Se potessi dare un solo consiglio a chi sta organizzando un viaggio a Nizza, sarebbe questo: non dire a nessuno che ci vai. Porta d’accesso alla Costa Azzurra, la città è stata a lungo liquidata come scalo di passaggio verso località balneari più piccole, antichi luoghi del cuore di Matisse, Chagall, Baldwin e Fitzgerald. Il più delle volte, la gente pensa in realtà a posti come Monaco e Mentone, o a trappole per influencer come Saint-Paul-de-Vence e Antibes. Un’espressione britannica datata ma divertente, a proposito dell’aeroporto di Nizza, recita: «I gentlemen girano a destra». Vale a dire dove li attendono le colline coperte di cipressi di Villefranche- sur-Mer e le cale di Cap Ferrat, i metri quadrati più costosi del Paese. Ma a sinistra c’è Saint-Tropez con i suoi yacht, che per un forestiero rappresenta un pezzo di sociologia locale a dir poco sconcertante. In ogni caso il messaggio è chiaro: da Nizza si parte per altre mete, non si indugia. In realtà, è proprio chi lo fa a perdere una bella occasione.

Per il volo da New York avevo scaricato Due figli di…, la commedia del 1988 con Steve Martin e Michael Caine, ambientata nell’immaginaria enclave nizzarda di Beaumont-sur-Mer. Il film era un promemoria dei cliché ormai superati riguardo alla città: un posto dove un truffatore poteva vivere nel lusso alleggerendo del loro patrimonio donne dalle spalline imbottite. Una premessa plausibile, ispirata alla storia. Nel corso dell’Ottocento, Nizza era una meta invernale per l’aristocrazia europea. Quando, nel 1936, i francesi introdus- sero le ferie retribuite, divenne una popolare meta estiva e, entro la fine del Novecento, un approdo per chi fosse allergico a vivere in modo modesto (o, nelle immortali parole di Somerset Maugham, «un luogo soleggiato per gente ombrosa»). All’inizio di questo secolo, però, Nizza era ormai passata di moda, tanto per i turisti più esigenti in cerca di esclusività quanto per i giovani europei, che la associavano ai propri genitori. Ma ora si assiste a un’inversione di rotta: nuovi hotel, ristoranti, negozi e bar, gestiti da titolari appassionati e frequentati da una clientela che sa il fatto suo, hanno cominciato a riportare la città sotto i riflettori.

Il fiore all’occhiello di questo ritrovato glamour è l’Hôtel du Couvent, un albergo di 88 camere dallo stile monastico-chic, ospitato in un ex convento del XVII secolo. Situato sulla collina del Castello, nella città vecchia, l’edificio era stato piuttosto trascurato dagli anni Ottanta. Circa dieci anni fa Valéry Grégo, finanziere diventato albergatore, visitò il sito su invito del sindaco di Nizza. Grégo rimase così ispirato dalla struttura storica che finì per vendere la sua collezione di boutique hotel sparsi per la Francia e dedicare il decennio successivo al meticoloso restauro del convento e del suo parco di poco meno di un ettaro.
Dopo essere entrata nei terreni dell’hotel (con quattro edifici, sembra più un campus che un albergo), ho attraversato un passaggio coperto in pietra fino a un cortile circondato da giardini terrazzati e, alla reception, mi è stata offerta una madeleine appena sfornata. Poi una delle addette mi ha accompagnata passando davanti al panificio, alla biblioteca e alla farmacia (sì, c’è anche questa) interni, spiegandomi che la sua divisa — cotone color sangue di bue dalla testa ai piedi — era un omaggio alle monache visitandi- ne che un tempo vivevano qui.

La mia suite nella torre aveva su ogni lato delle finestre con persiane, che imploravano di essere spalancate. Le ho accontentate, sporgendomi con il busto a scrutare i tetti sbiaditi dal sole e, in lontananza, una striscia blu di oceano. Questa sì, ho pensato, che è una camera con vista. Il design austero dell’Hôtel du Couvent è un altro richiamo alla funzione dell’edificio originario, con arredi sobri e un uso generoso del tortora. Ogni elemento — dal divano color écru al massiccio tavolo da pranzo quadrato — è tagliato su misura per questo spazio, mentre dettagli come fiori freschi, accessori da bar in argento e libri d’epoca aggiungono un certo brio decorativo. Esplorando la mia ariosa suite, ho scoperto di poter tenere la Nuova e la Vecchia Nizza nel palmo di una mano: balsami e lozioni della profumiera di tendenza Azzi Glasser e marzapane al pistacchio della confetteria bicentenaria Maison Auer.
Nizza stessa risale al 350 a.C., e molti locali mescolano passato e presente. Ma dubito di aver mai percepito l’impronta del vecchio e del nuovo in una città così nitidamente come durante il soggiorno all’Hôtel du Couvent. A conferma del fatto che fossi nell’hotel più in voga del momento a Nizza: avevo scattato di nascosto una foto a una coppia alla moda in business class, sbarcata prima di me (lei con una borsa firmata Goyard ammorbidita dall’uso, lui con una sorta di sacca a tracolla con cui, ero certa, rivendendola avrei potu-to pagare l’affitto), salvo poi rivederli in albergo, mentre dividevano una bottiglia di rosé nel cortile, mentre uscivo per esplorare la città vecchia. Forse l’aspetto più sorprendente della nuova, raffinata energia di Nizza è dove si concentra: nel cuore turistico della Vecchia Nizza, tra i negozi di souvenir, di fianco agli artisti di strada che suonano Every Breath You Take alla chitarra elettrica.

