In viaggio lungo la costa della Croazia

In viaggio lungo la costa della Croazia

Eredità blu: sulla scia della esuberante vitalità di mia madre da poco scomparsa, seguendo una scia di località balneari da cartolina.
“La ragazza con il gabbiano”, scultura del 1956 sul lungomare di Opatija - Foto di Kevin West

Questa storia non doveva cominciare a Zagabria, ma poi al mio tavolo, all’ora di pranzo, è arrivato un loquace bimbo di cinque anni di nome Oliver. Due settimane prima, a metà maggio, io e la mia famiglia avevamo seppellito mia madre, che adorava i bambini. Nel mio stato d’animo, stordito dal fuso orario e affranto dal dolore, ho visto in Oliver un suo messaggero, un tenero invito ad andare avanti, a continuare a viaggiare, a «trovare la gioia», come diceva spesso lei. Il mio incarico in Croazia era scrivere della costa adriatica: di acqua salata e isole, olio d’oliva e scampi, lavanda e fiori selvatici, racconti locali e antiche leggende, del declino degli imperi e della ricerca della salute.

Ma sono atterrato a Zagabria, la capitale, e mi ero concesso un giorno di acclimatamento prima di guidare fino a Opatija (si pronuncia o-pa-tì-ya, conosciuta in italiano come Abbazia), storica località balneare su un bel tratto del Golfo del Quarnaro, lungo la penisola istriana, nella Croazia nordoccidentale. Il pomeriggio era riservato a un pranzo da Tač, uno di quei ristoranti familiari gestiti con piglio deciso — come il Contramar a Città del Messico o il Club 55 a Saint-Tropez — che servono pesce semplice a prezzi esagerati, giustificati, immagino, dalla disponibilità della clientela a pagarli.

Un pranzo di pesce e verdure grigliate da Mol, ristorante sull’isola di Lošinj

Il parcheggio era intasato di Porsche, Range Rover e una Ferrari. Oliver è comparso dopo il primo piatto, attirato al mio tavolo dall’ingombrante macchina fotografica professionale. All’inizio era timido, e ha scritto il suo nome sulla mia mappa da turista. Io ho scritto il mio per ricambiare. Lui l’ha ripetuto diverse volte, poi ha annunciato raggiante, in inglese: «Siamo amici». Oliver mi ha detto che il suo sport preferito era lo sci e ha nominato ogni oggetto sul tavolo (forchetta, piatto, acqua, olio d’oliva, e così via). Poi mi ha raccontato del suo recente viaggio a New York e mi ha implorato di assaggiare il cioccolato di MrBeast, aprendo l’immagine dell’etichetta sul mio telefono per mostrarmela.

«È il più buono del mondo», ha detto. Ho chiesto a Oliver se avesse imparato l’inglese a scuola. «Sono all’asilo», ha risposto, alzando gli occhi al cielo, come se fosse ovvio a tutti che all’asilo non si insegna inglese. L’anno scolastico è finito? Sì, ha detto. E quali erano i suoi piani per l’estate? Andare al mare, ha risposto. Dove? A Opatija. E questo è stato il debutto al mio arrivo. È un posto per gente come i genitori di Oliver: persone che guidano auto costose, si vestono di lino d’estate e lasciano che il loro precoce bambino parli con gli sconosciuti in un ristorante dove conosce tutto il personale per nome. Per essere più precisi, i visitatori di Opatija arrivano da Austria, Croazia, Germania, Slovenia e Ungheria, in quest’ordine.

Si noti il contingente austriaco. La Repubblica di Venezia cercò di dominare la costa croata per quasi otto secoli, a partire dall’anno Mille circa, e quell’influenza persiste. Molti residenti più anziani parlano non solo italiano e croato, ma anche un dialetto locale derivato dal veneziano antico e dal croato antico. I più giovani, invece, più probabilmente hanno l’inglese come seconda lingua. Nelle cittadine portuali che ho visitato, le case sul lungomare erano dipinte in colori stridenti eppure in qualche modo armoniosi — acquamarina, giallo calendula e verde celadon —, come sull’isola veneziana di Burano.

