I primi segni del fiume sono stati i vulcani, ricoperti di ghiaccio. Li ho visti dall’aereo mentre volavo da Quito, capitale ad alta quota dell’Ecuador, verso l’Amazzonia, quella vasta regione di foresta pluviale che si estende su nove Paesi, attraversata dal Rio delle Amazzoni e dai suoi affluenti. I ghiacciai del Cayambe, dell’Antisana e del Cotopaxi sono le sorgenti di uno di questi affluenti, il Río Napo. Dal cielo, le loro cime andine fluttuavano all’altezza degli occhi sopra la coltre di nuvole. Come noi, sembravano staccate dalla terra ai loro piedi: eteree, quasi irreali.
Quaranta minuti più tardi, dopo una discesa di 2.500 metri dalle Ande alla giungla, l’aereo è atterrato a Coca, una città sul Río Napo nel nord-est dell’Ecuador. L’aria era pesante e profumata, come in una serra. Ero diretto a valle per una settimana sull’Anakonda, un lussuoso battello fluviale che porta i viaggiatori in alcune delle aree più remote dell’Amazzonia ecuadoriana, lungo il confine con il Perù.
Nel primo pomeriggio a bordo ho trovato il mio posto preferito, la timoniera, dove mi sedevo con il pilota, Angel Abarca, e osservavo il panorama di questo ampio fiume generoso che si apriva davanti a noi mentre ci portava sempre più in profondità nella foresta. A pochi chilometri da Coca siamo entrati in un territorio non raggiunto da strade, dove tutti vanno e vengono su lunghe imbarcazioni dotate di tendalini, una fila di sedili rudimentali e un piccolo motore fuoribordo. Lungo le rive palme reali e maestosi alberi di ceiba, i giganti dell’Amazzonia, si stagliavano sopra un intrico di tronchi, canne e rampicanti.

Gli alberi a ridosso del fiume si protendevano sull’acqua, quasi cadendoci dentro, come se fossero spinti dalla rigogliosa vegetazione alle loro spalle. In tutto il territorio continentale degli Stati Uniti vivono 881 specie di alberi autoctoni; in Amazzonia ce ne sono più di 16mila. Durante questo viaggio, a volte sembrava che tutti invadessero le rive contemporaneamente.
A fine giornata Abarca ha puntato la prua verso la riva. La nave sembrava sospirare mentre ci avvicinavamo a un banco di fango. Un membro dell’equipaggio è sceso nell’acqua bassa con una corda sulle spalle, che ha legato attorno al tronco di un albero. Abarca ha spento i motori e dalla foresta si è levato un coro di uccelli. Sono uscito sul ponte. Nella luce del tardo pomeriggio le foglie della foresta brillavano. Un po’ più avanti lungo la riva, un hoazin sbatteva goffamente le ali tra la fitta vegetazione.
Noto anche come uccello rettile, questa specie dall’aspetto arcaico, quasi leggendario, è considerata una reliquia dell’era dei dinosauri: i piccoli nascono con due artigli su ciascuna ala con cui possono arrampicarsi sugli alberi. Sulla superficie dell’acqua sfrecciavano le rondini, aironi bianchi sostavano nelle acque poco profonde, un picchio batteva da qualche parte poco lontano e coppie di pappagalli verdi volavano a monte battendo le ali a tempo.
L’Anakonda, che porta il nome del serpente più grande del mondo, ha l’aspetto di un battello fluviale del Mississippi, ma senza le ruote a pale e i giocatori d’azzardo in completi di lino. La sua storia mi ha ricordato Carlos Fitzcarrald, il magnate del caucciù che nel 1894 fece trasportare un battello da un fiume all’altro facendolo passare per una montagna. Lo scafo in acciaio dell’Anakonda è stato costruito a Quito, tagliato in 10 pezzi e trasportato in camion per circa 350 chilometri su strade impervie per poi essere riassemblato a Coca. In alcune gallerie attraverso le montagne c’erano solo pochi centimetri di spazio ai due lati del carico.

