Conta ben 16 secoli di storia e custodisce un incredibile archivio di libri, pergamene, manoscritti e opere d’arte: nel cuore della città scaligera, all’ombra del duomo (piazza Duomo, 19), la Biblioteca Capitolare di Verona è in attività perlomeno dal 517 d.C., anno a cui risale la prima documentazione, il che la rende la più antica del mondo. Porta infatti la data del 1° agosto 517 la “firma” del chierico Ursicino, che trascrisse un codice e – insolitamente – appose sul manoscritto il suo nome oltre alla data, lasciando così una traccia certa della storia della biblioteca.
Tra passato e presente
Sopravvissuta a pestilenze, razzie, alluvioni (come quella del 1882, quando le acque dell’Adige sommersero oltre i due terzi della città) e al bombardamento americano del 1945, è riuscita a preservare il suo patrimonio librario e, nonostante le necessarie ricostruzioni che hanno in gran parte modificato l’aspetto originale dell’epoca medievale, anche l’atmosfera suggestiva delle sue sale.

E, grazie alla Fondazione nata nel 2019 – ente non profit che ha l’obiettivo di portare avanti il meticoloso lavoro di conservazione del prezioso materiale qui conservato e renderlo sempre più accessibile al pubblico – non smette di guardare al presente e al futuro, grazie a una ricca serie di attività e appuntamenti. Ad esempio, dal 2023 sono stati aperti al pubblico nuovi spazi espositivi (ingresso a pagamento) al primo piano dell’edificio, e si sta lavorando alla realizzazione di un hub culturale per lo studio integrato del libro e per il sostegno alla ricerca.

Oltre che per le consultazioni, la Capitolare accoglie per visite guidate su prenotazione e con un calendario di convegni, laboratori ed eventi tematici. Mentre è in programma anche di aprirsi alle partnership e all’organizzazione di eventi in spazi dal fascino unico come il sontuoso Salone Monumentale Arcidiacono Pacifico e il Chiostro Canonicale del XII secondo, oltre che nella sala conferenze inaugurata nel 2022.
Un patrimonio di pagine e inchiostro

Nata come emanazione dello Scriptorium (“officina” libraria in cui gli amanuensi lavoravano alla trascrizione minuziosa dei testi dei Canonici della Cattedrale) che poi cedette il passo alla collezione di incunaboli e dei primi prodotti dell’arte tipografica, e infine dei libri veri e propri, la Biblioteca Capitolare custodisce veri tesori e preziose testimonianze del passato, e ha visto passare nelle sue sale molti personaggi illustri della letteratura italiana, inclusi Dante Alighieri e Francesco Petrarca.
Nel vasto e notevole corpus di testi che spaziano dalla teologia e il diretto a medicina e botanica e molto altro – tra cui 1.280 manoscritti, 11mila pergamene, 100mila libri, 250 incunaboli, migliaia di cinquecentine e seicentine –, e 750 opere d’arte che vanno dai dipinti ai reperti archeologici, spiccano alcuni esemplari davvero unici.

Oltre al codice di Ursicino, infatti, è qui conservato il prezioso Codice VI – tra i più antichi evangeliari purpurei, detti così per le pagine in preziosa pergamena imbevuta di porpora, che si è conservato pressoché intatto – e la più antica copia al mondo del De Civitate Dei di Sant’Agostino: fu realizzata all’inizio del V secolo, quando l’autore era ancora in vita. E ancora: il manoscritto delle Istituzioni del giurista romano Gaio, del V secolo – che ha fatto arrivare fino ai nostri giorni la testimonianza del diritto romano classico precedente alle alle manipolazioni bizantine della riforma di Giustiniano.
Il ricordo della Verona del passato

Tra le opere custodite nella stanza della Biblioteca c’è anche un’immagine che racconta il passato di Verona, e quello che fu il suo aspetto in epoca medievale: si tratta dell’Iconografia Rateriana – o Civitas Veronensis Depicta – ed è la più antica rappresentazione conosciuta della città (inclusa la famosa Arena, denominata Theatrum), ad opera del vescovo Raterio: risalente alla prima metà del X secolo, venne ritrovata da un monaco benedettino dell’Abbazia di Lobbes in un codice medievale ma andò distrutta in un incendio.
Quella che si trova nella Biblioteca Capitolare, oggi esposta nelle nuove sale museali, è una copia manuale che appartenne all’intellettuale Scipione Maffei, mentre se ne ritrova solo un’altra versione stampata – con minuscole differenze – in un volume dello storico settecentesco Giambattista Biancolini.
Altra curiosità dedicata alla città è il celebre Indovinello Veronese. Si tratta di un piccolo enigma,
una sorta di appunto scritto in corsivo da un ignoto amanuense tra l’VIII secolo e l’inizio del IX sul margine superiore di un foglio in un codice pergamenaceo liturgico più antico, che recita: Se pareba boves, alba pratalia araba / et albo versorio teneba, et negro semen seminaba (tenendo innanzi a sé i buoi, arava prati bianchi con un aratro bianco e seminava un seme nero), rappresentando una metafora della scrittura e del mettere “nero su bianco”. Poche righe che costituiscono la prima frase scritta nella lingua volgare italiana di cui si trovi attestazione: il “seme” da cui sarebbero fioriti capolavori destinati a restare per sempre.
