia: così assurdamente, frivolmente femminile, così lontano da qualsiasi forma di utilità. Ma ho imparato che le donne che diedero origine a queste tradizioni e le svilupparono erano impegnate a sopravvivere in circostanze difficili.
Con gli uomini quasi sempre via a pescare, per secoli le abitanti delle Shetland mandarono avanti case, comunità e piccole imprese. Molte famiglie dipendevano dal reddito della maglia e della filatura, che le donne svolgevano di solito tra un’incombenza e l’altra, compreso il trasporto della torba per il fuoco lungo i pendii con qualunque tempo. Il pizzo e i lavori a colori servivano in parte ad aumentare il valore, ma erano anche celebrazioni di creatività e bellezza.
Per pranzo, oltrepassate alcune croft, siamo arrivati da Victoria’s Vintage Tea Rooms. L’ambiente era vivace, caldo e accogliente, con ospiti da tutto il mondo che condividevano volentieri i tavoli e i racconti di viaggio. David ha scelto un piatto di oatcake (focacce di farina d’a- vena), formaggio, prosciutto, pesce affumicato, chutney e insalata. La mia zuppa di porri e orzo era semplice e perfetta, accompagnata dal pane del fornaio del villaggio e un delizioso burro delle Shetland (la titolare, Victoria Mouat, ha poi lasciato il locale e ora, durante i mesi estivi, vende caffè e dolci da un furgone a Hermaness).
Calata la sera, abbiamo guidato fino all’estremità meridionale di Unst, dove abbiamo soggiornato alla Belmont House, una dimora signorile costruita nel 1775 da un imprenditore locale, Thomas Mouat. Fu salvata dalla rovina da un gruppo di abitanti alla fine degli anni Novanta e l’attuale proprietario, Martin Wilson, ha continuato a preservarla e restaurarla. Un inverno dopo l’altro, ha riparato la boiserie e gli stucchi, ha trovato le carte da parati e le tonalità di vernice giuste, e ha unito il rispetto per la struttura originale di Belmont, inclusi legni e vetrate, con una grande attenzione per il comfort degli ospiti.

Ha acceso il fuoco nel salotto affacciato sul Bluemull Sound e ci ha portato tè Earl Grey e biscotti, graditissimi dopo una giornata di peregrinazioni con il tempo inclemente. Dopo una cena a base di lasagne condivisa con gli altri ospiti attorno a un grande tavolo, ci siamo immersi nell’enorme vasca da bagno. Poi abbiamo dormito profondamente e al calduccio in un grande letto, sotto un tetto flagellato da vento e pioggia. A giugno, così a nord, c’è poco buio, così mi sono svegliata presto per correre lungo deserte strade seconda- rie, sgridata da sterne, pavoncelle e chiurli che si alzavano dalla brughiera.
C’erano impronte di lontra sulla spiaggia, e mi sono fermata ad aspettare un po’ sperando di vederne una, ma la pioggia stava arrivando dal mare e sono tornata a casa. A colazione ho chiesto a Wilson di consigliarmi un posto che ama su Unst. «Easting», ha risposto subito. «È una spiaggia bellissima e c’è di tutto, dalle tombe dell’età del ferro alle croft post-medievali». È stato un breve tragitto che ha richiesto molto tempo a causa delle stradine strette, ma una volta arrivati anche Easting è diventata uno dei miei posti preferiti. Come molte altre spiagge scozzesi ha un aspetto tropicale, con sabbia color crema e acqua dal turchese all’azzurro.

