Il turismo nelle grandi città di tutto il mondo sta vivendo una trasformazione profonda e non per forza positiva. Se fino a pochi anni fa amministrazioni e operatori turistici concentravano i propri sforzi nell’aumentare il numero dei visitatori, oggi la domanda è diversa: come distribuire milioni di persone senza compromettere la qualità della vita dei residenti e l’esperienza di chi viaggia?
Il fenomeno dell’overtourism, esploso nel dibattito pubblico prima della pandemia e tornato con forza negli ultimi anni, ha reso evidente che non basta promuovere una destinazione, occorre anche gestirla. Per questo motivo città come Venezia, Amsterdam, Barcellona, Kyoto e Parigi stanno ripensando completamente il modo in cui vengono costruiti gli itinerari turistici. Dietro un percorso consigliato su una mappa, un’applicazione o il sito dell’ente del turismo non c’è soltanto una selezione di monumenti: c’è un lavoro che coinvolge urbanisti, geografi, data scientist, sociologi, esperti di mobilità e destination manager.
L’obiettivo non è impedire ai turisti di visitare i luoghi iconici, ma distribuire meglio i flussi, valorizzando quartieri meno conosciuti e riducendo la pressione sui punti più congestionati. È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico.
Perché l’overtourism è diventato una priorità politica
L’overtourism non coincide semplicemente con un elevato numero di visitatori. Una città può accogliere milioni di turisti senza particolari problemi se questi sono distribuiti nello spazio e nel tempo. Il problema nasce quando la maggior parte delle persone si concentra negli stessi luoghi, nelle stesse ore e negli stessi periodi dell’anno.

È quanto accade davanti alla Fontana di Trevi a Roma, in Piazza San Marco a Venezia, lungo La Rambla a Barcellona o nei pressi del Fushimi Inari Taisha a Kyoto, al murales di Maradona a Napoli o sui tetti di Mykonos. In questi casi si creano congestione, aumento dei tempi di percorrenza, difficoltà per i residenti, maggiore usura del patrimonio storico e un peggioramento dell’esperienza stessa dei visitatori.
Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite, la gestione dei flussi rappresenta oggi uno degli strumenti fondamentali per garantire la sostenibilità delle destinazioni urbane. L’obiettivo non è limitare il turismo, ma renderlo più equilibrato, distribuendo i benefici economici su un territorio più ampio anziché concentrarli in poche strade. Questa visione è condivisa anche dall’Unesco, che sottolinea come la conservazione dei siti patrimonio mondiale dipenda sempre più da una gestione intelligente dei visitatori.
Come nasce un percorso turistico intelligente
Un itinerario turistico coscienzioso non viene progettato soltanto scegliendo cosa vedere. Il punto di partenza è l’analisi della città. Gli esperti studiano innanzitutto la capacità di carico dei luoghi, cioè il numero di persone che uno spazio può accogliere senza compromettere sicurezza, vivibilità e conservazione del patrimonio. A questo si aggiungono dati sulla mobilità pubblica, sui tempi medi di percorrenza, sulla larghezza delle strade, sull’offerta commerciale, sulla presenza di servizi e perfino sulle abitudini dei residenti.

Successivamente vengono individuati luoghi alternativi che possano raccontare la stessa identità culturale della città senza concentrare tutti i visitatori negli stessi punti. Se un turista visita Venezia, per esempio, l’obiettivo non è convincerlo a rinunciare a Piazza San Marco, ma suggerirgli di proseguire verso Cannaregio, Castello o la Giudecca, distribuendo la permanenza lungo un percorso più esteso. Lo stesso principio viene applicato ad Amsterdam, dove il turismo viene orientato verso Amsterdam Noord e Amsterdam Oost, o a Parigi, dove sempre più itinerari valorizzano il Canal Saint-Martin, Belleville e il Parc de la Villette accanto ai grandi classici.
Questi percorsi vengono progettati per essere coerenti dal punto di vista storico, culturale e logistico, evitando che il visitatore percepisca le tappe alternative come semplici “ripieghi”. L’obiettivo è offrire esperienze autentiche, non itinerari di seconda scelta.
I dati sono diventati il principale strumento di pianificazione
Negli ultimi anni la progettazione dei percorsi turistici è cambiata grazie alla disponibilità di enormi quantità di dati. Le amministrazioni analizzano informazioni provenienti dai telefoni cellulari, dai sistemi GPS, dalle reti Wi-Fi pubbliche, dalle validazioni dei trasporti, dalle prenotazioni online e perfino dai social network. Tutti questi dati consentono di ricostruire in tempo reale i movimenti dei visitatori.

