Ho girato in lungo e in largo le Baleari e credo che ci sia un’isola adatta a ogni fase della vita. Dopo aver fatto le ore piccole a Ibiza, pedalato in solitaria a Formentera e scoperto Maiorca, con le sue calette e il suo ricco patrimonio storico-artistico, è arrivato ora il momento di Minorca, più lenta, autentica e intima, dove la vita è scandita da ritmi che invitano a fermarsi. Conosciuta come “l’isola della calma”, la più orientale dell’arcipelago incarna pienamente la mia idea di vacanza: lunghi bagni di sole, libri da leggere all’ombra di una pineta e cene vista mare. Senza folla, senza orari. Una volta atterrata, all’aeroporto di Mahón mi aspetta Manuel per consegnarmi lo scooter che mi accompagnerà nei prossimi giorni: «Non preoccuparti dell’antifurto, qui non serve», mi risponde sorridente mentre mi porge le chiavi.

Una semplice affermazione basta a raccontare uno dei tratti distintivi dell’isola dove vige un senso di tranquillità totalizzante, che si percepisce fin dal primo momento. Indossato il casco, sistemato lo zaino e impostato il navigatore, inizia l’avventura. La mia base è Platges de Fornells, nel nord, un’area signorile caratterizzata da villette con portico, residence dalle linee pulite e minimaliste, giardini ordinati e affacci sul mare che, al tramonto, trasformano l’orizzonte in una tavolozza di colori caldi: l’ordine qui non è sinonimo di rigidità, ma un equilibrio visivo capace di regalare una profonda sensazione di serenità.
Minorca, l’isola più selvaggia che mondana
Per chi intende vivere l’isola nell’arco dell’intera giornata è preferibile noleggiare l’auto — soprattutto perché la sera molti tratti non sono illuminati — ma, viaggiando in due e facendo prevalentemente beach hopping, ho preferito le due ruote. Le strade principali sono tutte asfaltate e non ha prezzo costeggiare le pinete accompagnati da folate di vento che inebriano con il profumo dei pini e dei fichi. Le distanze poi non sono mai eccessive.
Minorca è lunga 53 chilometri e presenta una notevole varietà di habitat mediterranei: ogni angolo dell’isola, dichiarata Riserva della Biosfera dall’Unesco, ha un paesaggio diverso. La scelta di spiagge è sorprendentemente ampia. Conviene studiarle prima di avventurarsi: non tutte sono immediatamente raggiungibili, alcune richiedono camminate dai 15 ai 45 minuti. Le più impegnative da visitare sono però anche le più autentiche: calette completamente naturali, prive di chiringuitos e lettini, dove il paesaggio è l’assoluto protagonista. Il sole a Minorca tramonta tardi ma questa generosità di luce richiede un piccolo accorgimento: nelle ore più calde, soprattutto nelle cale più selvagge, ombrellone e crema protettiva diventano indispensabili.
Rotta sull’Illa del Rei

La vacanza inizia da Mahón. Non mi fermo però in città per fare la turista ma prendo il largo: dal Moll de Llevant 61 parte il battello che, in circa 15 minuti di navigazione, conduce all’Illa del Rei, un piccolo scrigno di storia, natura e gastronomia. L’isoletta custodisce infatti l’antico ospedale navale fondato dalla marina britannica nel 1711 che, abbandonato nel 1964, è stato recuperato e valorizzato insieme agli altri edifici attraverso un progetto di rigenerazione culturale e ambientale voluto dalla Fundació Hospital de l’Illa del Rei e attualizzato dallo studio dell’architetto Luis Laplace, senza snaturarne l’identità.

Una volta messi i piedi a terra, si viene catapultati in un’atmosfera contemplativa dove curiosare negli ambienti dell’antico ospedale, tra cui le stanze un tempo destinate alla cura dei pazienti, da esplorare liberamente o attraverso un tour guidato di circa un’ora e mezza. Ma non solo. Qui dal 2021 ha preso forma Hauser & Wirth Menorca (dal nome dei galleristi svizzeri Iwan e Manuela Wirth), un ambizioso progetto artistico esteso su una superficie di 1.500 metri quadrati, sia indoor che outdoor.
Basta fare pochi passi e si accede al centro d’arte contemporanea nelle cui gallerie, otto in totale, trovano spazio mostre temporanee come “Directionless”, curata dall’artista Rashid Johnson, che riunisce 28 artisti di generazioni e provenienze diverse e invita a riflettere, attraverso linguaggi differenti, sul senso di disorientamento che caratterizza il presente. All’esterno, lo spettacolo continua in un percorso a colori che si compone di un giardino mediterraneo con specie autoctone progettato dal paesaggista Piet Oudolf e di sculture di artisti internazionali come Louise Bourgeois e Paul McCarthy.