Onde translucide arrivavano lente, e attorno alla piccola baia era sedimentata la storia scozzese, tracce di presenza umana lungo i millenni. Abbiamo camminato sulla sabbia — altre impronte di lontre, e mucchi di gusci di granchio residui dei loro banchetti — oltrepassando una fortificazione medievale e un cottage in rovina, verso una capanna vichinga, oggi circondata da un cimitero moderno. Abbiamo visto una sola casa abitata. Quel pomeriggio abbiamo preso il traghetto attraverso il canale fino all’isola di Yell e abbiamo guidato verso sud, fermandoci alla Shetland Gallery.
L’edificio senza pretese lungo la strada ospita uno spazio sorprendente che, in una giornata ovattata di nubi, era pieno di luce. Shona e Alan Skinner hanno fondato la galleria quando sono tornati sull’isola da Londra, dopo che lei aveva ereditato la croft della bisnonna. Espongono soprattutto paesaggi di afferma- ti autori shetlandesi — i dipinti pieni di luce nordica e tempo inclemente di Ruth Brownlee e Peter Davis sono particolarmente apprezzati. Ma sostengono anche artisti e artigiani locali emergenti, come Sam Dennis, che usa la paglia di avena nera tradizionale per realizzare i cesti delle Shetland, intrecciati in modo distintivo secondo una tradizione che risale a secoli fa. All’estremità meridionale di Yell l’Old Haa Museum, la casa di un mercante completata nel 1672, espone reperti di storia locale che ci hanno permesso di immaginare quel misto di stenti e influenze cosmopolite che ha caratterizzato per secoli la vita nelle Shetland.

Le famiglie del posto hanno prestato tesori raccolti dagli ante- nati che hanno viaggiato, commerciato e studiato in giro per il mondo. Abbiamo perlustrato il giardino cintato del museo, fiorito in modo sorprendente in questo paesaggio sferzato dal vento e battuto dal mare, e il negozio di souvenir, dove tre donne del posto ci hanno inclusi con calore nella loro conversazione, spiegandoci chi avesse lavorato a maglia i guanti che ho comprato e infilato all’istante. Abbiamo preso un altro traghetto verso sud fino a Mainland, l’isola più grande delle Shetland, e abbiamo guidato oltre i parchi eolici e l’enorme terminal petrolifero di Sullom Voe prima di registrarci al Busta House Hotel.
Questa dimora signorile fu costruita originariamente nel 1588 e appartenne alla stessa famiglia per i due secoli successivi, dopo i quali cadde in uno spettrale degrado. Oggi è elegante e molto confortevole. La nostra ampia camera aveva larghi davanzali su cui ci sedevamo a leggere e a guardare, oltre il profondo voe (la parola shetlandese per fiordo) increspato dal vento, il gioco di sole e nuvole sulle colline. Al Busta House abbiamo fatto i pasti migliori del viaggio, preparati con ottimi ingredienti locali cucinati con semplicità: aringa marinata con panna acida, spezzatino d’agnello e composta di lamponi e panna per David; zuppa di lenticchie con una bannock (focaccina schiacciata, ndt) fatta in casa e una deliziosa pera cotta in vaniglia e vino rosso per me.

Dopo una squisita colazione, che comprendeva altre bannock, ci siamo diretti verso sud attraverso Mainland, sotto la pioggia, fino alla mia parte preferita del viaggio: l’incontro con due artigiani nel villaggio costiero di Hoswick. Lo studio di gioielleria di Karlin Anderson si affaccia sulla spiaggia, e il luogo è fonte d’ispirazione per il suo lavoro. È stato commovente incontrarla lì e parlare del significato dei gioielli nella vita delle donne: oggetti di storia familiare, preziose risorse trasportabili e ornamento gioioso. Le sue linee spaziano su un’ampia gamma emotiva, dalla collezione Freedom — nata nel 2008, quando realizzò anelli da inviare a donne salvate dalla tratta di esseri umani («Voglio che a chi indossa questi pezzi venga ricordato il proprio valore», mi ha detto) — alla sgargiante Tutti Frutti. Anderson usa gemme locali e materiali tradizionali scelti con cura, e trae grande piacere dalle storie che orientano le scelte delle sue clienti.

