Un bagliore nel crepuscolo blu elettrico dell’Alaska: il fiume Kasilof scorreva accanto ai miei stivali. Era il 4 luglio, il compleanno di mio padre: un giorno che avevamo sempre passato a pescare. Diciassette anni fa, durante il nostro ultimo grande viaggio, ci eravamo immersi in queste acque sperando di catturare un salmone reale. La pesca era il linguaggio d’amore di mio papà che mi fece crescere su una Boston Whaler pescando a traina lo sgombro reale al largo dell’Emerald Coast della Florida. Imparai ad amare questa disciplina nei torrenti di montagna illuminati dal sole, dove catturavo e rilasciavo trote iridee e di fonte. Intorno ai trent’anni, volammo insieme in Alaska con la missione di tirare a riva un salmone reale. Noto anche come Chinook, il King è un pesce da lista dei desideri: il più grande di tutti i salmoni del Pacifico, il meno abbondante e tra i più difficili da catturare.
Ero incinta in quell’ultimo viaggio, nel 2007, e in più di un momento immaginai mio padre che insegnava a pescare a suo nipote. Non lo sapevamo ancora, ma il cancro era in agguato dentro di lui. Prima della fine dell’anno avrebbe baciato i piedini del nipote appena nato, ma a ridosso del primo compleanno del mio bambino, papà avrebbe esalato l’ultimo respiro. Il 4 luglio successivo avremmo condotto la sua barca al largo per guardare le sue ceneri sparire per sempre nell’azzurro salato. Ignari di ciò che ci attendeva, calavamo le esche con la speranza maniacale dei pescatori in missione. In sette giorni sul Kasilof allamai un solo pesce. Il salmone lottò con forza e, mentre lo portavo a fatica in superficie, vidi un lampo d’argento. Poi la lenza si spezzò e lui se ne andò. Tornammo a casa senza un King.
Ora, sui quarant’anni, mettevo piede in quello stesso fiume, pensando all’amore, alla perdita e alle cose che trasmettiamo ai nostri figli. Papà non vide mai mio figlio guidare un’auto, correre in bici o indossare lo smoking al ballo della scuola. Volevo, un giorno, portare il mio ragazzo in Alaska, per insegnargli a catturare il pesce che non ero riuscita a catturare con mio padre. Ma prima dovevo imparare io.
La vita di un salmone è un viaggio circolare tra fiume e mare. Un anno dopo essere nati dalle uova deposte nella ghiaia del fiume, i giovani salmoni si avviano verso l’oceano. Lungo il tragitto si trasformano da grigi pesci d’acqua dolce in argentei adolescenti adatti alla vita in acqua salata. Nuotano per migliaia di chilometri attraverso l’oceano, banchettando con le sue ricchezze. Dopo qualche anno, ogni salmone sente il richiamo del fiume in cui è nato. Lo risale fino a incontrare un compagno con cui si accoppia prima di morire. La cosa buffa, nel cercare di catturare un salmone, è questa: smentisce l’intera premessa della pesca, che consiste nell’ingannare un pesce inducendolo ad abboccare a un amo nascosto in qualcosa che somigli a cibo. Quando i salmoni entrano in acqua dolce smettono di mangiare, affidandosi al proprio grasso corporeo per la risalita. È in parte ciò che li rende così difficili da prendere.

Per massimizzare le mie possibilità, avevo programmato un viaggio all’Alaska Sportsman’s Lodge, un lussuoso avamposto segnalato dall’azienda di articoli da pesca Orvis sul fiume Kvichak, vicino a Bristol Bay. Ogni settimana una ventina di ospiti si imbarca in una battuta di pesca da sogno, assistita da 28 membri dello staff, tra cui guide esperte, piloti di bush plane e uno chef. Situato in una parte dell’Alaska sudoccidentale priva di strade, il lodge è raggiungibile con un volo charter da Anchorage al villaggio di Igiugig, seguito da cinque minuti di barca. Dovevo arrivare il 4 luglio, ma un po’ troppo tardi per poter pescare. Decisa a calare la lenza nel giorno del compleanno di papà, ho escogitato un piano di riserva. Dopo aver fatto visita ad amici a Kenai, mi sarei alzata alle 4 del mattino per pescare nel fiume Kasilof con il fantasma di mio padre, prima di raggiungere il lodge.