La Kukuriku, ristorante nella cittadina di Kastav

L’architettura delle chiese croate lungo la costa può essere in puro stile Serenissima. Chiudi gli occhi entrando nella chiesa di Sant’Eufemia a Rovigno, città portuale dell’Istria, e quando li riapri sei a Santa Croce. Opatija è l’eccezione. La sua età dell’oro arrivò alla fine dell’Ottocento, dopo il dominio veneziano d’oltremare, e il suo patrimonio architettonico risente di altre influenze. Le ville neoclassiche simili a glasse per cupcake e i grandi alberghi, decorati con i ghirigori sinuosi dell’Art Nouveau, sono reperti della Belle Époque, abbandonati come carri di parata dall’Impero austro-ungarico. Una fontana posta davanti all’Hotel Imperial lo testimonia in modo eloquente: Helios non punta l’indice a oriente, come ci si aspetterebbe da un dio del sole, ma verso il trono asburgico a Vienna.

Il giorno dopo aver conosciuto Oliver, ho percorso i circa 175 chilometri di autostrada veloce da Zagabria a Opatija e ho preso una camera all’Amadria Park Hotel Milenij, una villa in stucco rosa come un macaron alla fragola. Quel giorno il tempo era stato «variabile», per usare l’eufemismo del receptionist, e mentre scendevo a cena un acquazzone è passato sopra di noi. Mi avevano fatto sedere sotto la terrazza ad arcate; quando è arrivato il mio Negroni, il sole aveva ormai fatto capolino. Sono comparsi due arcobaleni doppi.

Una volta io e mia madre ne rincorremmo uno doppio per trovare la pentola d’oro: con nostro grande spasso, toccava terra all’altezza di un lussuoso centro commerciale nuovo. Gli arcobaleni sul Golfo del Quarnaro mi sono sembrati un altro segno, stavolta quasi una strizzata d’occhio. «Ciao mamma», ho detto ad alta voce. La mattina dopo la guida locale Nikola Špehar mi ha accompagnato lungo il lungomare illuminato dal sole, una passeggiata sul mare di quasi dieci chilometri costeggiata da cipressi italiani secolari, alloro profumato e oleandri in fiore. Opatija è rigogliosa, una città-giardino irrigata dalle sorgenti che scendono dal monte Učka

L’acqua piovana del giorno prima scrosciava nei canaletti sotto il camminamento di pietra e, a una decina di metri dalla riva, una sorgente artesiana sommersa increspava la superficie con l’acqua dolce che affiorava nella baia salata. Špehar aveva l’amore sconfinato per i dettagli dello storico dilettante e la scioltezza naturale del narratore. Mentre camminavamo, mi ha spiegato come, fin dall’antichità, ogni impero mediterraneo si fosse conteso ciò che questa costa possedeva: rotte marine favorite dai venti, porti riparati, ridotte strategiche, uliveti e vigneti. Greci, romani, veneziani, ungheresi, ottomani, Napoleone, Regno d’Italia, Asburgo e Jugoslavia: tutti ne rivendicarono il possesso. La popolazione croata arrivò dall’Europa orientale intorno al Settecento, e nell’879 papa Giovanni VIII a Roma riconobbe la Croazia, facendone una delle più antiche identità nazionali d’Europa.

L’era turistica di Opatija cominciò nel 1844 con un ricco mercante. Eugenio Scarpa comprò la terra attorno a un porticciolo noto per la sua vecchia abbazia — opatija in croato — e vi costruì una villa, battezzandola Angiolina in onore della moglie defunta. Creò un mercato immobiliare di lusso, che andò a tutto vantaggio del suo patrimonio personale, dato che aveva acquistato tutta la terra circostante. Opatija divenne un luogo di svago per i ricchi e i nobili. Qualche anno più tardi la Compagnia delle Ferrovie Meridionali austriache raggiunse Opatija con binari posati attraverso il Giardino del Diavolo, il nome con cui, sin dai tempi dei Romani, si indicava la catena montuosa che separa la costa dall’entroterra.

I dirigenti della ferrovia si accorsero di avere pochi acquirenti di biglietti, perché non esistevano alloggi per la classe media. Così, nel 1884, inaugurarono un grande palazzo per turisti, l’Hotel Kvarner. Alla vigilia della Prima guerra mondiale Opatija vantava 24 hotel, 36 pensioni e 12 sanatori, serviti da 80 medici. La città era assolutamente all’avanguardia, con luce elettrica, impianti idraulici interni, tram e persino telefoni. «Come esiste una riviera francese, una riviera italiana e perfino una riviera inglese. Questa è la riviera austriaca. Tutte nate nello stesso periodo, con la stessa architettura, gli stessi visitatori, la stessa idea», ha detto Špehar. E quella grande idea era la salute. Il colpo da maestro dei dirigenti delle Ferrovie Meridionali austriache fu promuovere Opatija come una città termale non meno salubre — e non meno glamour — di Nizza, meta principale dei convalescenti nell’epoca della tubercolosi.