Lì accanto, abbiamo visitato la stilista di maglieria Niela Nell Kalra da Nielanell Designs, lo studio che ha fondato nel 2008. Kalra è cresciuta in Ontario e ha lavorato come avvocata penalista prima di trasferirsi nelle Shetland e mettere la passione per le arti tessili al centro della sua vita. Influenzato dalle sue origini indiane, dalla filosofia artigianale giapponese e dalle tradizioni della maglia shetlandese, il suo lavoro è estremamente distintivo e al tempo stesso perfettamente indossabile; io e David abbiamo accarezzato con desiderio sciarpe, scialli asimmetrici e maglioni. Abbiamo proseguito verso Lerwick, il principale centro delle Shetland, che ha 7.500 abitanti.
Dopo qualche giorno senza negozi, avevo in mente una piccola lista di desideri ma, a parte il materiale per il lavoro a maglia — abbondante e magnifico —, il fascino di Lerwick non sta nello shopping. Saremmo rimasti per giorni allo Shetland Museum, ospitato in un magnifico edificio sui vecchi moli, che racconta tutta la storia e la preistoria delle Shetland con un contesto e una chiave di lettura aggiornati. La Shetland Bookshop, in cima a una stradina acciottolata, era ben fornita di pubblicazioni di piccoli editori locali e di tutta la Scozia. I commercianti con cui ho parlato erano am- bivalenti riguardo a una nave da crociera in arrivo l’indomani mattina, che avrebbe portato acquirenti di souvenir ma poco altro.

Lerwick è una cittadina divisa tra i bisogni della popolazione dell’arcipelago — la libreria, l’ospedale, i supermercati, le scuole e un’associazione artistica — e le esigenze dei turisti di passaggio. Diretti a est, abbiamo preso il traghetto per l’isola di Bressay, dove abbiamo incontrato l’archeologo e guida Chris Dyer nella proprietà di famiglia, Garths Croft. Davanti a un caffè nel suo fienile, mentre una gallina passeggiava qua e là, ci ha mostrato il vello delle sue pecore tradizionali e ci ha descritto il lavoro del crofting moderno: prendersi cura di piccole greggi, coltivare frutta e verdura per il consumo familiare e partecipare alla vita della comunità e alla generazione di reddito. Il crofting non è mai stato facile — quanto a me, mi trovereste al chiuso con un caffè e un libro — ma suonava come uno stile di vita vario, gratificante e, in un certo senso, esemplare.

Al mattino abbiamo percorso strade sempre più piccole attraverso Mainland fino alla Hand-Made Fish Co., nel villaggio di Bigton. David Parham affumica il salmone con una passione e un perfezionismo più spesso associati alle prime ballerine o ai ceramisti giapponesi. Lavora pesce vaccinato contro un’infezione batterica, per eliminare il ricorso agli antibiotici. Il suo laboratorio, affacciato sul pendio e sul voe, aveva un’aria orientale, ma ci ha spiegato che il metallo dei suoi coltelli giapponesi reagisce con il sale, perciò usa invece una lama di selce.
Si è costruito da solo l’affumicatore e produce da sé la segatura sostenibile, di quercia, preferibilmente da alberi abbattuti d’inverno. Parham ci ha servito un raro tè Darjeeling per pulire il palato prima di assaggiare il salmone; la maggior parte delle persone, ci ha avvertito, se ne va rattristata, perché sa che nessun altro salmone affumicato avrà mai un sapore così buono. «Hai ragione», ha detto il mio compagno David dopo il primo boccone.