Il caldo inizia a dare alla testa e trovo rifugio all’ombra di un edificio del XVIII secolo che, un tempo, ospitava gli spazi destinati alla preparazione dei pasti dell’antico ospedale: qui oggi si trova Cantina, ristorante – aperto fino al 25 ottobre – dall’atmosfera conviviale gestito dall’azienda vinicola minorchina Binifadet. Oltrepassato l’arco di ingresso, dopo aver curiosato tra le pubblicazioni d’arte e manufatti realizzati da artigiani locali nel bookshop, mi ritrovo in un vero e proprio angolo bucolico: allestiti tra i fusti di un uliveto, i tavoli si affacciano sul porto e invitano a scoprire una cucina nata dalla collaborazione con pescatori locali e piccole aziende agricole familiari.
Una volta preso posto, mi lascio tentare da una sangria bianca, preparata con succo di pesca e d’arancia, liquore alla pesca, brandy e vino bianco: fresca, equilibrata, con una piacevole nota dolce e una componente alcolica molto delicata, quasi impercettibile al palato. La gusto con calma mentre scorro più volte con gli occhi il menu.

Chiarite le idee, la scelta ricade su un’insalata di pomodori dell’orto di Binissaida Farm Patrick (piccola realtà agricola dedicata alla coltivazione di ortaggi stagionali con metodi sostenibili) arricchita con cipollotto; una patata dolce minorchina affumicata con burro al limone e salvia e, infine, i gamberetti fritti provenienti da Sa Llotja, il mercato ittico di Mahón, serviti con maionese e limone.
«Lo chef — mi dice la cameriera — consiglia di mangiarli come fossero delle chips, testa e coda comprese». Un piatto che unisce gusto e sostenibilità: per ogni porzione ordinata, infatti, un euro viene devoluto a Menorca Preservation, fondazione nata con l’obiettivo di proteggere e rigenerare il patrimonio naturale dell’isola, per sostenere la tutela dell’ambiente. Un impegno riconosciuto anche quest’anno con due stelle ai Sustainable Restaurant Awards. Terminato il pasto, si torna sulla costa settentrionale per trascorrere il resto della giornata a Cala Tirant, una spiaggia di fine sabbia dorata/rossastra abbastanza ampia contornata da una zona di dune: il bello è che, nonostante siamo in alta stagione, non si è costretti a fare lo slalom tra gli asciugamani per trovare il proprio posto al sole.
Tra paella e pomada a Cala Galdana

Nelle giornate in cui le temperature raggiungono picchi di intensità elevati, vale la pena cercare spiagge capaci di offrire anche angoli d’ombra. Dopo qualche ricerca, mi oriento verso sud in direzione Ferreries e, in circa mezz’ora, raggiungo Cala Galdana, una baia dalla caratteristica forma a ferro di cavallo, abbracciata da una rigogliosa pineta che rende il paesaggio particolarmente piacevole. Qui si può scegliere tra il relax sul lettino della spiaggia attrezzata, un’uscita in pedalò o kayak per esplorare i dintorni oppure stendere il telo sotto gli alberi e dedicarsi alla lettura, come piace a me, approfittando di una lieve frescura.
Senza perdere di vista il mare, per pranzo mi sposto sull’adiacente terrazza del Cape Nao Beach Club, uno dei ristoranti del Meliá Cala Galdana, hotel dallo stile modernista che, con le sue ampie vetrate a tutta altezza e gli spazi aperti, preserva un costante contatto con l’ambiente circostante mentre l’infinity pool regala la sensazione di nuotare sospesi sulla baia.
Menu alla mano, seguo il consiglio di Judit, responsabile delle relazioni con gli ospiti, e ordino un calice di pomada, il celebre cocktail minorchino a base di gin e limonata. Un sorso dopo l’altro accompagna l’attesa, fino a quando arriva in tavola la protagonista indiscussa del pranzo, sua maestà la paella, disponibile in più varianti: con il maiale nero maiorchino; con pesce e frutti di mare oppure nella versione vegetariana con verdure, la mia preferita. Le porzioni sono generose ma il piacere di ogni boccone vince tanto che alla fine non resta nemmeno un chicco di riso nel piatto.

