Alla scoperta della “città che muore”: Civita di Bagnoregio

Alla scoperta della “città che muore”: Civita di Bagnoregio

Risalente al tempo degli etruschi, nel Novecento è stata gradualmente abbandonata dai cittadini salvo poi diventare meta turistica.
Civita di Bagnoregio al tramonto
Civita di Bagnoregio al tramonto. Foto da Shutterstock

Civita di Bagnoregio è un caso geologico, urbanistico e culturale che non ha equivalenti in Italia. Il paese sorge su uno sperone di tufo che perde circa sette centimetri di roccia all’anno, eroso dai torrenti, dalle piogge e dalla natura argillosa del terreno sottostante. Gli scienziati stimano che tra cento e duecento anni potrebbe diventare inabitabile. Per questo motivo è stata ribattezzata “la città che muore”, definizione coniata dallo scrittore Bonaventura Tecchi, che qui trascorse la giovinezza.

Non si tratta però di un luogo abbandonato o decadente. Civita è un borgo attivo, restaurato con cura, iscritto tra I Borghi più belli d’Italia e inserito, dal 2006, nella lista propositiva italiana per il patrimonio mondiale Unesco. Ogni anno attira centinaia di migliaia di visitatori, attratti dalla posizione scenografica, dall’impianto medievale intatto e dalla consapevolezza che quello che vedono potrebbe non esistere per sempre. È questa combinazione di fragilità e bellezza a rendere Civita una destinazione diversa dalle altre.

Dove si trova e perché è così isolata

Civita di Bagnoregio si trova nella Tuscia laziale, in provincia di Viterbo, a circa 120 chilometri a nord di Roma. Amministrativamente è una frazione del comune di Bagnoregio, da cui dista poco più di un chilometro in linea d’aria. In passato le due località erano collegate da una sella di terra che permetteva il passaggio a piedi e con animali da soma. Oggi quella connessione non esiste più: l’erosione l’ha cancellata nel corso dei secoli, lasciando Civita appollaiata su un promontorio accessibile solo attraverso un ponte pedonale in cemento armato, costruito nel 1965.

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Civita di Bagnoregio vista da lontano. Foto da Shutterstock

Il ponte è lungo circa 300 metri e presenta una pendenza significativa nella parte finale che metterà a dura prova la vostra tenuta atletica. Non è percorribile in auto, ma i residenti e le persone autorizzate possono attraversarlo in determinati orari con ciclomotori. Per tutti gli altri, l’unico modo per entrare a Civita è camminare. Dal 2013 l‘accesso al borgo è a pagamento. Il biglietto costa cinque euro nei fine settimana e nei giorni festivi, tre euro nei giorni feriali. I proventi servono a finanziare i lavori di manutenzione e consolidamento. Per chi ha difficoltà motorie, la Croce Rossa Italiana di Bagnoregio offre un servizio di accompagnamento. Questa condizione di isolamento ha preservato il borgo da qualsiasi forma di sviluppo moderno, trasformandolo in una capsula temporale dove l’impianto urbanistico etrusco-romano e l’architettura medievale convivono senza interferenze.

La geologia che minaccia e protegge il borgo

La Valle dei Calanchi, che circonda Civita su tre lati, è il risultato di un processo erosivo che dura da millenni. Il territorio è composto da due strati geologici distinti: alla base si trova un’argilla marina molto antica, particolarmente friabile e soggetta a frane; sopra di essa poggia uno strato di tufo vulcanico più resistente, sul quale è stato costruito il borgo. Quando le piogge e i torrenti erodono l’argilla, il tufo sovrastante perde sostegno e crolla.

Già gli Etruschi, che fondarono Civita nel VI secolo a.C., dovettero affrontare questo problema. Costruirono canali di scolo e opere di contenimento per controllare il deflusso delle acque. I Romani proseguirono questi interventi, ma dopo la caduta dell’Impero le infrastrutture vennero abbandonate e il degrado accelerò. Il terremoto del 1695 rappresentò il punto di svolta: la scossa separò definitivamente Civita da Bagnoregio, distrusse il collegamento stradale e costrinse la popolazione a trasferirsi. Da quel momento il borgo iniziò il suo lento svuotamento. Oggi Civita conta solamente undici residenti stabili. Le tecniche di consolidamento sono migliorate, a partire dagli esperimenti di elettrosmosi condotti negli anni Cinquanta fino ai più recenti pozzi strutturali scavati nella roccia. Tuttavia, l’erosione non può essere fermata, solo rallentata.