«Non mangerò mai più salmone del supermercato.» Dopo altri assaggi, ha corretto la stima: non avrebbe avuto senso mangiare mai più alcun altro salmone affumicato. A pochi minuti di distanza abbiamo trovato Paparwark Furniture, studio e croft di Cecil Tait. Coltiva la terra dov’è cresciuto, tenendo pecore, galline e un orto come facevano i suoi genitori e i suoi nonni. È anche un designer e artigiano, sempre più noto, che realizza bellissimi mobili in legno e li spedisce in tutto il mondo dal laboratorio nell’aia, pur continuando a onorare le commesse di famiglie e attività locali.
I suoi progetti affondano spesso nelle tradizioni e nell’estetica delle Shetland, plasmate da una sensibilità singolare e dall’amore per l’artigianato e i materiali. La nostra ultima tappa è stata lo Shetland Crofthouse Museum, un’abitazione tradizionale che è cambiata poco dal 1870. Quando abbiamo detto a Tait che ci saremmo andati, ci ha raccontato di essere cresciuto usando il tipo di attrezzi agricoli e domestici esposti lì, perché suo nonno era all’antica.
La casa di pietra dal tetto di paglia del museo era fredda nonostante il fuoco acceso che saturava l’aria con il fumo di torba. La guida ci ha spiegato che lì, in due stanzette buie, avrebbe probabilmente potuto viverci una dozzina di persone. Abbiamo passeggiato lungo un ruscello fino al piccolo mulino un tempo usato per macinare il grano della famiglia e, nonostante la grazia della pietra, del prato e del mare, non ho provato altro che gratitudine per le comodità della vita moderna. Quella notte abbiamo dormito a Bigton, all’Hayhoull Bed & Breakfast, dove tali comodità erano abbondanti e abbiamo goduto delle premure e della compagnia della nostra ospite, Mary Andreas.

Come molti shetlandesi, Andreas aveva lasciato le isole da giovane ed era tornata decenni dopo con un rinnovato amore per il luogo che ora condivide con ospiti da tutto il mondo. Abbiamo mangiato bene e dormito profondamente prima che, di nuovo, mi svegliassi presto e sgattaiolassi fuori a correre sulle sabbie bianche di St. Ninian’s Beach. E forse, finalmente, ho avuto fortuna. Sono quasi certa che lo snello mammifero che giocava accanto a me tra le onde non fosse una piccola foca, di quelle che vedo a casa a Dublino, ma una lontra particolarmente grande e bella.
Dove dormire
Belmont House Dimora: signorile del Settecento a Unst, con camere affacciate sul Bluemull Sound. Aperta dal primo aprile al 7 settembre.
Busta House Hotel: Il ristorante di questa storica struttura su Mainland serve alcuni dei piatti migliori delle Shetland.
Hayhoull Bed & Brekfast: La casa amorevolmente curata di Mary Andreas a Bigton è a pochi passi da St. Ninian’s Beach.
Cosa fare
Garths Croft: Il proprietario Chris Dyer offre visite guidate della croft di famiglia sull’isola di Bressay.
Riserva Naturale Nazionale di Hermaness: Quasi 930 ettari di colline e brughiera per escursioni e birdwatching.
Old Haa Museum: Casa restaurata di un mercante marittimo sull’isola di Yell, con una caffetteria che serve dolci fatti in casa.
Shetland Crofthouse Museum: Questa croft di fine Ottocento su Mainland, ben ricostruita, offre uno scorcio della vita shetlandese dell’Ottocento.
The Shetland Gallery: L’arte e l’artigianato delle Shetland in mostra in questa incantevole galleria di Yell.
Shetland Museum & Archives: Il museo contemporaneo di Lerwick ospita mostre sulla cultura e l’industria delle Shetland.
Unst Heritage Centre: Piccolo museo dedicato alla storia di Unst. Il vicino Boat Haven espone imbarcazioni di legno fatte a mano di ogni epoca.
Dove comprare
Hand-Made Fish Co.: Dopo aver visitato l’affumicatoio di David Parham a Longhill, nessun altro salmone andrà più bene.
Karlin Anderson: Celebre gioielliera di Hoswick che crea oggetti bellissimi: tra i fan c’è la famiglia reale britannica.
Nielanell Designs: Maglieria di grande impatto con influenze indiane e giapponesi in questa galleria di Hoswick.
Paparwark Furniture: Il negozio di Cecil Tait vende di tutto, dai fermalibri ai servizi da tavola completi.
The Shetland Bookshop: Una vera istituzione a Lerwick: punta sui titoli d’interesse regionale.