Ci sono ristoranti cool come Lavomatique, un bistrot di otto tavoli con posti al bancone, dove la clientela di trentenni si riversa in strada a tarda notte, spettegolando e ridendo dopo aver consumato piccoli piatti vegetariani. O Frisson, gelateria, caffetteria e concept store avviato da ex dipendenti di Colette, che serve un sorbetto «detox» (kiwi, mela e spinaci). Oppure Marinette, una luminosa boulangerie dove sono andata per tre mattine di fila per i suoi cinnamon roll. Li ho abbinati all’espresso del Cafés Indien, che tosta da sé le proprie miscele biologiche.
Ci sono anche curati negozi di articoli da regalo, come Trésors Publics, diventato un’istituzione della Nuova Nizza. «Crediamo nella rinascita della città vecchia», mi ha detto Nicolas Barbero, cofondatore del negozio cresciuto nella vicina Cannes. Ogni inverno Barbero e il suo socio, Antoine Bourassin, girano il Paese selezionando prodotti francesi (candele, sandali, piccole scatole per il topolino dei dentini) che danno al negozio un’aria di assemblaggio e curatela. Molti dei produttori di quegli oggetti sono in attività da secoli. Da fuori, Trésors Publics sembra una scenografia di un film di Wes Anderson.
Dentro, commercia in ciò che Barbero chiama «autenticamente locale», con una storia dietro ogni articolo made in France. Ha notato anche, mi spiega, quello che definisce «il ritorno del buon turismo»: visitatori che apprezzano l’autenticità di Nizza al di là delle spiagge assolate. Lo attribuisce non solo alla vivacità della città nel post-pandemia (quando molti parigini si trasferirono al Sud) ma anche a una stanchezza verso le mete iper-trendy. «Molti vanno ancora a Ibiza, Mykonos e in Croazia, e va benissimo», ha detto. «Ma qualcuno forse inizia a stancarsi di pagare 200 euro per vedere un tramonto», ha aggiunto, riferendosi ai costosi beach club di certe isole mediterranee.

Quella sera ho deciso di guardare il tramonto, gratis, passeggiando lungo la Promenade des Anglais che costeggia il mare, con in lontananza l’iconica cupola rosa dell’hotel Le Negresco. Ho preso posto all’aperto da Babel Babel, caffè e wine bar mediterraneo che serve stuzzichini come hummus e panisse, cubetti di farina di ceci fritti. Alle mie spalle, ho origliato due amiche sulla ventina che, sovrastando la musica e il rumore sferragliante delle ruote di uno skateboard, discutevano di uno speakeasy in una chiesa. Dopo qualche tentennamento, ho deciso di sfoderare il mio pessimo francese: Pardon? Chiesa? Bar? Quoi? Sì, avevo sentito bene. Persino le chiese di Nizza oggi attirano un pubblico giovane e hanno una solida presenza su Instagram. Entrando nella navata in pietra di Saint-Jacques-le-Majeur, ho osservato il consueto repertorio da “casa del Signore”: affreschi barocchi screpolati, la statua di un santo, qualche anima devota che a tarda sera faceva scricchiolare i banchi. Stavo per andarmene, pensando di aver sbagliato posto, quando ho visto un gruppetto di ventenni emergere da dietro una tenda di velluto accanto all’altare. Uno di loro ha incrociato il mio sguardo, ha sorriso e mi ha strizzato l’occhio.
«Oui», ha detto, «c’est là». Attraverso un altro passaggio sono finalmente arrivata a Le Bethél, un bar nel cortile della chiesa. C’erano lucine appese, una partita a scacchi in un angolo illuminata da candelabri e amici più attempati che bevevano vino. Non era certo un rave, ma c’era qualcosa di innegabilmente affascinante in questo bar morigerato (niente superalcolici) capace di attrarre un pubblico multigenerazionale. La verità è che, se si va a Nizza in cerca di glamour sopra le righe, o della verve culturale di Parigi, si tornerà a mani vuote. È una città che sta ancora cercando il proprio passo come meta turistica di fascia alta — o, meglio, lo sta ritrovando. Ma Nizza non cerca di imitare, quanto piuttosto di esaltare ciò che la rende distintiva. È con questo spirito che hanno aperto nuovi hotel come il Mama Shelter Nice, l’Hôtel Amour Nice (della nota catena parigina) e l’Hôtel Amour Plage (stesso brand, più vicino alla spiaggia).