Per quell’uscita ho ingaggiato Tyler Alward, titolare del Silverfin Guide Service, perché mi aiutasse a districarmi tra le regole mutevoli della pesca nella regione. Nei diciassette anni dal mio primo viaggio, le risalite del salmone reale in Alaska sono diminuite. Molti fiumi, compreso il Kenai — patria del record mondiale, un King da 44 chili pescato nel 1986 — erano stati chiusi alla pesca di questa specie o avevano altre restrizioni. Sul Kasilof era vietata l’esca naturale, così abbiamo usato quelle artificiali. Con l’acqua alla caviglia, ho lanciato perline del colore delle uova di salmone, poi un rotante che luccicava come un’aringa. Tre ore e zero abboccate dopo, Tyler ha proposto di lasciar riposare i king e provare a pescare il sockeye.

Dopo altre tre ore, tutto ciò che avevo da mostrare era una spalla indolenzita. Sconfitta, mi sono rivolta a Tyler: «Non sono troppo orgogliosa di portare a riva un pesce catturato dalla mia guida». Mentre andavo a passargli la canna, l’ho sentita prendere vita: il mio umile gesto di resa aveva, senza volerlo, ferrato l’amo. Buon compleanno, papà, ho pensato. Quando il pesce è balzato fuori dalle acque lattiginose in un improvviso lampo d’argento, sono rimasta sorpresa: mi aspettavo la versione del Sockeye in frega, una vistosa gobba sul dorso e un colore cremisi e verde. Ma lui era fresco di mare e ancora lucente come cromo. L’avevo allamato di lato, così ho dovuto liberarlo. Ho lasciato il fiume con profonda gratitudine.
Avevo finalmente catturato il mio primo salmone. Non era un King, ma c’era ancora tempo. «Mio nonno una volta mi disse che sono quelli che ci sfuggono a farci tornare», ha detto Tyler mentre ce ne andavamo sul volo verso l’Alaska Sportsman’s Lodge ho guardato in basso il limpido fiume Kvichak e ho visto un banco di Sockeye, largo forse dieci pesci, che risaliva la corrente in fila ordinata. Il Kvichak nasce dalle acque alimentate dai ghiacciai del lago Iliamna, il più grande dell’Alaska, dove milioni di Sockeye si dirigono a deporre le uova. Questa abbondanza sbalorditiva è in parte ciò che spinse Brian Kraft, ex giocatore professio- nista di hockey, a costruire qui il lodge nel 1997, affidandosi ai bush plane per trasportare il legname nella tundra povera di alberi.
«Oggi potrebbero passarci davanti 30mila pesci all’ora», mi ha detto Brian al mio arrivo. Mi sono unita agli altri ospiti attorno a un fuoco e a un buffet di crema di salmone affumicato, chimichanga e vino. Ho notato due ragazzini che scherzavano con il papà e il nonno, e ho sentito una fitta di nostalgia. «L’Alaska è l’ultima roccaforte delle risalite di salmone selvatico», ci ha detto Brian. «Bristol Bay in particolare». Bristol Bay è una sacca orientale del Mare di Bering che si trova tra le isole Aleutine dell’Alaska e la penisola russa della Kamčatka. Ogni estate cinquanta milioni di salmoni attraversano la baia per risalire nove grandi sistemi fluviali. Vi si trovano tutte e cinque le principali specie di salmone del Pacifico: il King (reale), il Sockeye (rosso), il Coho (argentato), il Pink (rosa) e il Chum (keta). Il Kvichak è un paradiso per i pescatori sportivi, ma le guide pensavano di portarmi in volo sul Nushagak, il fiume che storicamente ha avuto le migliori risalite di salmone reale dell’Alaska. La mattina seguente, le nuvole cariche di pioggia hanno reso impossibile il volo.

La mia guida, Jeff Pfaender, ha proposto di provare a cercare i Sockeye sul Kvichak. In piedi tra l’erba della palude sul bordo del fiume, vedevo i pesci scorrere accanto ai miei stivali in una parata apparentemente infinita. Jeff mi ha insegnato a far oscillare la canna «come una palla da demolizione». Al sesto lancio la lenza è caduta nella bocca spalancata di un Sockeye. Ho spostato la punta della canna verso riva, facendo passare la lenza attraverso le fauci del salmone e ferrando l’amo. L’acqua è esplosa mentre il pesce balzava in un salto mortale all’indietro. Era un esemplare di tre chili: un pesce da non farsi sfuggire. Jeff l’ha colpito sulla testa, poi gli ha strappato una branchia. Filamenti di sangue si arricciavano nel fiume mentre lo trattenevo per una foto, con una fitta di dissonanza interiore nel sorridere davanti a un essere che stava morendo.
