I misteri del Sacro Bosco di Bomarzo

I misteri del Sacro Bosco di Bomarzo

Un percorso dettagliato tra sculture in peperino, architetture inclinate e i misteri manieristi voluti dal principe Vicino Orsini.
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Il mascherone simbolo del parco | Foto da Shutterstock

Nel cuore della provincia di Viterbo, ai piedi del borgo di Bomarzo, sorge un complesso monumentale unico nel suo genere, sviluppato su una superficie di circa tre ettari all’interno di una foresta di conifere e latifoglie. La nascita di questo spazio, storicamente denominato “boschetto” dal suo fondatore e noto anche come Villa delle Meraviglie, risale alla metà del sedicesimo secolo. Fu il principe Pier Francesco Orsini, detto Vicino, a commissionare i lavori nel 1547, affidando la progettazione e la direzione all’architetto e antiquario Pirro Ligorio, il quale concluse una parte consistente degli interventi nel 1552 e proseguì le attività fino al 1580.

La motivazione profonda che spinse il condottiero e letterato a realizzare l’opera coincide con la necessità di elaborare il lutto per la perdita della moglie, Giulia Farnese. L’obiettivo era costringere il visitatore a un percorso emotivo e intellettuale di forte impatto, una sorta di viaggio di introspezione attraverso il confronto diretto con le paure più recondite.

Il sito rappresenta un netto superamento dei canoni geometrici e proporzionali del coevo giardino all’italiana. Gli elementi scultorei sono svincolati da rapporti prospettici reciproci e sono stati ricavati direttamente dai massi di peperino e basalto emersi dal terreno vulcanico, integrandosi nella tradizione manierista del grottesco. Sebbene studi passati abbiano ipotizzato la collaborazione di Michelangelo Buonarroti o di Jacopo Barozzi da Vignola, la realizzazione materiale delle sculture è attribuita a Simone Moschino. Il perimetro del parco confina con un torrente che scorre tra pareti di tufo, in un’area originariamente collegata a un giardino lineare che scendeva da Palazzo Orsini e situata nei pressi di una necropoli etrusca.

L’itinerario monumentale tra figure mitologiche e anomalie geometriche

Il percorso strutturato all’interno del bosco si apre con due Sfingi prive di ali, i cui basamenti riportano iscrizioni in endilabasillabi che invitano il visitatore a una disposizione d’animo riflessiva. Superato l’ingresso, si incontra il colossale mascherone antropomorfo di Proteo, identificato anche come Glauco, sormontato da un globo di pietra e da una torre, simboli araldici della famiglia Orsini. L’opera scultorea di maggiori dimensioni è il Colosso, che raffigura la lotta tra i giganti Ercole e Caco. Nelle immediate vicinanze si sviluppa il gruppo formato da una tartaruga di grandi dimensioni, sul cui guscio è posta una statua della Nike, contrapposta a una balena che emerge parzialmente dal terreno. La sezione classica include un Ninfeo ornato dai bassorilievi delle tre Grazie e da una scultura di Venere su una conchiglia, seguito da una riproduzione in scala ridotta di un’esedra teatrale.

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La statua di Nettuno. Foto da Facebook

L’anomalia architettonica principale del complesso è rappresentata dalla casa pendente, un piccolo edificio edificato sopra un masso inclinato. La struttura presenta interni con pavimenti e pareti non ortogonali, una caratteristica progettuale volta a destabilizzare i parametri sensoriali e l’equilibrio dei visitatori che vi accedono. Il piazzale dei vasi conduce alla statua monumentale di Nettuno, raffigurato disteso accanto a una ninfa dormiente.

Proseguendo lungo i sentieri, si incontrano la statua della dea Cerere, con una cornucopia e un cesto di spighe, un elefante da guerra che stringe un legionario romano nella proboscide e una raffigurazione di un drago in lotta con tre animali. Il simbolo del parco è l’Orco, un grande volto lapideo con la bocca spalancata sulla cui soglia è incisa la frase “Ogni pensiero vola”. L’interno è costituito da una camera scavata nel tufo con un tavolo e delle panche, dove la conformazione delle pareti genera un’amplificazione acustica dei suoni.