Nel frattempo, giovani chef stanno facendo rivivere i piatti regionali con risultati deliziosi. L’elegante e ineccepibile Maison Joia ne è un esempio lampante. Il ristorante combina sapori di tutta la Francia, dalla Champagne dove è nato lo chef Julien Pilati alla Bretagna da cui arriva la moglie Laetitia. Il pezzo forte del plateau di formaggi era uno spicchio cremoso della Corsica, mentre il pane della panetteria portoghese preferita della coppia viene servito per «far venire davvero l’appetito», come mi ha spiegato Julien. A Nizza la maggior parte dei piatti di haute cuisine è una sorta di fusion regionale (a cominciare dall’olio d’oliva al posto del burro), ma da Maison Joia l’esperienza è impeccabile.
Nota bene: cenare nella sala che ricorda una scatola luminosa, con un fiore singolo come centrotavola, dà un po’ la sensazione di stare sul set di una pièce teatrale su un ristorante. Ma, siatene certi, non è affatto spiacevole. Forse, col tempo, Maison Joia si affiancherà a Les Agitateurs, acclamato indirizzo anch’esso a Nizza, premiato con una stella Michelin nel 2021. Nella tarda mattina del giorno dopo (a quanto pare l’alcol ha lo stesso effetto sul corpo anche se lo si consuma dentro una chiesa), ho fatto una nuotata nella piscina divisa in corsie dell’Hôtel du Couvent, una spettacolare oasi in cima ai giardini. Poi ho mangiato la migliore insalata nizzarda della mia vita (Erano cipollotti? mi sono chiesta dopo, ingrandendo la foto che avevo scattato) seduta all’ombra di un ulivo.

Quindi ho salutato e ho fatto le valigie per una veduta della città molto diversa. L’Anantara Plaza Nice Hotel, che occupa un edificio Belle Époque del 1848, sembra un mondo a parte rispetto a un ex convento. L’hotel-spa di 151 camere è stato ristrutturato nel 2022 e ha un ristorante panoramico sul tetto, dal quale vedevo gli aerei atterrare all’aeroporto di Nizza. «Gli si può quasi grattare la pancia», ha scherzato Gaudéric Harang, il general manager. «Persino i negozi vengono ristrutturati», ha aggiunto, indicando in basso la fila di boutique di lusso che comprendeva Hermès, Chanel e Louis Vuitton. «Riflettono l’innalzamento del lusso e di ciò che la città ha da offrire». Per quanto fosse un indicatore accurato della popolarità commerciale di Nizza, era un’informazione sprecata per una che, fino a poco prima, ingrandiva foto di cipollotti sul telefono.
Ero più curiosa dei suoi posti del cuore, dato che è di qui. «Sinceramente, c’è un numero incredibile di ottimi ristorantini nella città vecchia», ha detto Harang, illuminandosi. «Amo anche quelli più storici, istituzioni come La Petite Maison: Nicole Rubi, la proprietaria, è sull’ottantina. Nizza è così: è un vero e proprio hub, e per conoscerla bisogna esplorare». Un’osservazione davvero indovinata. Per quanto sia delizioso provare tutto ciò che c’è di nuovo in una città, potrebbe finire per essere come bere solo la schiuma del cappuccino buttando via il caffè. Dunque, era ora di attingere ai consigli spassionati degli amici che erano stati nei dintorni. Passa una giornata a Saint-Paul-de-Vence. Va’ alla Chapelle di Matisse. Siediti sugli stessi sgabelli su cui sedeva Picasso a La Colombe d’Or.

Trova la tomba di Chagall e poi ammira così tanta arte di metà Novecento alla Fondation Maeght che ti sembrerà di non aver mai fatto altro. Per non parlare di una giornata sulle più belle spiagge della zona. Io ho un debole per la sobria Plage Paloma, a Cap Ferrat, dove i pulmini Volkswagen bianchi e azzurri portano i bagnanti dal porticciolo. O anche per Plage Mala, più a est, a Cap d’Ail, dove ho visto un uomo anziano entrare in acqua fumando sigarette sottili, mentre una donna in bikini scintillante avvitava un ombrellone tra le rocce come se stesse trapanando un buco nella terra. Forse l’unico cambiamento degno di nota nella famigerata cultura balneare di Nizza è la riduzione del topless, dovuta in parte alla presenza dilagante delle fotocamere dei telefoni.