Quella mattina ho raggiunto in fretta il mio limite di cinque Sockeye al giorno. Di solito le guide li puliscono e li congelano in sacchetti sottovuoto, così gli ospiti possono volare a casa con una borsa termica. Ma io volevo pulire questo bottino da sola. La carne era più brillante e rossa di qualsiasi filetto avessi mai comprato in un negozio. A cena lo chef ha preparato il mio pesce con semplicità, in padella e servito su piselli e patate novelle. Dopo una doccia calda nel mio chalet, mi sono infilata a letto pensando a quanti pasti avessi dato per scontati: a base del pesce che mio padre catturava e puliva sul molo dietro la nostra casa in Florida, cucinato da mia madre ore dopo.

Una coltre di nebbia il mio secondo giorno, ha di nuovo escluso il volo sul fiume Nushagak. Le guide hanno proposto una gita a Brooks Falls, una delle attrazioni estive più gettonate del Katmai National Park & Preserve. Se non potevo pescare, allora avrei guardato gli orsi farlo al posto mio. «Non esultate quando un orso cattura un pesce!», ci ha intimato un ranger alla “Bear School”, la sessione di sicurezza obbligatoria. Dopo mi sono unita a una piccola folla di turisti su una piattaforma panoramica, da cui guardavamo i salmoni lanciarsi su per le cascate alte quasi due metri. Cinque bestioni erano appostati nel fiume, in attesa come a una sfilata del Mardi Gras, bramosi di una collana di perline. Quando uno ha afferrato un pesce a mezz’aria, non ho potuto trattenere uno strillo. Mi sono svegliata di nuovo con un cielo plumbeo, il mio ultimo giorno.
Ero in ansia. Avevo fatto tutta quella strada fino in Alaska senza riuscire a catturare un King, di nuovo? Sapevo che erano sfuggenti, ma poteva davvero essere così difficile? Avevo fatto adirare gli dèi della pesca? Brian si è offerto di cambiarmi il volo perché potessi fermarmi a pescare un giorno in più. Le previsioni sembravano promettenti, e mi avrebbe portato lui stesso, in volo, al King camp privato del lodge sul Nushagak. Finalmente, nel mio giorno bonus, il cielo era terso, così ho infilato i waders (stivali alti e impermeabili, ndt) e ho raggiunto il mio equipaggio sul molo.
Mike Kennedy, la nostra guida, era fiducioso che avremmo allamato un King. Glady Mae Speer, responsabile dell’ospitalità del lodge, era stata toccata dalla mia storia e si era presa un raro giorno libero per unirsi a noi, come pure Brian. Il nostro gruppo di quattro si è infilato in un Cessna dei primi anni Settanta per il volo di trenta minuti fino al Nushagak. Il fiume era stranamente silenzioso, e la nostra era l’unica barca. Uno dei metodi più efficaci per catturare un King è la traina, con esche che si immergono in profondità, aiutate da pesi che sentivamo picchiettare sul fondo mentre la barca avanzava. Mike ha armato una canna per ogni passeggero per migliorare le nostre probabilità, ma tutta la mattinata è trascorsa senza una sola abboccata.

La traina non è il mio metodo di pesca preferito — è un gran stare seduti ad aspettare — ma mi ha fatto rimpiangere quelle uscite di dodici ore con mio padre sulla costa del Golfo, in Florida. Mi ha anche dato il tempo di riflettere davvero sul futuro del salmone. Bristol Bay racchiude le più grandi risalite al mondo di salmone selvatico; altre zone non se la passano altrettanto bene. In Idaho, dove vivo, il salmone reale è prossimo all’estinzione e il Sockeye è a rischio. Persino in Alaska c’è una tendenza preoccupante: i salmoni tornano a risalire i fiumi prima di quanto facessero un tempo, e quindi sono più piccoli. La specie che fa più fatica, in ogni parte del mondo? I King. Riflettendo su questa cupa realtà, ho messo in discussione il mio desiderio di catturarne uno. Era egoista? Irresponsabile? Alcuni miei amici difensori dei pesci tagliano gli ami dalle loro mosche — non solo l’ardiglione, ma l’intero, maledetto amo — per eliminare il rischio di danneggiare un pesce in via d’estinzione catturandolo. A loro basta vedere un pesce salire in superficie. Nell’ultima ora prima di dover rientrare all’aereo, Mike ha visto la punta di una canna sussultare. «Pesce!», ha gridato. Mi ha messo la canna tra le mani e sono scattata in piedi. Tutti gli altri hanno recuperato la lenza mentre io puntellavo l’impugnatura sul fianco, pronta alla battaglia delle battaglie.