Rispetto alle umili comunità sparse lungo le rive del Río Napo, la vita a bordo dell’Anakonda era di una ricchezza imbarazzante: un’oasi galleggiante di comfort climatizzato, menu gourmet, trattamenti benessere e cocktail. La nave dispone di 16 cabine, tutte con balcone, un ponte panoramico con vasca idromassaggio, un bar per ritrovi serali e presentazioni sulla natura, e un’amaca a prua per chi desidera un tocco dei classici viaggi in Amazzonia.
Viaggiavo con Raúl García, proprietario dell’Anakonda e della sua sorella minore, la Manatee: un uomo sulla sessantina molto alla mano, autoironico e con un vecchio berretto in testa, mi ricordava il capitano interpretato da Humphrey Bogart in La regina d’Africa. Sul Río Napo lo conoscevano tutti. Ecuadoriano, navigava sul fiume da più di 40 anni e aveva imparato ad amare quel luogo e la sua gente. «Voglio dare un contributo alla vita di queste persone», mi ha detto.
«E alla conservazione di queste foreste. Se riusciamo a dare fonti di reddito a queste comunità, potranno permettersi di preservare le foreste». Il Río Napo ospita piccole comunità di kichwa, i cui antenati scesero dagli altopiani andini secoli fa. Le loro case sparse facevano capolino tra le foglie lungo le rive. Costruite su palafitte con assi segnate dalle intemperie, offrivano immagini curiose di vita domestica in questo luogo selvaggio: una fila di panni stesi, un cane, bambini che gridavano, una canoa tirata su una riva fangosa.
Nel cuore della foresta, lungo stretti affluenti, vivono popolazioni indigene: gli huaorani, i secoya, i cofán, cacciatori e pescatori armati di cerbottane che si muovono silenziosi nell’Amazzonia come fantasmi, seguendo uno stile di vita tradizionale. Ma per gran parte di questo viaggio, ad affascinarmi sono state le foreste selvagge e disabitate: chilometri e chilometri di giungla intricata con poche tracce di insediamenti umani.
In molti posti le impronte dei giaguari erano più comuni di quelle degli uomini. Ogni mattina partivo su una canoa a motore con la mia guida nativa dell’Amazzonia, Erik Camacho, per esplorare una parte diversa della foresta, mentre l’Anakonda scendeva lentamente lungo il fiume. Ogni escursione in Amazzonia diventa una serie di racconti: ogni albero, ogni pianta, ogni insetto ha una storia. Abbiamo camminato fino a una parete di argilla che brulicava di are scarlatte, una cascata di spettacolari piume svolazzanti.
Le are leccano l’argilla per combattere i disturbi di stomaco – a quanto pare i minerali presenti neutralizzano gli alcaloidi contenuti in molti frutti amazzonici. Siamo saliti fino a circa 36 metri di altezza su una torre autoportante tra le chiome degli alberi per osservare le scimmie ragno che danzavano tra le foglie. Si sono fermate solo per guardarci, come se non avessero mai visto nulla di così strano.

Abbiamo fatto una camminata notturna in cui il fascio di luce delle nostre torce illuminava uccelli e insetti come un faro a teatro: un enorme bruco ricoperto di peli; un topo opossum con occhi sporgenti da clown ipnotizzati dalla luce; tarantole grandi quanto la mia mano, tra cui una specie che si nutre di uccelli e un’altra che esibiva eleganti zampe rosa; una rana scimmia verde smeraldo che si arrampicava lentamente sulla manica della giacca di Camacho come un alpinista.