In bici nel centro storico di Rovigno

La cura di Opatija consisteva in immersioni in acqua di mare, bagni di yogurt e di vino, e ore trascorse in ombreggiati padiglioni per inalare l’aria pura. Una volta guariti, i ricchi sfilavano per il lungomare complimentandosi a vicenda per il loro incarnato luminoso. La Croazia fu unita a quella che sarebbe diventata la Jugoslavia nel 1918, e il dittatore Josip Broz Tito salì al potere dopo la Seconda guerra mondiale. I grandi alberghi sbiadirono. «Opatija ha sonnecchiato per un po’», è il modo in cui un amico tedesco, a casa, l’aveva descritta prima del mio viaggio. Se è così, la sveglia sta suonando. Uno degli hotel più nuovi della riviera, il Keight Hotel Opatija, ha aperto nel 2024, e il suo design parla del nostro momento storico: spazi dalle linee pulite arredati in uno stile eco-eclettico inoffensivo, la lingua franca di Instagram. Per le vedute dall’alto della riviera, io e Špehar siamo saliti in auto fino alla cittadina collinare di Kastav. La nostra passeggiata è iniziata fuori dalla porta medievale — solo i residenti possono attraversa- re in auto le mura di pietra — ed è finita con un aperitivo in piazza.

Lì ci siamo uniti al ristoratore di quarta generazione Nenad «Nano» Kukurin e a sua moglie Tamara, nella loro locanda-osteria, Kukuriku. Nano ha stappato una bottiglia di spumante prodotto con sei vitigni autoctoni coltivati solo negli ettari circostanti e ha affettato un assaggio dei suoi insaccati fatti in casa. Con un inglese stentato e molto da dire, ha descritto le fatiche del gestire un piccolo albergo un po’ alla maniera di un giocoliere alle prime armi con troppe clave: muoversi il più in fretta possibile verso risultati incerti.

«Questo è il mio hotel: sono cameriere, cuoco, meccanico», ha detto Nano, aggiungendo con comica spossatezza: «Sono proprietario». La luce densa del pomeriggio dava alla piazza un’aria di teatralità, come un set cinematografico pronto per l’azione, ma non c’era nessuno da ingaggiare come comparsa: i turisti chiacchieroni la riempiono soltanto durante la breve alta stagione estiva. Nelle stagioni di mezzo, Kastav appartiene ai residenti. Ero stato in Croazia per la prima volta nel 2000, agli albori del turismo internazionale lungo la costa dalmata, quando camerieri e guide accoglievano i visitatori con sorrisi entusiasti. Alcuni dei miei compagni di viaggio, di una generazione più grandi di me, dicevano che il Paese era rimasta come un tempo era il Mediterraneo.

Oggi Dubrovnik è stata invasa da innumerevoli fan del Trono di Spade, e posso dire che Kastav è rimasta come un tempo era la Croazia. La mattina dopo i drink con Nano e Tamara, sono uscito da Opatija lungo un’autostrada da vertigine e claustrofobia, fatta di gallerie e ponti, fino a Valbiska, dove ho preso un traghetto per l’isola di Cres (Cherso). A venticinque minuti dalla costa, è grande — quasi quanto le Barbados — ma scarsamente popolata. Le pecore al pascolo superano di gran lunga i suoi tremila abitanti. Il pregiato agnello di Cherso, dicono i locali, è «condito da dentro» grazie a una dieta a base di erbe aromatiche e inalazioni salmastre. Mentre seguivo una strada stretta dall’imbarcadero verso le colline rocciose, due montoni dal vello arruffato, le grosse corna arricciate in un cerchio completo, sono trotterellati lungo il ciglio verso di me per poi sparire nella macchia di alloro, apparizioni uscite dal mito.