L’oblio storico, il restauro novecentesco e l’influenza sulle avanguardie

Dopo la scomparsa di Vicino Orsini nel 1585, l’intera area monumentale andò incontro a un lungo periodo di abbandono. La vegetazione spontanea coprì progressivamente i sentieri e le sculture, che in origine erano parzialmente dipinte, persero le loro colorazioni policrome. Il recupero del sito è avvenuto a partire dal 1954 per iniziativa dei coniugi Giancarlo e Tina Severi Bettini, che acquistarono la proprietà e rimossero la vegetazione, ridefinendo in parte l’assetto dei monumenti secondo i criteri conservativi della seconda metà del Novecento. Nella parte più elevata della collina, isolato rispetto al nucleo delle sculture grottesche, sorge un Tempietto circolare cinto da un colonnato classico e sormontato da una cupola ispirata a quella di Santa Maria del Fiore a Firenze. L’edificio, progettato da Vignola vent’anni dopo l’avvio del parco principale per commemorare Giulia Farnese, ospita oggi una lapide dedicata ai coniugi Bettini.

L’impianto ermeneutico del bosco ha stimolato nel tempo numerose interpretazioni filologiche e letterarie, volte a rintracciare collegamenti con l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, il Canzoniere di Francesco Petrarca e l’Amadigi di Bernardo Tasso, oltre a ipotesi su percorsi iniziatici di matrice alchemica. Nel corso del Novecento, il complesso ha attirato l’interesse di intellettuali e artisti internazionali.

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Il parco di notte. Foto da Facebook

Nel 1948 Salvador Dalí visitò il parco, traendo ispirazione dalle forme geometriche della casa pendente per la realizzazione del dipinto Le Tentazioni di Sant’Antonio. Il sito fu oggetto di studi e visite anche da parte di Johann Wolfgang von Goethe e Mario Praz, consolidando la propria posizione nella storia dell’arte moderna come un modello di riferimento per la cultura figurativa manierista e surrealista.

Consigli utili per visitare il parco

Il tempo stimato per completare l’itinerario classico all’interno dei tre ettari del bosco varia tra un’ora e mezza e le due ore. Il percorso si sviluppa interamente su sentieri sterrati, gradinate in pietra e terreni collinari, motivo per cui è fondamentale indossare calzature comode e adatte a fondi irregolari, preferibilmente scarpe da trekking o sportive.

L’area non presenta un senso di marcia obbligatorio, lasciando la libertà di esplorare le sculture in modo autonomo, ma all’ingresso viene fornita una mappa cartacea dettagliata per orientarsi tra i monumenti principali. A causa della conformazione naturale del terreno, caratterizzato da dislivelli, pendenze e barriere architettoniche originali del sedicesimo secolo, il tracciato non è completamente accessibile alle sedia a rotelle e può risultare difficoltoso da percorrere con i passeggini. All’interno del sito è presente un punto di ristoro con servizio bar e un’area picnic dedicata. I cani sono ammessi al guinzaglio. Al termine della visita, si consiglia una sosta nel centro storico di Bomarzo, che ha ottenuto il riconoscimento della Bandiera Arancione del Touring Club Italiano per la tutela del patrimonio ambientale e culturale.

L’accesso al complesso monumentale è consentito esclusivamente previo acquisto di un biglietto d’ingresso. I tagliandi possono essere comprati direttamente presso la biglietteria fisica situata all’ingresso del parco oppure online attraverso il canale web ufficiale. La tariffa ordinaria del biglietto intero è di 15 euro, mentre sono previste riduzioni per i bambini dai 4 ai 13 anni (9 euro) e per i gruppi organizzati, oltre alla gratuità per i minori di 4 anni e per i visitatori con disabilità.

Il parco è aperto al pubblico tutti i giorni dell’anno con orario continuato a partire dalle 09:00 del mattino fino al tramonto (indicativamente fino alle 19:00 nel periodo estivo e fino alle 16:30 o 17:00 nei mesi invernali). Trattandosi di un’area monumentale all’aperto, l’orario di chiusura preciso viene adeguato progressivamente alla durata della luce naturale.

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