Siamo andati alla ricerca di caimani nelle acque poco profonde. Camacho ne ha coraggiosamente afferrato uno dall’acqua, mostrandomi i suoi denti incredibili prima di liberarlo di nuovo. Abbiamo trovato un enorme anaconda arrotolato su un banco di fango, lungo probabilmente cinque metri e largo quanto la coscia di un uomo. Il colonnello britannico Percy Fawcett, che all’inizio del XX secolo esplorò l’Amazzonia per 22 anni prima di scomparire senza lasciare traccia, scrisse che il suo alito stordiva la preda. Suppongo che se sei abbastanza vicino da sentire l’alito del grande serpente, tu sia già stordito dalla paura.
Grazie alla conoscenza enciclopedica di Camacho, ho iniziato a vedere la foresta come un emporio dove gli abitanti potevano trovare tutto ciò di cui avevano bisogno: canne perfette per le frecce delle cerbottane, foglie da bollire per ottenere coloranti, la corteccia dell’albero di canalete per curare la malaria, l’alta e slanciata palma chambira per creare amache e corde con le sue fibre.
Un pomeriggio, Camacho si è fermato su un sentiero e ha strappato i germogli di un albero di duroia per mostrarmi le minuscole formiche che vivevano al suo interno. Queste sono uno snack in Amazzonia, mi ha detto, mostrandomi come leccare il germoglio verde, come fosse un ghiacciolo: sapevano di limone ed erano deliziose. Uno dei primi stranieri ad arrivare in Amazzonia fu il conquistador Francisco de Orellana, che dopo un primo viaggio nelle Americhe intorno al 1527, intraprese nel 1541 una spedizione da Quito al Río Napo.
Ancora oggi Orellana è famoso sul fiume – da lui prende il nome la provincia orientale attraversata dal Río Napo. A capo di 200 spagnoli e 4mila indigeni, Orellana esplorò la regione in cerca di La Canela, la mitica Terra della Cannella. Una ricerca vana: nelle Americhe non c’era cannella. Alla fine, Orellana sperava solo di uscire vivo dall’Amazzonia. Quando la spedizione raggiunse la foce del Río Aguarico, un affluente del Río Napo vicino all’odierno confine con il Perù, aveva perso due terzi dei suoi uomini a causa della fame, delle malattie e degli attacchi della popolazione nativa.
Iniziò a comportarsi in modo sempre più inaffidabile, e i superstiti si resero conto che stava perdendo la ragione. Non potendo risalire le forti correnti del Río Napo, il gruppo, ormai ridotto a soli 50 uomini, proseguì lungo il fiume verso il Rio delle Amazzoni, sul quale navigarono per altri 3.200 chilometri lungo tutto il suo corso attraverso l’intero continente sudamericano. Quando arrivarono alla foce e all’Oceano Atlantico più di un anno dopo, erano sfiniti.

Per Orellana e i suoi uomini era la fine di un incubo. Per le popolazioni indigene dell’Amazzonia era l’inizio di un altro. I conquistadores furono i primi di una lunga serie di stranieri attratti dalle ricchezze naturali dell’Amazzonia. Nel XVI secolo spagnoli e portoghesi andarono alla ricerca di oro e argento. All’inizio del Novecento i baroni europei della gomma ridussero in schiavitù le popolazioni indigene per raccogliere il pregiato materiale.
Alla fine di quel secolo la deforestazione era diventata il problema più grave. Secondo le stime, dei circa sei milioni di chilometri quadrati dell’Amazzonia, tra il 1960 e il 2023 ne sono stati deforestati oltre 900mila, principalmente per consentire l’attività mineraria e l’agricoltura. Nel XXI secolo l’estrazione petrolifera è diventata una grave minaccia per l’Amazzonia ecuadoriana, con vaste aree di foresta, spesso situate in territori indigeni, devastate dallo scarico delle acque reflue dei pozzi.
Le foreste sono la linfa vitale delle comunità amazzoniche. I villaggi kichwa situati lungo il Río Napo si sono organizzati in “eco-comunità” impegnate nella conservazione e nelle pratiche sostenibili, con l’obiettivo di fornire attività economiche alternative all’estrazione di petrolio e alla produzione di legname. Nella comunità di Sani Isla, un collettivo femminile mantiene vive tradizioni artigiane come la ceramica, la gioielleria e la tessitura; produce caffè e cioccolato artigianali; e gestisce un programma di conservazione delle tartarughe d’acqua dolce charapa, una specie definita vulnerabile.