Un cartello nella cittadina di Cres

Qualche chilometro più avanti mi sono fermato a pranzo alla Konoba Bukaleta. (Una konoba è una trattoria di campagna, l’equivalente di una taverna greca.) Due ser- penti di un blu iridescente, noti ai locali come zmajur, sono scivolati attraverso il vialetto: un altro simbolo mitico, ma di cosa? Il personale, allegro, mi ha trovato un posto sulla terrazza del ristorante, quel giorno monopolizzata da due lunghi tavoli, ciascuno apparecchiato per cinquanta persone, prenotati da una famiglia del villaggio vicino per festeggiare la prima comunione della figlia. «È quasi come un matrimonio», mi ha detto il cameriere, per farmi capire l’importanza di un evento del genere su quest’isola profondamente cattolica.

Tra gli ospiti in arrivo c’erano due preti: uno in tonaca completa, l’altro in maniche corte e occhiali da sole, come un principino in vacanza. Le bistecche d’agnello che ho ordinato, grigliate su braci di quercia, erano sapide e rosate. Dopo ho attraversato il villaggio di Loznati e ho colto il profumo della lavanda in fiore scaldata dal sole del pomeriggio. Mi si sono rizzati i peli sul collo. Vent’anni fa portai mia madre a Gordes, in Provenza, a visitare l’abbazia cistercense di Sénanque, del XII secolo, e a vedere i campi di lavanda. Arrivammo a tarda mattina, proprio mentre una macchina trainata da un trattore mieteva l’ultima fila. L’intera vallata era stata rasata a zero.

«Si sente ancora il profumo della lavanda», disse mia madre, ottimista come sempre. Più tardi quel giorno guidavo troppo veloce lungo una strada a una corsia quando, superato un dosso, davanti a noi si è aperto un immenso campo in piena fioritura, una distesa viola brulicante di api e farfalle. Inchiodai e ci buttammo nella lavanda, pieni di euforia. Di una vita di ricordi, è quello che io e mia madre abbiamo condiviso nella sua ultima ora. Ho proseguito fino al villaggio di Osor, dove, secondo una versione locale della storia, Giasone e gli Argonauti, di ritorno con il Vello d’oro, si fermarono per affrontare Absirto e disperderne in mare il corpo smembrato. Un canale dalla vita sottile, scavato lì in epoca romana, è tutto ciò che separa Cres da Lošinj (Lussino).

I residenti sono circa settemila, concentrati nella cittadina portuale di Mali Lošinj (Lussinpiccolo), mentre ad agosto il numero dei turisti può far crescere la popolazione fino al 500 per cento. Nel 1996 un sub avvistò, nelle acque al largo, un braccio muscoloso che spuntava dal fondale. Apparteneva a una statua, uno dei pochi bronzi greci a grandezza naturale sopravvissuti all’antichità. Il giovane atleta, l’Apoxyomenos, è oggi restituito alla sua bellezza originaria, e l’ho visitato al Museo dell’Apoxyomenos di Mali Lošinj. Da un nido di roditore recuperato nel suo braccio sinistro cavo sono emersi resti che qualsiasi cuoco riconoscerebbe: una foglia d’alloro, un nocciolo di pesca, qualche nocciolo d’oliva.

Il gioiello di Lošinj è la baia di Čikat (Cigale), una scintillante lingua d’acqua circondata da una foresta di pini d’Aleppo piantati durante la mania asburgica per la salute, quando Lošinj fu istituita come località satellite per l’élite di Opatija. Ho alloggiato all’immacolato Boutique Hotel Alhambra, progettato nel 1912 dal giovane architetto viennese Alfred Keller. Il nome di Keller identifica oggi il ristorante stellato Michelin dell’hotel, cosa che pareva incongrua se non fosse che la cucina era guidata da un altro austriaco, lo chef trentenne Michael Gollenz. Vivace e diretto, mi ha raccontato di aver inizialmente rifiutato l’occasione di lavorare su un puntino di terra così lontano. Spinto da un mentore, andò a visitarla e assaggiò gli ingredienti dell’isola che potevano diventare suoi. «Il miglior olio d’oliva», ha detto, assaporando il ricordo. «Il prosciutto: non è proprio come in Italia, ma ha un sapore tutto suo. E il pesce…» Gli sono mancate le parole.

