La realtà aumentata può salvare i siti archeologici che non possiamo più visitare

La realtà aumentata può salvare i siti archeologici che non possiamo più visitare

Scansioni 3D, visori e ricostruzioni digitali permettono di proteggere rovine fragili, restituendo al pubblico luoghi altrimenti inaccessibili
Un modello di realtà aumentata iper tecnologica
Un modello di realtà aumentata iper tecnologica. Foto da Shutterstock

Non tutti i siti archeologici possono restare aperti al pubblico. Alcuni sono troppo fragili per accogliere un flusso continuo di visitatori; altri si trovano in aree remote, su proprietà private o lungo percorsi impervi e pericolosi. Altri ancora sono minacciati dall’erosione, da eventi climatici estremi, dall’instabilità del terreno o dal progressivo deterioramento dei materiali.

Fino a poco tempo fa la risposta era quasi sempre la stessa: limitare gli accessi, o chiudere del tutto. Oggi, invece, esiste un’alternativa più utile di una fotografia o di un plastico in museo. La realtà aumentata, la realtà virtuale, la fotogrammetria e le scansioni laser possono documentare un sito con grande precisione, studiarlo nel tempo e restituirne l’esperienza senza sottoporlo a ulteriore pressione.

Non sostituiscono il lavoro degli archeologi né l’esperienza diretta di un luogo. Possono però aiutare a proteggere il sito reale mentre ne rendono accessibile la storia. Ed è una delle applicazioni più promettenti delle tecnologie immersive nel turismo culturale.

La differenza tra realtà aumentata e realtà virtuale

Le due espressioni vengono spesso confuse, ma indicano esperienze diverse. La realtà virtuale vi porta dentro un ambiente digitale completo. Indossate un visore e vi trovate in una ricostruzione tridimensionale di una grotta, di un edificio antico o di un complesso archeologico. Il modello può riprodurre un sito così com’è oggi, con le sue rovine, oppure proporre una ricostruzione di come appariva in passato.

La realtà aumentata funziona in modo diverso. Parte da ciò che avete davvero davanti agli occhi e aggiunge livelli informativi digitali attraverso uno smartphone, un tablet o appositi occhiali. Davanti a un muro romano, per esempio, potete vedere la sovrapposizione di colonne, coperture e decorazioni che non esistono più. Davanti a una rovina, potete osservare una possibile ricostruzione senza che questa venga fisicamente aggiunta al monumento.

Perché molti siti archeologici non sono visitabili

L’idea che ogni sito debba essere aperto, fotografato e percorso liberamente è relativamente recente. La conservazione impone limiti. Una grotta con pitture rupestri può subire danni per l’aumento di umidità, anidride carbonica e temperatura prodotto dalla presenza umana. Un pavimento musivo può deteriorarsi per il calpestio. Una struttura scavata nella roccia può essere instabile, mentre un’area archeologica remota può non avere sentieri, servizi di sicurezza o un sistema di gestione adeguato.

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Uno studente esplora con un visore. Foto da Shutterstock

Esistono poi siti che non possono essere trasformati in destinazioni turistiche per ragioni culturali e politiche. Alcuni luoghi sono sacri per le comunità locali, altri conservano reperti estremamente vulnerabili. Rendere una visita fisica impossibile non dovrebbe però significare cancellare quel patrimonio dalla conoscenza pubblica.

Qui entrano in gioco le tecnologie digitali. Un rilievo tridimensionale accurato consente di creare una copia digitale consultabile, studiabile e condivisibile senza mettere a rischio l’originale. Può essere utilizzata dagli archeologi, dagli studenti, dalle comunità che riconoscono quel luogo come parte della propria memoria e dai visitatori che non potrebbero raggiungerlo.