Ma il salmone sembrava non combattere affatto: la lenza era lenta e rientrava troppo in fretta. Quando non ho avuto più filo da recuperare, ho alzato la canna per tenerla in tensione. Ho visto un ventre bianco affiorare. Improvvisamente la lenza si è allentata di nuovo: il salmone si era slamato. Ho lottato con la vergogna di aver perso il pesce e di aver sprecato il tempo e le risorse di tutti quelli che mi avevano aiutata. Sentivo di aver deluso tutti. Per un’ultima, disperata mossa, ho chiamato Tyler, la guida che mi aveva aiutata a catturare il mio primo Sockeye all’inizio della settimana. Stavolta ha scelto il fiume Ninilchik, sulla penisola di Kenai, facile da raggiungere in auto. Nel mio ultimo mattino in Alaska, abbiamo guadato un tratto di acqua limpida alta fino al ginocchio. Ho ravvivato la mia ultima scintilla di speranza come braci in un falò che si spegne. La pesca era fiacca. Di nuovo, nessuna abboccata. Mi sono preparata alla delusione e ho cercato di gioire di tutte le meraviglie del semplice essere sul fiume. Sentivo papà sussurrare: «È per questo che si chiama pescare, non prendere».
All’ultima buca, Tyler ha tirato fuori un trucco imparato dal suo mentore: un’aringa, con la testa rimossa con un taglio diagonale. L’ha lanciata a valle, dietro una roccia, dove l’acqua era ferma e profonda, poi l’ha recuperata controcorrente. Andando contro la corrente, guizzava come la coda di un pesce-esca in movimento. Tyler ha rispettato l’etichetta delle guide: lasciare che sia il cliente a ferrare il pesce. Ma sul suo lancio dimostrativo un salmone ha attaccato, rapido e deciso. Così mi ha offerto la canna e, senza esitare, l’ho accettata. Se fossi stata più giovane, più nuova all’impresa o meno disperata, forse avrei provato una punta di vergogna o di delusione. Ma in un certo senso è sembrato giusto, un’eco di tutte quelle volte in cui mio padre allamava un pesce e mi passava la canna. Il pesce è scattato, e io ho sussurrato il mantra di ogni guida: Tienilo teso! Tienilo teso! Era un combattente. Correva a monte e a valle, aggirando rocce che minacciavano di tagliare la lenza se non danzavo attorno a esse.
Lottava per la vita, e io lottavo per la redenzione. Forse volevo dimostrare che le lezioni di mio padre sulla barca mi erano servite. Il mio desiderio di catturare questo pesce era qualcosa di primordiale, scritto nei miei geni. Legata a un altro essere vivente da una lenza sottile e tesa, ho sentito l’antico legame tra gli esseri umani e i pesci. Forse è per questo che pesco; perché desidero così tanto insegnarlo a mio figlio. Tra le mie mani, il salmone reale luccicava come oro rosa. Quella sfumatura di colore significava che si stava preparando a deporre. L’ho cullato delicatamente nel fiume, prendendomi tutto il tempo, memorizzando ogni squama scintillante. «Fallo girare piano», ha detto Tyler. «Dondolalo avanti e indietro». Chiamo questo istante quickening, il guizzo di vita del pesce che nuota via dalle mie mani. Sognavo questo momento da diciassette lunghi anni. Non importava che ad allamarlo fosse stata la mia guida. Un solo King era tutto ciò di cui avevo bisogno. Avevo ancora due ore di uscita pagata, così ho deciso di continuare a lanciare. Non fosse altro che per concentrarmi sul pescare, non sul prendere. E poi, quando meno me lo aspettavo, un altro salmone reale ha abboccato. Stavolta sono stata io a ferrare.