Attraverso modelli matematici o l’IA è possibile individuare i punti in cui si formeranno gli assembramenti prima ancora che si verifichino. In questo modo gli enti del turismo possono modificare la comunicazione, suggerire percorsi differenti o intervenire direttamente sulla mobilità.
Anche l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più importante. Gli algoritmi riescono infatti a simulare migliaia di scenari diversi, prevedendo come cambierebbero i flussi turistici modificando un itinerario o potenziando una linea di trasporto pubblico. Questa pianificazione predittiva permette di prendere decisioni molto più efficaci rispetto al passato, quando gli interventi arrivavano soltanto dopo aver constatato la congestione.
Il problema principale di tutto questo bel discorso è che oggi la maggior parte delle persone si costruisce in proprio l’itinerario. Fino a una ventina d’anni fa si poteva intervenire su mappe cartacee, brochure degli enti del turismo e visite guidate. Oggi la maggior parte dei turisti decide autonomamente cosa vedere, ma lo fa consultando Google Maps, TikTok, Instagram, Booking, Tripadvisor o ChatGPT. Per questo motivo le destinazioni non progettano più soltanto percorsi fisici: cercano di influenzare gli algoritmi e le informazioni che i viaggiatori trovano online.
Visitor flow management: guidare i flussi
È il concetto di visitor flow management, che non consiste nel dire “andate qui invece che lì”, ma nel creare le condizioni perché quella scelta avvenga spontaneamente. Per questo motivo è importante che le città creino eventi in quartieri periferici, migliorino i collegamenti con la periferia, promuovano sui social attrazioni meno conosciute e che collaborino con Google Maps o con le OTA affinché emergano percorsi differenti.
I percorsi oggi non sono più rigidi e tutti gli strumenti elencati sopra possono influenzare la vostra scelta. È quello che accade, ad esempio, ad Amsterdam, dove il programma City in Balance utilizza i dati sui flussi per distribuire i visitatori in aree diverse, e a Singapore, dove alcune attrazioni modulano gli accessi attraverso sistemi digitali.
Venezia, Amsterdam e Kyoto: come le città stanno ridisegnando il turismo
Venezia è probabilmente il caso più emblematico in Europa, sicuramente in Italia. Negli ultimi anni l’amministrazione comunale ha introdotto una serie di misure che vanno dalla prenotazione dell’accesso nelle giornate più affollate al contributo per i visitatori giornalieri, ma il lavoro meno visibile riguarda proprio la costruzione di nuovi itinerari. Attraverso la segnaletica urbana, le mappe digitali e la promozione di quartieri meno frequentati, si cerca di distribuire i visitatori oltre l’asse che collega Piazzale Roma, il Ponte di Rialto e Piazza San Marco. L’obiettivo è valorizzare aree come Cannaregio, Castello o Sant’Elena, che custodiscono una Venezia più autentica e permettono di alleggerire la pressione sul centro monumentale.

Amsterdam ha scelto una strategia ancora più radicale, alla base proprio del City in Balance di cui abbiamo parlato. Dopo anni di campagne promozionali che avevano trasformato il centro storico in una delle mete europee più congestionate, la città ha progressivamente smesso di promuovere alcune delle attrazioni più conosciute, concentrando invece la comunicazione sui quartieri periferici e sulle aree metropolitane. Musei, mercati, parchi e percorsi ciclabili vengono raccontati come parte integrante dell’esperienza cittadina, con l’obiettivo di distribuire i benefici economici del turismo su un territorio più ampio.
Anche Kyoto, che negli ultimi anni ha dovuto affrontare problemi di affollamento soprattutto nei pressi dei suoi templi più celebri, ha iniziato a incentivare itinerari alternativi attraverso applicazioni mobili e sistemi di informazione in tempo reale. Alcuni percorsi suggeriscono orari differenti per visitare i luoghi più famosi, mentre altri propongono aree storiche meno conosciute ma ugualmente significative dal punto di vista culturale.
Un turismo più lento migliora anche l’esperienza del viaggio
Ridurre il sovraffollamento non significa soltanto proteggere i monumenti o migliorare la qualità della vita dei residenti. Significa anche offrire ai visitatori un’esperienza più ricca. Quando una destinazione viene esplorata oltre i suoi simboli più fotografati, emergono quartieri storici, botteghe, mercati rionali, piccoli musei e spazi verdi che difficilmente rientrano negli itinerari tradizionali. È proprio questa scoperta graduale a rendere il viaggio più memorabile.
Numerose ricerche dimostrano inoltre che la percezione della qualità di una visita diminuisce all’aumentare dell’affollamento. Lunghe code, rumore, difficoltà negli spostamenti e tempi di attesa riducono la soddisfazione complessiva, anche quando si visitano luoghi di straordinario valore culturale.

Distribuire meglio i flussi significa quindi migliorare contemporaneamente la tutela del patrimonio, la vivibilità urbana e il benessere dei viaggiatori.
Il futuro passa dalla gestione intelligente delle destinazioni
Nei prossimi anni il turismo sarà sempre meno basato sulla semplice promozione delle destinazioni e sempre più sulla loro gestione. L’intelligenza artificiale, i sistemi di monitoraggio in tempo reale, la mobilità sostenibile e la pianificazione urbana continueranno a trasformare il modo in cui vengono costruiti gli itinerari. Non sarà più sufficiente sapere quali monumenti visitare: diventerà sempre più importante capire quando visitarli, come raggiungerli e quali esperienze integrare lungo il percorso.
In questo scenario, il successo di una città non sarà misurato esclusivamente dal numero di arrivi, ma dalla capacità di distribuire i visitatori nel tempo e nello spazio, preservando il patrimonio culturale e migliorando la qualità dell’esperienza.
Per chi viaggia questo rappresenta un’opportunità. Significa poter conoscere città celebri da prospettive meno prevedibili, scoprendo luoghi che fino a pochi anni fa rimanevano fuori dalle guide tradizionali. Il turismo del futuro, almeno nelle grandi destinazioni culturali, sarà probabilmente meno concentrato, più lento e più consapevole.