Cronaca di un viaggio ad Anguilla, capitale culinaria dei Caraibi

Cronaca di un viaggio ad Anguilla, capitale culinaria dei Caraibi

Andamento lento, tra storici resort, spiagge incontaminate e aragoste alla griglia.
Uno scatto dal drone di Meads Bay, dove si trova il ristorante Leon’s

Il primo assaggio di anguilla ha il sapore dolce e pungente di uno shot di Rum Punch, servito come benvenuto nella lobby del Malliouhana – il pioniere dei resort di lusso dell’isola, inaugurato nel 1985 grazie alla passione dell’imprenditore britannico Leon Roydon. È un antidoto perfetto alle fatiche di un viaggio decisamente avventuroso: mentre eravamo già in volo sull’Atlantico, infatti, un imprevisto tecnico ci ha costretti a fare dietrofront su Parigi, regalandoci sei ore di ritardo. Poco male, perché l’arrivo ha compensato ampiamente l’attesa: l’atterraggio a Saint Martin ci ha offerto quella spettacolare prospettiva, ormai feticcio su Instagram, in cui i jet sembrano sfiorare i bagnanti di Maho Beach.

È questa la rotta più sensata da Roma per evitare le lunghe orbite che comporterebbe lo scalo a New York prima di atterrare direttamente all’aeroporto di Anguilla. Da Saint Martin, invece, trenta minuti di motoscafo con Calypso Charters sono sufficienti per vedere comparire la silhouette di questo territorio d’oltremare britannico – lungo appena ventisei chilometri e largo cinque nel punto più ampio – sottile e sinuoso al tramonto come un pesce adagiato sul mare. Un salto di poche miglia che è anche un radicale cambio di mondo: Anguilla conserva un carattere profondamente diverso dalle vicine e, in alcuni casi, più caotiche isole caraibiche.

Se Saint Martin (e più precisamente il lato olandese di Sint Maarten) è sinonimo di grandi navi da crociera, casinò e traffico, Anguilla ti accoglie con la sua flemma squisitamente british e un’atmosfera sospesa nel tempo. Una volta sbarcati a Blowing Point, ci attende un breve transfer: qui la geografia è essenziale e i tragitti in macchina piuttosto intuitivi, a patto di ricordare che si guida dal lato “sbagliato” della carreggiata (quello sinistro). L’autista ci svela che Malliouhana era l’appellativo – “serpente di mare” – con cui gli Arawak, gli antichi abitanti amerindi dei Caraibi, indicavano l’isola prima dell’arrivo degli europei.

Una delle camere del Malliouhana

Oggi quel nome battezza questo storico hotel magnificamente sospeso tra Meads Bay e Turtle Cove: un rifugio che sembra praticare l’arte della sprezzatura, esibendo quell’aria elegante da grande dimora privata coloniale. Rimasto fedele allo stile dell’isola di una volta, accoglie gli ospiti con autentica disinvoltura, lontana dalla calcolata perfezione dei grandi resort contemporanei. Giusto il tempo del check-in e ci accomodiamo ai tavoli del ristorante Celeste per scoprire la cucina di Kerth Gumbs, chef locale che sigla la proposta gastronomica con tecnica solida e guizzi contemporanei.

Dopo un ottimo dentice alla griglia profumato di spezie e lime – e discretamente storditi dal fuso orario, oltre che da un’eccellente Malvasia secca di Caravaglio (una delle tante, inaspettate referenze italiane di una eccellente carta dei vini) – ci arrendiamo alla stanchezza. La nostra villa si chiama proprio Turtle Cove – perché affaccia sulla spiaggia dove le tartarughe ancora depongono le uova – e si trova ai margini della proprietà, alla fine di una piacevole passeggiata tra lussureggianti giardini.

Il design è di un eclettismo colto: opere di artisti locali, tende e maioliche turchesi, sedie color corallo, letti a baldacchino nelle due camere da letto. Solo al mattino, però, ci rendiamo conto dello spettacolo che si spalanca oltre le vetrate: una terrazza, inondata da una luce abbacinante, che fluttua nel vuoto. E lì, a picco sulle onde, una piscina privata che si confonde con i colori cangianti del mare. Queste dimore sono le gemme della proprietà, ma il Malliouhana distribuisce il suo fascino magnetico anche attraverso le camere e le suite panoramiche, tutte dalle dimensioni generose e dotate di terrazza.

Sandy Island, meta ideale per un’escursione in giornata

Per colazione ci spostiamo nuovamente ai tavoli di Celeste dove, per una settimana intera, non ci stancheremo mai dello stesso repertorio: eggs benedict, pancakes, chia pudding, caffè americano, il tutto servito con la giusta seraficità e sorrisi a profusione. Rispetto alla villa, qui cambia la prospettiva sull’oceano e la vista si apre sulla splendida Meads Bay: un semicerchio perfetto di sabbia bianca, quasi accecante sotto il sole del mattino, lambita da un’acqua di un turchese surreale, immobile come una piscina. Il ristorante pieds-dans-le-sable del resort, il Leon’s, propone un menu caraibico-asiatico – scoperta che ci è costata persino un’improbabile ma divertente lezione di sushi ai Tropici – e la domenica si trasforma nel teatro del Sunday Funday, l’appuntamento mondano ideale per lasciar scivolare un lungo pomeriggio, fino a dopo il tramonto, ascoltando musica caraibica dal vivo e sorseggiando Daiquiri e Painkiller.

