Cos’è il turismo delle radici

Cos’è il turismo delle radici

Si tratta di quel tipo di viaggio che fanno gli emigrati di (almeno) seconda generazione alla scoperta del proprio retaggio.
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Ellis Island, uno dei centri in cui gli americani cercano le proprie origini | Foto da Shutterstock

Il viaggio verso il luogo d’origine della propria famiglia non rappresenta una novità nel panorama dei flussi internazionali, ma la sua strutturazione in una forma di economia turistica definita è il risultato di un’evoluzione interessante. Le prime dinamiche risalgono al secondo dopoguerra, nate con l’obiettivo di favorire la diplomazia culturale e di stimolare i mercati europei colpiti dal conflitto. Tra i primi esempi strutturati si registrano le campagne svedesi del 1966, note come “Anno del ritorno a casa”, e i successivi raduni periodici organizzati dall’Irlanda. Negli anni Settanta il fenomeno ha registrato un forte impulso negli Stati Uniti in coincidenza con l’impatto culturale della pubblicazione di Radici di Alex Haley e della sua successiva trasposizione televisiva, che ha spinto una parte consistente della popolazione afroamericana a ricercare la propria storia familiare.

Negli ultimi vent’anni la crescita di questo segmento ha subìto un’accelerazione impressionante: un aumento del 500% nel solo periodo che va dal 2014 al 2019. Questo incremento è direttamente collegato alla diffusione dei test genetici e genealogici digitali a domicilio, commercializzati da piattaforme come Ancestry o MyHeritage, che hanno reso accessibile la scomposizione della propria percentuale genetica per paesi e l’incrocio dei dati biologici. Il modello è stato ripreso da molte nazioni come il Ghana nel 2019 con l’iniziativa “Year of Return” e dall’India nel 2024. Attualmente il fenomeno si basa sulla digitalizzazione dei registri di nascita, morte e naturalizzazione, che permettono ai viaggiatori di impostare la ricerca nei comuni d’origine con diversi mesi di anticipo rispetto alla partenza, spesso integrando il lavoro con genealogisti professionisti e organizzazioni territoriali.

I numeri del fenomeno in Italia e il ruolo strategico della piattaforma Italea

Il bacino potenziale dei viaggiatori delle radici per l’Italia è stimato in circa 80 milioni di persone, che comprendono sia gli emigrati diretti sia i loro discendenti di seconda, terza e quarta generazione. I dati storici indicano che nel 1997 l’Enit censiva 5,8 milioni di passeggeri ascrivibili a questa categoria. Nel 2024 il dato ha raggiunto i 6,6 milioni di visitatori, con una proiezione che fissa a 7,4 milioni gli arrivi previsti per il 2026. L’impatto economico sul territorio nazionale è stimato in circa 5 miliardi di euro.

Per canalizzare questa domanda, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha avviato il progetto Italea, una piattaforma online, attiva da marzo 2025, che ha registrato oltre 1,9 milioni di accessi e coordina una struttura capillare di esperti e genealogisti in tutte le regioni italiane. Il nome deriva dal termine botanico “talea“, che indica la parte di una pianta recisa e ripiantata per generare nuove radici in un altro terreno. Il programma include l’erogazione della Italeacard, una carta virtuale che conta oltre 13.000 iscritti e più di 760 partner commerciali. Il progetto coinvolge circa 800 comuni italiani che hanno beneficiato di contributi pubblici per l’organizzazione di oltre 750 eventi culturali, capaci di intercettare un pubblico complessivo stimato in oltre un milione di persone.

L’impatto economico e la sostenibilità nei piccoli borghi della penisola

Le caratteristiche del turista delle radici si differenziano in modo netto rispetto a quelle del turismo di massa o dei soggiorni brevi legati alle città d’arte. Secondo i dati del report “Appartenenze multiple”, curato dall’Università Cattolica e focalizzato sull’Emilia-Romagna, questi visitatori prolungano la permanenza media fino a 19 giorni consecutivi, con una spesa media pro capite di circa 2.000 euro per viaggio. Si tratta inoltre di un flusso caratterizzato da un’elevata fidelizzazione, con viaggiatori che ripetono l’esperienza tre o quattro volte nel corso della vita, e da una bassa stagionalità, data la disponibilità a muoversi al di fuori dei periodi turistici convenzionali.

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La piazza di Vallesaccarda, in Irpinia, uno dei piccoli paesi che può beneficiare di questo tipo di iniziative | Foto da Shutterstock

Questo comportamento di consumo genera ricadute dirette sull’economia dei piccoli centri interni e rurali, che storicamente hanno registrato i tassi di emigrazione più elevati e che oggi affrontano fenomeni di spopolamento demografico. Il turismo di ritorno contrasta l’eccesso di pressione turistica sulle mete tradizionali e favorisce il recupero del patrimonio edilizio in disuso, supportato anche da misure locali come le case a un euro o i contributi regionali per l’avvio di attività commerciali nei borghi. I flussi sostengono la filiera enogastronomica locale e l’artigianato tipico, poiché il visitatore mostra un’alta propensione all’acquisto di beni che richiamano la tradizione familiare.

La memoria e l’identità transnazionale

La motivazione profonda di questo segmento turistico risiede nella ricerca identitaria e nella dimensione emotiva del legame con la terra d’origine. I viaggiatori si considerano doppi cittadini: parlano due lingue, mantengono abitudini apprese nei paesi d’adozione ma conservano un legame stretto con la convivialità e la cucina d’origine. L’Argentina rappresenta il principale bacino d’utenza in lingua neolatina, con oltre 1.050.000 italiani residenti, configurandosi come l’area prioritaria per le attività di profilazione e di marketing territoriale, seguita dagli Stati Uniti che però sono la nazione che più si impegna in questo tipo di turismo vista l’importanza culturale che lì hanno i retaggi familiari.

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