La Minerva è l’indirizzo di Capri perfetto per chi non sopporta il turismo di massa

La Minerva è l’indirizzo di Capri perfetto per chi non sopporta il turismo di massa

Un hotel riservato tra i vicoli del centro, con stanze affacciate sul mare, maioliche, terrazzamenti fioriti e un ristorante d'eccellenza che rinnova le tradizioni partenopee.
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La hall dell'albergo | Foto dal sito ufficiale

Capri presenta due anime distinte e spesso in contrasto: da un lato la Piazzetta e la sua dimensione affollata e commerciale, dall’altro i sentieri che scendono verso il mare, tra silenzi e vegetazione. L’Hotel La Minerva si inserisce pienamente in quest’ultima. Lontano dalle logiche serrate dei grandi gruppi alberghieri, questo cinque stelle interpreta l’accoglienza come una sottrazione rigorosa degli eccessi. Si arriva dopo una breve passeggiata in discesa e si entra in un luogo dove l’ospitalità è discreta e familiare, con l’atmosfera di una dimora privata.

Cento anni di crescita strutturale

La solidità dell’albergo si basa su una direzione familiare arrivata alla terza generazione. Nei primi anni del Novecento Luigi Esposito, esponente di una famiglia di ceramisti e abili floricoltori, e Laura Cannavale, proveniente da una dinastia di albergatori, decidono di destinare ai viaggiatori due sole stanze della residenza ricevuta in dono di nozze, una sorta di bed and breakfast ante litteram. Da quell’inizio embrionale, la dimora ha ampliato molto lentamente l’offerta raggiungendo gli attuali diciannove alloggi.

Oggi la gestione prosegue con Antonio e Giovanna, affiancati quotidianamente dai tre figli Luigi, Antonino e Marco. È familiare ancora ed è informale quindi i proprietari vi chiamano per nome e si adoperano con forza per stabilire rapporti reali, eludendo la potenziale freddezza di una classificazione d’alta gamma. È ancora una casa, la struttura è sfacciatamente quella di un’abitazione, e quindi tutta la famiglia si comporta ancora come se avesse degli amici da ospitare. Probabilmente è questo il più grande segno di “lusso” che c’è in questo hotel, non le cinque stelle e le opere di design presenti nelle camere.

Le stanze della memoria storica

Gli ambienti assecondano fedelmente l’inclinazione del terreno caprese. Cinque livelli formati da terrazze digradano dolcemente verso la macchia mediterranea, strutturati da ampi archi e dai classici soffitti a volta del territorio. Nell’albergo camminate su pavimenti maiolicati dalle tonalità del blu scuro, mentre le stanze brillano per la forte esposizione diurna esaltata dall’impiego del bianco. Numerose camere vantano affacci generosi sull’acqua, come la Junior Suite Laura dedicata alla fondatrice, o la Camera Premier Emma, ricavata restaurando un antico appartamento della famiglia. Se bramate il massimo riposo, le soluzioni Deluxe mettono ampie vasche idromassaggio a disposizione.

Lo spazio per il relax assoluto

L’intero ecosistema della proprietà si chiude attorno a uno sfruttamento razionale degli spazi aperti. La piscina, contornata di essenze profumate e buganvillee sgargianti, allontana il consueto sovraffollamento estivo grazie a un filtro in ingresso garantito esclusivamente a chi soggiorna in struttura.

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Un terrazzino per la colazione. Foto dal sito ufficiale

I profumi dei mandorli e delle mimose vi intrattengono nel giardino privato durante le ore meridiane, mentre la veduta incrocia la sagoma boscosa della vicina Certosa di San Giacomo estendendosi ai rilievi del Monte Solaro. Apprezzate il medesimo isolamento anche al risveglio, occupando un tavolo per sorseggiare estratti di arancia di primissima scelta o un denso latte di mandorle schiumato con polvere di cannella, con una fetta di pastiera. I tardi pomeriggi si appoggiano sui salottini imbottiti, affidandovi alla competenza del bartender Saverio Franco. Il bancone restituisce interpretazioni personali dei grandi cocktail, tra cui un Negroni chiarificato, arricchito da una spuma di frutti rossi, pensato per rinfrescare il palato nelle ore più calde e riflettere un’idea di ospitalità che rinuncia alle etichette per tornare all’essenza dell’albergo.

La cucina firmata Antonio Balbi

Sulla terrazza superiore, aperta alle prenotazioni esterne, lavora Antonio Balbi. Cuoco napoletano dal solido bagaglio tecnico appreso in Francia e Giappone prima di stabilirsi nuovamente a latitudini campane. La sua tavola rifiuta le esibizioni sterili puntando direttamente al vostro comfort. Il pescato viene esaltato per precisione nei tagli e per purezza assoluta del gusto: potete assaggiare i calamaretti spillo serviti al naturale, oppure i cannolicchi immersi in una rassicurante rivisitazione della pasta e fagioli nostrana.

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Il ristorante di sera. Foto dal sito ufficiale

Balbi interviene con marinature lunghe, mutuando il rigore orientale per la filiera del pesce. Vi servono la ventresca di ricciola frollata nella sapida alga kombu e bilanciata da una salsa ponzu in cui il pomodoro lattofermentato rimpiazza l’agrume yuzu. In alternativa, potete ordinare i cappellacci ripieni di tonno rosso, abbinato in cottura alla dolcezza della cipolla di Montoro in una sorta di riuscitissima finta genovese di carne, acidificata intelligentemente dalle foglie del cappero. L’offerta si completa con l’agnello di razza Laticauda e con un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, che dà vita a piatti costruiti su eccedenze di latte di bufala e agrumi locali. In sala, Giusy Fabiano dirige il servizio con autorevolezza, smarcandosi dalla noiosa lentezza formale e somministrando etichette enologiche puntuali a cavallo tra Italia e cantine d’oltralpe.

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