Una barca a vela al largo di Rovigno

Gollenz ha accettato la toque nel 2021 e ha subito fatto guadagnare al ristorante una stella Michelin. La sua cucina saporita ribalta la formula culinaria locale: porta in tavola ingredienti semplici preparati in modo sontuoso, come i ravioli di coda di bue guarniti con tartufo estivo istriano. La baia di Čikat prende il nome dalle cicale che la abitano, o almeno così mi è stato detto. Io non ho sentito altro che lo sciabordio dell’acqua e i pini sfiorati da brezze pulite. Lošinj si presenta come “l’isola della vitalità”, e mentre camminavo lungo i sentieri sul mare tra gruppi di ciclisti di lingua tedesca ed escursionisti italiani, sono stato pervaso da una sensazione di benessere che mi ha attraversato tutto il corpo.

Mi ha fatto pensare alle Zone Blu del Mediterraneo, le isole dove gli abitanti si dimenticano di morire grazie all’attività fisica quotidiana, allo scarso stress e a una dieta di verdure e pesce immersi nell’olio d’oliva. Quella sera, davanti a calici di Malvasia — il vino simbolo dell’Istria — al vicino Hotel Bellevue, due locali mi hanno parlato di un’altra isola, Ilovik, nota come “l’isola della longevità”. I dati pubblicati dai demografi croati lasciano intendere che i residenti siano semi-immortali: l’aspettativa di vita media a Ilovik è di novantacinque anni. Il che ci riporta a una fragranza portata dal vento che avevo notato appena sceso dal traghetto a Cres. L’aria dell’isola profumava di erbe aromatiche — alloro, salvia e rosmarino crescevano rigogliosi — e a tratti coglievo una nota sconcertante, simile alla foglia di curry, un arbusto tropicale che nel Mediterraneo non cresce. Mi ha seguito per tutta Lošinj come una presa in giro, finché non ne ho scoperto l’origine.

L’Helichrysum italicum è un fiore selvatico dorato noto in alcune parti del Mediterraneo come pianta del curry. Nell’uso locale porta il nome evocativo di immortelle e, come ho imparato al “Garden of Fine Scents”, un giardino dimostrativo di piante culinarie e medicinali a Mali Lošinj — è venerato fin dall’antichità per i suoi poteri curativi. La custode Ana Bugarski mi ha spiegato che il giardino fu fondato dall’isolana Sandra Nicolich per ricreare i ricordi olfattivi del giardino di sua nonna. Ana era arrivata da Zagabria. Mettendo radici a Lošinj, sembrava aver assorbito ogni fatto e ogni storia dell’isola. Le ho chiesto se per caso sapesse qualcosa sui serpenti blu che avevo visto lungo il vialetto della Konoba Bukaleta.

Una turista cammina fiancheggiando la chiesa di Sant’Antonio Abate nella cittadina di Veli Lošinj

Niente paura, mi ha detto: non erano pericolosi. San Gaudenzio di Osor scacciò i serpenti velenosi dall’isola prima di morire, nel 1044. All’inizio della settimana, lungo la tratta da Zagabria alla costa, ero uscito dall’autostrada a metà del tragitto per vedere il villaggio fluviale di Slunj. La loquace guida locale che mi accompagnava mi aveva avvertito che la costa sarebbe stata molto diversa. Lì la gente non mangia carne, diceva. Mangiano pesce! E poi parlano con un forte accento e usano un vocabolario strano. Una volta era rimasta scioccata quando un’anziana signora gentile le aveva detto «hai delle belle mutande», perché lungo il litorale dicono mutande per intendere pantaloni. Pensano persino in modo diverso, ha proseguito la guida. Sono rilassati e a volte molto pigri.

Che una cosa si faccia oggi o domani, per loro è lo stesso. L’Istria è quasi un Paese a parte, «come essere in un film italiano», ha detto, scrollando le spalle davanti all’impraticità di tanta bellezza. Poi sono arrivato in Istria e l’ho constatato di persona. È come essere in un film italiano. L’antica arena romana di Pola potrebbe interpretare il Colosseo sullo schermo. Poco più su lungo la costa, seguendo la rotta dei delfini — o un po’ più in là se si guida lungo le strette strade di campagna — ho attraversato la cittadina incredibilmente pittoresca di Rovigno che vanta in effetti un curriculum cinematografico: lì è stata girata la serie televisiva britanni- ca Hotel Portofino. Lungo una stradina lastricata di calcare color torrone, levigato da secoli di passi, ho intravisto un Apoxyomenos vivente.