Per chi desidera un pranzo più veloce, poco distante c’è il Beach House by Cape Nao, una soluzione informale affacciata sulla spiaggia dove scegliere tra fritture di pesce, panini con calamari o prosciutto iberico e insalate fresche. Per smaltire basta poi seguire il sentiero adiacente che, in circa 15 minuti, conduce a Cala Mitjana.

Quando la spiaggia appare dall’alto, il panorama ripaga ogni passo: una distesa d’acqua turchese incorniciata da alte scogliere bianche e da una vegetazione mediterranea, uno scenario che rende quasi impossibile resistere alla tentazione di un tuffo. Mi continuo a guardare intorno, come se volessi imprimere ogni angolo nella memoria. La vera sfida è trovare la voglia di ripiegare l’asciugamano e rientrare.
Dalle spiagge attrezzate alle uscite in kayak
Altro giorno, altra spiaggia. Le strade sono poco trafficate e ciò che più mi sorprende è la guida rilassata degli automobilisti, rispettosi della segnaletica e degli scooteristi con sorpassi sempre prudenti e mai azzardati. La destinazione di oggi è Sant Tomàs, una lunga spiaggia di sabbia chiara incorniciata da tratti rocciosi che delimitano la baia dalle acque trasparenti e poco profonde dove trascorro l’intera giornata. È proprio qui che, mentre mi rinfresco sopraffatta dall’afa, piccoli pesci – quasi impossibili da distinguere per dimensioni e colori – mi mordicchiano le gambe costringendomi a goffi saltelli nel tentativo di sottrarmi alla presa. Prima di rientrare, una tappa d’obbligo è il mercato di Es Mercadal che si tiene ogni giovedì sera a partire dalle 19, dove assaggiare e acquistare prodotti locali, tra artigianato, salumi, formaggi e dolci, ideali per uno spuntino o per una cena veloce in un clima allegro e conviviale.
Per conoscere la vera bellezza di Minorca, vale la pena prendere il largo. Se alcuni angoli della costa sono raggiungibili solo navigando, anche il kayak regala una prospettiva privilegiata: dal porto di Es Fornells, ad esempio, in una mezza giornata si può esplorare la baia pagaiando al proprio ritmo tra acque calme e protette, isolotti, fondali bassissimi e piccole calette come Cala Blanca e Cala Cabra Salada che sembrano delle piscine naturali. Non ha prezzo guardarsi intorno e ritrovarsi completamente da soli: l’impressione è quasi quella di essere su un’isola deserta.

Dopo quattro ore trascorse in movimento, con le braccia un po’ affaticate ma la mente rigenerata, rientro al porto per un pranzo veloce prima di ripartire verso una nuova destinazione. La scelta ricade su Arenal d’en Castell che, collocata in una zona residenziale, è più frequentata rispetto alle spiagge viste nei giorni precedenti. Ad accogliermi trovo un’ampia distesa di sabbia dorata, acque calme poco profonde e una buona offerta di servizi tra bar, ristoranti e negozi.

A Minorca le giornate sembrano non finire mai: il sole continua a scaldare la pelle fino a sera e, anche dopo le otto, è ancora possibile concedersi un ultimo bagno o restare in spiaggia ad aspettare il tramonto. L’ultimo giorno scelgo di rimanere nel nord dell’isola, prima di dirigermi in aeroporto. Da Platges de Fornells, in circa un quarto d’ora arrivo a Binimel·là, spiaggia sita all’interno della Riserva Marina del Nord: dal parcheggio bastano pochi minuti a piedi, tra dune e piccole lagune, per raggiungere la riva. Qui il paesaggio cambia ancora: la sabbia dalle sfumature rossastre, le rocce che circondano la baia e la pineta alle spalle creano un ambiente quasi lunare. Le temperature sono particolarmente roventi e, per trovare riparo nelle ore più calde, mi sposto tra gli alberi della pineta.

Prima di partire, faccio tappa al Restaurant Binimel·là per un ultimo assaggio della cucina minorchina. In tavola arriva, come antipasto, il pane con il formaggio tipico di Mahón seguito da una tortilla e le immancabili patatas bravas. Recuperate la valigie, mi dirigo verso l’aeroporto per riconsegnare lo scooter a Manuel prima del fatidico momento dei saluti. Il tempo è volato, scandito dal lusso della semplicità: una terrazza vista mare, un tuffo al calar del sole, un calice di sangria e conversazioni nate per caso con chi vive l’isola ogni giorno, nella speranza che quell’autenticità e quell’esclusività che la distinguono sopravvivano senza cedere alle logiche del turismo di massa.