Cosa vedere

Civita è un borgo piccolo, visitabile in un paio d’ore se vi limitate ai punti principali. Ma il consiglio è di rallentare, perdervi nei vicoli, sedervi in una piazzetta e lasciare che il luogo vi entri dentro. L’impianto urbanistico segue lo schema etrusco-romano dei cardi e decumani, con strade strette che si incrociano ad angolo retto. Tutto intorno, case medievali in tufo, archi, scale esterne, balconi fioriti.

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L’interno del borgo. Foto da Shutterstock

Il cuore del borgo è Piazza San Donato, dominata dall’omonima chiesa. All’interno è custodito un crocifisso ligneo del XV secolo, oggetto di grande devozione locale. Secondo la tradizione, nel 1499 il Cristo parlò a una donna durante un’epidemia di peste, annunciando la fine del contagio. Ogni Venerdì Santo il crocifisso viene portato in processione fino a Bagnoregio, in una cerimonia che richiama visitatori da tutta la regione.

Sul lato opposto della piazza si trova Palazzo Alemanni, oggi sede del Museo Geologico e delle Frane, dove potete approfondire la storia geologica della Valle dei Calanchi. Poco distante c’è la Porta Santa Maria, unico ingresso superstite delle cinque porte che un tempo proteggevano il borgo. Due leoni scolpiti nella pietra stringono tra le zampe una testa umana, simbolo della rivolta popolare contro la famiglia orvietana dei Monaldeschi.

Merita una visita anche il Belvedere di San Francesco Vecchio, da cui si gode una vista ampia sulla valle e sulle formazioni calanchive. Nella rupe sottostante sono state ritrovate tracce di una necropoli etrusca. La cosiddetta Grotta di San Bonaventura, in realtà una tomba a camera etrusca, è legata alla leggenda secondo cui San Francesco avrebbe guarito qui il giovane Giovanni Fidanza, futuro San Bonaventura, che tra le altre cose è stato biografo di San Francesco. A Bagnoregio c’è anche una reliquia del santo, il suo braccio, estratto durante una ricognizione a Lione, custodito nella concattedrale di San Nicola.

Il Bucaione e le tracce etrusche

Uno degli elementi più suggestivi di Civita è il Bucaione, un tunnel scavato nella roccia che attraversa la parte bassa del promontorio e sbuca nella Valle dei Calanchi. Il passaggio risale all’epoca etrusca e serviva probabilmente come via di comunicazione secondaria o come canale di drenaggio. Oggi non è sempre agibile, ma quando lo si può percorrere svela una prospettiva unica sul rapporto tra il borgo e il territorio circostante.

Gli Etruschi fondarono Civita nel VI secolo a.C., sfruttando la posizione strategica lungo una delle vie più antiche dell’Italia centrale, che collegava il Tevere al Lago di Bolsena. Il nome originario del centro è andato perduto, probabilmente a causa della damnatio memoriae imposta dai Romani dopo la conquista dell’Etruria. Nel 265 a.C. la città passò sotto il controllo di Roma e venne integrata nel sistema viario e amministrativo romano.

Quando visitare Civita di Bagnoregio

Il borgo è accessibile tutto l’anno, ma le condizioni di visita cambiano sensibilmente a seconda della stagione. La primavera e l’autunno offrono temperature miti, luce favorevole per le fotografie e un’affluenza più contenuta rispetto all’estate. Aprile, maggio, settembre e ottobre sono i mesi ideali. L’estate può essere molto calda e il ponte pedonale, privo di ombra, diventa faticoso nelle ore centrali della giornata. In questo periodo, il momento migliore per la visita è al mattino presto o nel tardo pomeriggio. L’inverno regala un’atmosfera più raccolta e autentica, con pochissimi turisti, ma le giornate corte e il rischio di nebbia possono limitare la visibilità sulla valle e rendere ancor più ostico l’attraversamento. Un fenomeno che attira molti visitatori è la nebbia bassa che talvolta avvolge i calanchi lasciando emergere solo la sommità del borgo. In queste condizioni Civita sembra davvero sospesa nel vuoto, un effetto che ha contribuito alla sua fama internazionale e al paragone con il castello volante del film di Hayao Miyazaki, Laputa.

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