Il giovane abbronzato, un cameriere, se ne stava su una soglia, perso nei suoi pensieri; il suo profilo classico avrebbe potuto provenire da una moneta greca o da un manifesto di Hollywood. Dopo giorni passati a immergermi nell’epoca asburgica, l’Istria mi ha catapultato in un passato ancora più remoto. A metà strada tra Rovigno e il mio alloggio rustico-chic, il Meneghetti Wine Hotel & Winery, fuori dal villaggio di Bale (Valle), seguendo l’istinto ho imboccato una strada sterrata che — tra piste solcate e sentieri — mi ha por- tato a camminare per quasi un chilometro in salita. Durante il tragitto, una farfalla giallo brillante mi ha raggiunto; mi è volata davanti e si è posata su un fiore, restandoci così a lungo, mentre la fotografavo, che per poco non mi sono annoiato.

Poi ho capito: un altro segno di mia madre. Il sole sulla nuca aveva il calore di un suo tocco. In cima alla collina, un complesso funerario dell’Età del bronzo era formato da tredici tumuli ricoperti di pietre. I più antichi avevano quattromila anni, lontani dagli antichi Romani quanto gli antichi Romani lo sono da noi, così antichi che il fatto storico si fonde con la leggenda omerica. Il cimitero dell’Età del bronzo ospitava probabilmente guerrieri di alto rango, contemporanei di Ulisse; ma forse tra loro giaceva anche una madre regale. Come la piansero i suoi figli? Come veneravano i loro morti? Nel mio ultimo giorno in Istria ho conosciuto qualcuno che a mia madre sarebbe piaciuto moltissimo. Un amico croato mi aveva suggerito di parlare con Robert Radešić, che produce vino dalle vigne di famiglia, spreme olio dagli uliveti di famiglia e ospita viaggiatori paganti nel casolare di famiglia fuori Pola, una casa tramandata di generazione in generazione dal 1634. I Paesi sono cambiati intorno a loro.

Una vivace strada nella città portuale di Rovigno, in Croazia

«Sono nato in quella che allora era la Jugoslavia», mi ha raccontato Radešić nella fresca sala principale in penombra, dominata da un focolare aperto. «Mio padre è nato nel Regno d’Italia. Mio nonno è nato nell’Impero austriaco. Sempre in questa stessa proprietà». Mi ha spiegato l’origine del nome Istria: deriva da un popolo ancora più antico dei croati, una tribù pre romana detta degli Istri, la cui scomparsa capitale, Nesazio, confinava con i vigneti dove Radešić giocava da bambino, tra le rovine letterali di un impero. Ha versato calici di vino rosso e spezzato il pane da intingere nell’olio d’oliva — un gesto di ospitalità antico quanto la civiltà mediterranea, un sacramento per i fedeli.

Come Špehar nel mio primo giorno a Opatija, Radešić era un appassionato storico dilettante e incarnava il detto preferito di mia madre, «onora l’eredità», che significa: ricorda chi è venuto prima di te, perché ci insegna chi siamo. Il giorno dopo, all’aeroporto di Zagabria, mentre l’Airbus sobbalzava mettendosi in moto sulla pista, annotavo domande per me stesso sul taccuino: Perché viaggiamo? Qual è il Vello d’oro che sto cercando? È giusto andare da qualche parte mentre il mondo è in fiamme? Era giusto viaggiare mentre piangevo mia madre? Al suo funerale avevo discusso dell’idea di annullare il viaggio con una cara amica, madre di quattro figli, docente di etica medica e viaggiatrice incallita.

Ci eravamo conosciuti diversi anni fa su una spiaggia remota dell’Australia occidentale e, una volta a casa, lei e suo marito mi avevano accompagnato durante la malattia terminale di mia madre. Al funerale Barbra ha benedetto il viaggio in Croazia, dicendo: «È giusto che tu parta adesso». Ed è vero: mia madre avrebbe voluto che andassi. Ne ho annotato le ragioni sul taccuino mentre l’aereo si alzava in volo. Avrebbe voluto che annusassi la lavanda. Che rincorressi le farfalle. Che incontrassi bambini e stringessi nuove amicizie. Che testimoniassi la sovrabbondanza di bellezza del mondo. Che preservassi l’eredità. Che vivessi.

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