Dalla scansione laser al modello 3D

Prima di costruire un’esperienza immersiva bisogna raccogliere dati affidabili. Il processo inizia spesso con la fotogrammetria, una tecnica che utilizza centinaia o migliaia di fotografie dello stesso soggetto per ricostruirne forma, dimensioni e superfici in tre dimensioni. A questa si possono aggiungere scanner laser, droni, rilievi satellitari e sistemi LiDAR, capaci di misurare distanze e restituire nuvole di punti ad altissima precisione.

Questi strumenti permettono di registrare anche dettagli che a occhio nudo passerebbero inosservati: piccole incisioni, tracce di pigmento, deformazioni delle pareti, fessure che segnalano un possibile rischio strutturale. Per gli archeologi non si tratta solo di creare un prodotto per i visitatori. Si tratta di costruire un archivio scientifico che può essere confrontato nel tempo.

Se una porzione di sito crolla, viene danneggiata da un incendio o subisce l’azione dell’acqua, il modello digitale resta una documentazione fondamentale. Non sostituisce il bene perduto, ma permette di conservarne almeno la forma, le misure e il contesto.

Il caso delle grotte di Pleito e Cache Cave

Un esempio significativo arriva dalle San Emigdio Hills, a nord di Los Angeles, in California. Qui si trovano due siti archeologici di grande valore per le comunità native americane: Pleito, noto per le sue pitture rupestri, e Cache Cave, un complesso di cavità che conserva reperti organici e manufatti deperibili risalenti a circa duemila anni fa.

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Un’immagine in VR di Pleito. Foto dello Smithsonian

Entrambi presentano problemi evidenti di accessibilità. Le superfici di Pleito sono fragili e l’arenaria continua a degradarsi. Cache Cave è invece formata da cunicoli stretti e complessi, difficili da attraversare anche per chi ha esperienza. Consentire un accesso regolare a un pubblico ampio aumenterebbe il rischio di danneggiare luoghi già vulnerabili.

Ricercatori della University of Central Lancashire hanno quindi sviluppato modelli in realtà virtuale attraverso fotografie digitali, rilievi laser e tecniche fotogrammetriche. Il risultato non è stato soltanto una riproduzione visiva: ha consentito ai membri della tribù Tejon di entrare virtualmente in luoghi legati alla propria storia ancestrale, compresi gli anziani che non avrebbero potuto affrontare il percorso fisico.

Il digitale come strumento di conservazione preventiva

La conservazione archeologica non riguarda soltanto il restauro dopo un danno. Riguarda anche la capacità di riconoscere il deterioramento prima che diventi irreversibile. Un modello digitale aggiornato periodicamente può rilevare cambiamenti minimi in una parete, nell’inclinazione di una struttura, nella diffusione di una frattura o nel colore di un affresco.

Questo è particolarmente importante in un’epoca in cui i siti archeologici affrontano minacce sempre più frequenti. L’innalzamento del livello del mare mette a rischio aree costiere e porti antichi. Gli incendi danneggiano paesaggi archeologici e aree boschive. Le precipitazioni intense accelerano l’erosione dei terreni. L’espansione urbana e le opere infrastrutturali possono cancellare siti ancora sconosciuti. L’intelligenza artificiale sta già contribuendo a individuare aree da indagare attraverso l’analisi di immagini satellitari, dati LiDAR e modelli digitali del terreno.

Il futuro non è una rovina ricostruita al computer

Il valore di un sito archeologico non sta soltanto nel suo aspetto originario. Una rovina racconta anche ciò che le è accaduto: i crolli, gli abbandoni, le trasformazioni, il tempo. La realtà aumentata funziona davvero quando non cancella questa dimensione, ma la rende comprensibile. La sua applicazione più interessante non è quella che promette di riportare il passato in vita come se nulla fosse cambiato.

È quella che vi permette di vedere meglio il presente del sito, di capire perché è fragile, quali informazioni conserva e cosa rischiamo di perdere. Per questo la tecnologia può aiutare l’archeologia senza sostituirla. Le rovine restano rovine, con la loro materia, i loro vuoti e la loro complessità. Ma grazie a una buona documentazione digitale possono continuare a parlare, anche quando non è più possibile entrarci.

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