Tutte queste iniziative mirano a produrre reddito senza distruggere i 20mila ettari di foresta che rientrano sotto la tutela della comunità. La mia visita a Sani Isla è stata un’esperienza molto istruttiva. Camacho si è fatto prendere dall’entusiasmo quando abbiamo avvistato un uistitì pigmeo, la scimmia più piccola del mondo, in cima a un albero. Ho scoperto che le larve vive del coleottero chontacuro, simili a gnocchi ma più contorte, sono deliziose, purché gli si stacchi la testa prima di masticarle e le si accompagni con la chicha, una schiumosa bevanda fermentata dal gusto acido ottenuta dal succo della pianta di yuca.
Mi sono reso conto di essere negato con la cerbottana, e le donne sani mi hanno gentilmente informato che, a causa di questa mia incompetenza, non sarei mai stato in grado di trovare una moglie nella società kichwa. Ho dato la colpa alla chicha. Il quinto giorno del mio viaggio, García e io siamo partiti al mattino lungo il fiume con una guida e alcuni membri dell’equipaggio dell’Anakonda su una canoa in cui erano state stipate attrezzature da campeggio e provviste.
Avevamo in programma un’escursione al Río Aguarico, la destinazione originaria della malaugurata spedizione di Orellana. García aveva organizzato un incontro con un capo del popolo cofán, contattandolo in anticipo su un cellulare che usa grazie all’aiuto dei suoi nipoti. Il destino dei cofán è emblematico di quello di molti popoli indigeni dell’Amazzonia. Prima dell’arrivo degli spagnoli erano una nazione fiorente, rivale degli inca.
All’inizio del XX secolo, dopo diversi secoli di stupri, malattie, schiavitù e confisca delle terre da parte dei colonizzatori, dei baroni della gomma e dei taglialegna, il loro numero era sceso a 300 (oggi si stima che la comunità conti circa 2mila individui). Negli anni Trenta le compagnie petrolifere americane arrivarono nel loro territorio. Negli anni Sessanta le fiammate di gas e lo sversamento di rifiuti non trattati stavano distruggendo le loro foreste.
In una causa collettiva avviata in origine nel 1993, i cofán hanno accusato la Texaco di aver scaricato sulle loro terre ancestrali 68 miliardi di litri di acque reflue contaminate dal petrolio tra il 1964 e il 1990. Negli anni 2000 il caso è stato trasferito ai tribunali ecuadoriani, dove è ancora in corso. La giornata era nuvolosa, il fiume grigio ardesia e il cielo livido, mentre García ed io superavamo banchi di vegetazione e isole coperte da fitti boschi.

I nidi degli uccelli tessitori, lunghi 60 centimetri, pendevano come decorazioni dagli alberi lungo le rive. Alla foce del Río Aguarico abbiamo virato controcorrente. Il fiume segna il confine nazionale: l’Ecuador sulla riva sinistra, il Perù sulla destra. Entrambe le sponde erano identiche: fitte foreste senza alcun segno di insediamenti umani, tanto meno controlli di frontiera. Poche miglia più a monte siamo arrivati a una stazione dei ranger isolata.
Tre cofán – un uomo anziano e i suoi due giovani assistenti – ci aspettavano sulla riva. All’inizio sembravano un’apparizione, persone di un’altra epoca che sbucavano dagli alberi con le loro piume e le collane di denti di giaguaro. Quando siamo sbarcati, ci hanno salutato timidamente, annuendo e stringendoci la mano. Parlavano uno spagnolo stentato. L’uomo anziano, il capo Carlos Yiyoguaje, si è fatto avanti e ha abbracciato García.