Ma la città vera e propria resta un posto entusiasmante e molto attuale in cui tornare dopo aver visitato altre mete imperdibili. L’ultima sera, con lo stomaco pieno dei mini lobster roll del ristorante sul mare L’Eden Plage Mala e la pelle impregnata di sole — ciao ciao, trattamento viso antietà — mi sono seduta da Fanfan & Loulou per un bicchiere di vino naturale. Aperto da due anni, il wine bar gestito da una coppia di Parigi, Fanny Vedreine e Louis Girodet, è amatissimo non solo per la selezione di bottiglie, ma anche per essere nato come servizio di consegna durante la pandemia. Un’unica bicicletta era la loro cantina ambulante, oltre che un modo per conoscere la loro nuova casa. «Siamo arrivati tre mesi prima del Covid», mi ha detto Vedreine versandomi un bicchiere di Riesling tedesco chiamato Space Dream.
«Pensavamo: ‘Beh, qui non abbiamo amici né conoscenze’. E invece abbiamo trovato una vera comunità». Oltre a gestire il wine bar, Vedreine è una mamma e una scrittrice che si occupa di femminismo e arte. Le ho chiesto se non le mancasse mai l’energia di Parigi. «A Parigi ho lavorato in nightclub, bar e nel giornalismo», ha detto. «Ho bei ricordi. Ma voglio fare qualcosa per me, vivere la vita per me stessa». Mentre lo diceva, ci siamo girate a guardare oltre le nostre spalle e abbiamo visto avvicinarsi tre eleganti americani. Uno di loro stava staccando il viso dal telefono, imbarazzato di essersi perso e mortificato di non aver visto ciò che lui e i suoi amici cercavano: l’insegna Fanfan & Loulou dipinta a lettere enormi sopra la porta. Vedreine mi ha sorriso e si è scusata per andare ad accoglierli. «Siete nel posto giusto», li ha rassicurati. Oui, c’est là.
Dove dormire
Anantara Plaza Nice Hotel: Situato in posizione centrale e recentemente rinnovato, questo hotel è molto più di una base per godersi la spiaggia. Nel cuore del vivace centro cittadino, è un rifugio pacifico dotato di una grande spa: un luogo incantevole in cui tornare.
Hôtel du Couvent: Parte di The Luxury Collection, questo albergo di recente apertura è ha già conquistato tutti. In posizione collinare, questo ex convento del XVII secolo fonde perfettamente antico e moderno sotto ogni aspetto: design, atmosfera e cucina.
Mama Shelter Nice: Colorato e dall’atmosfera cool, è imbattibile per osservare la gente alla moda e le ultime tendenze.
Dove mangiare
Babel Babel: Questo wine bar mediterraneo si protende nel viavai del lungomare di Nizza.
Fanfan & Loulou: Accogliente locale che propone vino e tapas francesi moderne, come l’insalata di aringa affumicata.
Lavomatique: Ristorante francese vegetarian-friendly con un menu a rotazione di piatti da condividere, come il cavolfiore arrosto in crema di arachidi.
Le Bethél: Fingi di essere sul set di un film di Indiana Jones esplorando la città per trovare questo bar nel cortile di una chiesa e bere un bicchiere.
Maison Joia: In questo ristorante fine dining ogni dettaglio è studiato, e ogni piatto — come il branzino della Bretagna — racconta una storia.
Cosa fare
Fondation Maeght: Una delle più grandi collezioni di arte del Novecento d’Europa. Il parco è punteggiato da opere di Miró e Giacometti.
Frisson: Questo concept store è cool senza risultare sgradevole, e ha pure una sala dove si servono gelati e sorbetti.
La Cappella di Matisse: Vietato fotografare in questa luminosa cappella, che Matisse considerava il proprio capolavoro.
Plage Mala: Le dimensioni raccolte di questa spiaggia, unite all’impegnativa scalinata, ne fanno uno dei tratti di sabbia più appartati — ma divertenti — della zona.
Trésors Publics: Portate a casa un tocco di Nizza venendo in questo curatissimo negozio di regali (dalle mollette per capelli a candele e profumi).
Villa Nellcôte: La villa privata di Villefranche-sur- Mer, dove i Rolling Stones registrarono parte di Exile on Main Street, si ammira al meglio dall’acqua.