Nella giornata di ieri, dopo 28 anni in giro per il globo, Karl Bushby è tornato a casa. L’esploratore britannico, oggi 57enne, ha raggiunto la sua città natale, Hull, nel nord-est dell’Inghilterra, concludendo la Goliath Expedition: il progetto con cui si era proposto di compiere il giro del mondo a piedi, senza utilizzare mezzi di trasporto per avanzare lungo il percorso. Ad attenderlo, nella piazza del municipio, c’erano centinaia di persone. Dopo il saluto alla folla, Bushby ha ripreso il cammino verso la casa di famiglia, dove lo aspettavano la madre Angela, il figlio Adam e la nipote di 12 anni (incontrata per la prima volta).
La sua storia era cominciata il 1° novembre 1998, quando, a 29 anni ed ex paracadutista dell’esercito britannico, era partito da Punta Arenas, all’estremità meridionale del Cile. Si era dato due regole: non utilizzare mezzi motorizzati per proseguire il viaggio e non tornare a Hull prima di averlo completato. L’idea era nata anche da una domanda del padre, che si era chiesto se fosse possibile raggiungere New York partendo da Londra e attraversando a piedi il collegamento terrestre tra Alaska e Russia. Bushby aveva immaginato di impiegare circa dieci-dodici anni; ce ne sono voluti ventotto.
Il percorso ha attraversato quattro continenti e circa trenta Paesi, per un totale di 31mila miglia, equivalenti a quasi 50mila chilometri. Dall’estremo sud del Sud America Bushby ha risalito il continente, attraversato il Darién Gap, la regione di foresta pluviale tra Colombia e Panama, e proseguito verso l’America settentrionale. Nel 2006 ha affrontato uno dei passaggi più rischiosi: lo Stretto di Bering, tra Alaska e Russia, attraversato sul ghiaccio insieme all’avventuriero Dimitri Kieffer. L’impresa gli è costata anche una detenzione da parte delle autorità russe.

Da lì ha continuato attraverso la Russia, la Mongolia e la Cina, per poi dirigersi verso l’Europa. Tra le prove più impegnative ci sono state anche la traversata a nuoto del Mar Caspio e, nell’ultima fase, quella della Manica. Dopo che gli era stato negato il permesso di attraversare a piedi il tunnel sotto la Manica, Bushby ha scelto di affrontare il tratto di mare: ha raggiunto Dover all’inizio di ottobre, dopo tre giorni di traversata, intervallati da pause e circa venti ore complessive in acqua.
A rallentare l’impresa non sono state soltanto le condizioni ambientali. Bushby ha dovuto fare i conti con permessi, visti, restrizioni alle frontiere e difficoltà nel reperire finanziamenti. Nel corso degli anni ha subito una breve detenzione a Panama, è stato minacciato con un’arma in Messico e ha dovuto interrompere più volte il cammino. La crisi finanziaria del 2008, che ha compromesso alcuni accordi di sponsorizzazione, e la pandemia hanno ulteriormente allungato i tempi.
Come ha raccontato alla BBC, dei 28 anni trascorsi dall’inizio dell’avventura, soltanto una quindicina sono stati effettivamente dedicati a camminare: il resto è stato assorbito da attese, questioni amministrative e organizzazione degli spostamenti. Un’odissea contemporanea, nella quale la burocrazia e le tensioni geopolitiche si sono rivelate ostacoli quasi quanto deserti, foreste e distese ghiacciate.
Ora che il traguardo è stato raggiunto, si apre una fase del tutto nuova. Bushby ha raccontato di dover ritrovare un posto nella vita quotidiana dopo aver trascorso quasi tre decenni inseguendo un unico obiettivo. La sua impresa sarà raccontata anche in un documentario diretto dal regista tedesco Werner Herzog, già in lavorazione.