Si conoscono da 40 anni. Incontrarli mi ha aiutato a capire. Mi sono reso conto che noi eravamo ospiti di questa gente. Furono loro i primi abitanti dell’Amazzonia, prima degli spagnoli, dei coloni kichwa provenienti dagli altopiani, dei boscaioli e dei petrolieri. La loro vita, le loro credenze, la loro visione del mondo – tutto ciò che li riguarda era stato plasmato interamente da queste foreste.
I cofán sono stati dei padroni di casa molto ospitali. Ci hanno chiesto del nostro viaggio, se avevamo incontrato i delfini di fiume o gli strani uccelli hoazin, se avevamo visto anaconde o caimani. Hanno apprezzato il nostro entusiasmo e le nostre osservazioni sul loro mondo. Mentre sedevamo sulla riva con loro, tra noi si è creato un legame curioso, una passione condivisa per le meraviglie dell’Amazzonia.
I nostri amici erano davvero eleganti. Indossavano casacche blu con lunghe collane di perline incrociate come cinture di munizioni, fazzoletti rossi annodati, collane elaborate e pettorali fatti con denti di giaguaro. Yiyoguaje sfoggiava uno spettacolare copricapo di piume sovrapposte che gli ricadevano sulla schiena, blu e rosa, verdi e gialle, coronate da tre lunghe piume di ara che si ergevano come lance.

La decorazione e lo stile dei loro abiti erano frutto di sogni influenzati dall’ayahuasca, ci ha spiegato uno dei giovani, perché ogni cosa deve avere un significato, uno scopo, al di là della semplice decorazione. Per questi uomini noi eravamo degli stranieri fuori dal comune. Non avevamo alcun interesse per le loro terre. Non cercavamo nulla, se non la gioia di vivere l’esperienza dell’Amazzonia. Hanno discusso con García sull’idea di costruire un lodge per ospitare gli ospiti dell’Anakonda, che garantirebbe alla loro tribù un reddito sostenibile senza distruggere le loro foreste.
Dopo un po’ si sono alzati per andarsene. Avevano un lungo viaggio da fare per tornare a casa: i loro territori si trovavano a quattro o cinque ore di distanza lungo un affluente secondario, il Río Cocaya. Ci hanno salutato, sono scesi lungo la riva fino alla loro canoa e hanno iniziato il viaggio di ritorno, la barca che oscillava nella corrente. Ci hanno fatto un cenno con la mano, i colori vivaci dei loro abiti in risalto sullo sfondo verde. Poi sono scomparsi dietro una curva e non li abbiamo più visti.
Ci siamo accampati sulla riva del fiume, ognuno di noi in una piccola tenda dotata di materasso, piumone e lampada da lettura. L’oscurità è calata all’improvviso, come se fosse un sipario tirato dalle oche dell’Orinoco che al tramonto volavano controcorrente starnazzando. La tavola era apparecchiata per la cena: tovaglie bianche e tovaglioli piegati, bicchieri da vino e una lanterna. Tutti i piaceri dell’Anakonda ci avevano seguito in questo luogo remoto. Mentre ci venivano serviti piatti caldi, ho pensato fugacemente a Orellana, sperduto da queste parti, affamato, malato, preoccupato per la lealtà dei suoi uomini.
Durante la notte ha piovuto, un leggero picchiettio sulla tenda. Sono rimasto sveglio per un po’, ascoltando il coro delle cicale e il gracidare delle rane toro, e pensando a quale onore fosse essere lì. Al mattino tribù di scimmie urlatrici gridavano a diversi chilometri di distanza. Mentre facevamo colazione, i delfini rosa affioravano sulla superficie del Río Cocaya. Poi ci siamo infilati nella canoa e siamo scesi sul fiume per tornare all’Anakonda, e ho provato il piacere – davvero il mio momento preferito in questo viaggio – di solcare semplicemente quel meraviglioso fiume e godermi il panorama delle sue rive ricoperte dalle foreste.