Una cosa preziosa che ho imparato dai miei nonni? Masticare lentamente. «Trenta volte ogni boccone», ripeteva mia nonna Carla. Non contava davvero fino a trenta ma seguiva con lo sguardo i movimenti della mia bocca e questo era sufficiente a farmi rallentare. Poi la vita ha accelerato. Milano, il lavoro, le diete, le corse tra un impegno e l’altro: il cibo è diventato un rituale ansioso nel vortice della quotidianità. A Überlingen, cittadina tedesca sul lago di Costanza, ho trovato un luogo dove il tempo torna a dilatarsi e dove la fame non è un’unità di misura: la clinica Buchinger Wilhelmi, riferimento mondiale per il digiuno terapeutico.
L’arrivo in clinica
La camera 509 di Villa Bellevue era spaziosa, dalle tonalità grigie in armonia con i riflessi argentei del lago. Sulla scrivania spiccavano un bouquet di fiori freschi, il libretto dei trattamenti benessere e, al centro del piano di legno, un foglio bianco con una scritta azzurra: “Medical Questionnaire”. «È il nostro questionario. Lo compili e lo consegni in reception», mi ha spiegato Noah dello staff. «E non utilizzi il cellulare durante
lo stay: può lasciarlo in cassaforte», ha aggiunto. Poi ha sorriso: «In camera non c’è il frigobar. Se avrà fame potrà bere dell’acqua».

Girati i tacchi mi ha lasciato sola, rapita dalla luce che filtrava dalle vetrate. Ho aperto il questionario. Perché sei qui? La prima domanda mi ha costretto a fermarmi. L’esperienza rappresentava l’opportunità di digiunare secondo i più elevati standard medici, perdere peso, vedermi forse finalmente bella. Ma non era questo il motivo. Volevo dare un volto alla fame.
Non quella che avevo conosciuto nell’anoressia, segnata dalla paura, ma una fame diversa: la privazione come motore di trasformazione, come impulso che obbliga a evolvere, spinti da un vuoto che costringe a uscire da sé. Prima di partire, avevo letto Buchinger Wilhelmi. Pioneers of Fasting. Portrait of a Family, pubblicato nel 2023 per il 70° anniversario della clinica. Il libro ripercorre la storia della famiglia fondatrice e ne racconta la filosofia e il metodo.

Da oltre un secolo, il digiuno Buchinger promette di insegnare a osservare il mondo e sé stessi da una certa distanza, ascoltando i propri bisogni interiori e riscoprendo le infinite potenzialità di corpo e mente. «Chi digiuna si trova in uno stato di massima ricettività che può portare a un cambiamento profondo», sosteneva Otto Buchinger. Fremevo dalla voglia di sentirmi leggera, di liberarmi dalla mia condanna primordiale: l’ossessione per il cibo. Perché amare qualcosa significa anche imparare a sopportarne l’assenza.
Il metodo Buchinger
«Oggi e domani mangerai solo avena, patate e verdure: cibi semplici da digerire e utili a sostenere
la microflora intestinale», mi ha spiegato Mrs. Weber, nutrizionista, due giorni prima dell’inizio
del digiuno. Dopodiché, per una settimana avrei ingerito solo tè, centrifughe, zuppe e brodi
vegetali. «Digiunare è un prerequisito fisiologico fondamentale per la sopravvivenza. I nostri
antenati hanno affrontato la scarsità di cibo per millenni e il corpo sa esattamente come adattarsi.
Dopo una fase iniziale di stress, le cellule si degradano e si rigenerano: questo processo è alla base della longevità, rafforza l’organismo e riduce le infiammazioni», mi ha rassicurato Verena Buchinger, medico primario.

Il digiuno era accompagnato da pratiche orientali come qi gong, tai chi e shiatsu, che favoriscono la funzionalità degli organi. Yoga, pilates e passeggiate all’alba arricchivano il repertorio terapeutico. «Quando ci si allena si respira intensamente, ottenendo più ossigeno. L’ossidazione è alla base della degradazione
dei patogeni: un escursionista digiuna meglio di chi resta a letto», diceva Otto Buchinger. In clinica, l’attività fisica moderata viene considerata cruciale. «Per non compromettere il metabolismo bisogna conservare la massa muscolare», ha rimarcato Mr. Mannankatti, personal trainer, durante il primo allenamento.

Per rilassare il corpo, mi sono sottoposta a diverse terapie e trattamenti: come il massaggio anti-cellulite di Mr. Lehocky, con scrub al sale e miele, spazzola a secco e ghiaccio; lo Shiatsu e il rituale sonoro con le campane tibetane. Ho fatto anche la mia prima seduta di osteopatia. Il resto delle ore scorrevano tra trekking nei boschi, meditazione nello Studio Larix, corsi di pittura in atelier, nuotate in piscina, concerti al tramonto. Oltre a incontri culturali, passeggiate in vigna e corsi di cucina in compagnia. Mai un momento di noia né di solitudine. Tutto sembrava improvvisamente possibile. Dopo otto giorni, ho interrotto il digiuno
con una mela rossa e lucente: l’ho percepita con tutti i sensi.

Ogni morso rappresentava un patto con me stessa per ricominciare a prendermi cura della mia salute e a fare del corpo una casa felice in cui abitare. Sono passati cinque mesi. Oggi mangio con attenzione, senza foga e ascoltando il senso di fame. Il digiuno mi ha insegnato che la mancanza può essere uno spazio fertile, dove una nuova pienezza nasce proprio dal vuoto. Ho capito che esistono forme di nutrimento lontane dalla tavola: la musica della natura, il ritmo del cuore, lo scorrere del tempo. E che l’amore per il cibo non ha a che fare con la dipendenza.