Le cosiddette cattedrali del vino sono oggi una delle attrazioni più rappresentative dell’enoturismo in Catalogna. Nate all’inizio del Novecento come cantine cooperative, queste architetture monumentali raccontano la ricostruzione del territorio dopo la crisi della fillossera e sono diventate un simbolo del rapporto tra enologia, paesaggio e patrimonio culturale.
Quando sono nate le cattedrali del vino
La loro storia inizia nella Terra Alta (una delle 41 comarche in cui si divide la regione della Spagna nord-orientale), dove i viticoltori decisero di unire risorse e competenze per rilanciare la produzione vinicola. La scelta di costituire cooperative agricole consentì non solo di condividere i costi della vinificazione, ma anche di realizzare edifici progettati per migliorare la qualità del lavoro e della conservazione del vino.
Tra gli esempi più noti c’è la Catedral del Vi di Gandesa, costruita in appena undici mesi grazie alla collaborazione di quarantotto famiglie. L’edificio porta la firma dell’architetto Cèsar Martinell i Brunet, allievo di Antoni Gaudí e Josep Puig i Cadafalch, che progettò complessivamente sette cantine cooperative nella regione.

Martinell sviluppò un’architettura che univa funzionalità e ricerca estetica. Le grandi navate ricordano quelle delle basiliche, mentre lucernari e aperture favoriscono una ventilazione naturale delle aree dedicate alla fermentazione. Il contrasto tra il cemento bianco delle vasche e il mattone rosso delle volte contribuì a definire un linguaggio architettonico che ancora oggi distingue queste costruzioni nel panorama rurale catalano.
L’origine dell’espressione “cattedrali del vino”, tuttavia, è ancora precedente. La prima cantina modernista risale infatti al 1913 e fu costruita a L’Espluga de Francolí su progetto di Lluís Domènech i Montaner. Fu lo scrittore Àngel Guimerà a coniare questa definizione per sottolineare il valore monumentale di edifici nati per un’attività agricola ma capaci di assumere un forte significato simbolico.
Nel corso del Novecento il sistema cooperativo attraversò anche i decenni della dittatura franchista. Pur sottoposto a maggiori controlli e con margini di autonomia più limitati, riuscì a mantenere in vita molte attività produttive grazie a una gestione condivisa che continuò a sostenere l’economia locale.
Oggi non tutte le antiche cantine sono ancora operative per la produzione di vino. Alcune sono state trasformate in spazi museali, altre conservano una parte delle strutture originarie e ospitano produzioni artigianali, come quella dell’aceto. All’interno è possibile osservare torchi storici, fotografie d’epoca e documenti che raccontano sia l’evoluzione dell’enologia sia gli effetti della Guerra civile spagnola sul territorio.
Negli ultimi anni queste architetture sono diventate tappe consolidate degli itinerari enoturistici della Catalnuya. Località come Gandesa, Falset-Marçà, Barberà de la Conca e altre cooperative storiche attirano visitatori interessati non solo alle degustazioni, ma anche alla storia dell’architettura modernista e del movimento cooperativo che ha contribuito a ridisegnare il paesaggio rurale catalano.
Più che semplici cantine, le cattedrali del vino rappresentano oggi un patrimonio culturale che racconta come una crisi agricola abbia dato origine a un modello di sviluppo fondato sulla collaborazione tra produttori, lasciando in eredità edifici che continuano a definire l’identità della Catalogna del vino.