Camminando lungo la baia, quasi deserta, ci rendiamo conto di come Anguilla abbia saputo preservare la sua anima più autentica: nessun edificio supera in altezza le palme da cocco, e i ristoranti che si affacciano sulla sabbia sembrano integrarsi perfettamente con il paesaggio. È il luogo ideale per dimenticare l’orologio e seguire una precisa liturgia: non andiamo a caccia di monumenti o attrazioni – anche la capitale The Valley è in fondo una sommessa cittadina con una manciata di edifici amministrativi – e l’unica nostra felice incombenza diventa scegliere in quale delle trentatré spiagge, sempre semi deserte, stendere l’asciugamano (Shoal Bay, dove avvistiamo anche una tartaruga marina, è la vera sorpresa).

Veduta del Cap Juluca, A Belmond Hotel, sulla spiaggia di Maundays Bay

Scopriamo anche come Anguilla, pur conservando la sua anima selvaggia, sia un piccolo eden dell’hôtellerie d’eccellenza. Curiosi di vedere come l’isola declini il concetto di ospitalità oltre al nostro Malliouhana, andiamo a visitare il Cap Juluca, A Belmond Hotel, con le sue candide architetture moresche che abbracciano la mezzaluna di Maundays Bay e la sua raffinata offerta ristorativa, e l’Aurora, un’oasi dotata di spa e campo da golf, indubbiamente monumentale ma priva di una vera anima caraibica.

Ma il viaggio si fa anche, e soprattutto, con il palato. Nonostante le sue dimensioni ridotte, Anguilla si è guadagnata sul campo il titolo di capitale culinaria dei Caraibi. Questo fazzoletto di terra in cui vivono circa 15mila persone ospita infatti più di cento ristoranti: la cucina d’autore dei resort dialoga con i leggendari shack (i coloratissimi baracchini sulla spiaggia). Noi siamo capitati sull’isola proprio nella settimana migliore, a metà maggio, durante l’Anguilla Culinary Experience, un festival che è giunto alla sua quinta edizione e che propone un ricco calendario di eventi, aperitivi e cene a tema.

Un tavolo sull’isola-ristorante di Scilly Cay, celebre per le sue aragoste alla griglia

Uno dei momenti clou della rassegna è il Beach Barbecue, sulla spiaggia di Rendezvous Bay, molto apprezzata dalle celebrities. Capiamo quanto qui il barbecue non sia un semplice metodo di cottura, ma una vera e propria religione laica: i maestri del grill si tramandano segreti come formule sacre, governando le braci con una devozione assoluta. E la prova è nel nostro piatto di carta: assaggiamo le migliori costolette d’agnello della nostra vita, incredibilmente tenere, succose e avvolte da una glassatura che rasenta la perfezione. Non è l’unico ricordo gastronomico indelebile che ci porteremo a casa. 

Lobster e crayfish alla griglia sono uno dei piatti simbolo di Anguilla

Da Sharky’s, un vivace locale nell’interno dell’isola, assaggiamo la celebre lobster cake, ormai un piatto culto del luogo: un tortino di aragosta in cui la dolcezza della polpa si sposa a una sapiente panatura croccante. A prenderci il cuore, però, è stato Scilly Cay, un minuscolo isolotto privato a pochi minuti di motoscafo da Island Harbour. Per raggiungerlo non ci sono orari o biglietti: basta un cenno del braccio dal molo e attendere che il barcaiolo – una sorta di Caronte, ma sorridente – accenda i motori per venirci a prendere. Il ristorante, completamente cinto di conchiglie, è rinomato per le sue aragoste e crayfish (le caratteristiche aragostine spinose locali), appena pescati e adagiati sulla griglia.

Assaporati a piedi nudi nella sabbia, conditi solo con un filo di burro aromatizzato e lime, racchiudono l’essenza più pura e irresistibile di Anguilla. Quando il sole tramonta, l’energia dell’isola si sposta nei bar sulla spiaggia, svelando un volto spontaneo e informale. È nelle ore dopo cena che scopriamo un’altra delle passioni più genuine dei locals: il karaoke. Al Waves Beach Bar, un baretto di legno a un soffio dalla risacca, l’atmosfera diventa subito una festa collettiva e residenti e viaggiatori cantano insieme: e così anche noi ci esibiamo in una traballante ma sentitissima versione di Gloria.

Frecce che indicano la distanza che separa Anguilla da altre destinazioni

Poco più in là, a Sandy Ground, l’appuntamento fisso è all’Elvis Beach Bar, famoso per il suo carattere verace e per il bancone ricavato da una vera barca di legno. Complice l’ottima musica di sottofondo, ordiniamo un Rum Punch dopo l’altro fino all’inevitabile momento di alzare bandiera bianca. Alla fine della settimana, ci ritroviamo a fare i bagagli, vittime di un meraviglioso sortilegio: Anguilla si insinua sotto pelle senza accorgersene, ti conquista per sottrazione. Non aggredisce i sensi ma li educa alla lentezza, con il suo lusso garbato e sussurrato. E continua a risuonare anche quando il rumore del mondo torna a farsi sentire.

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