Preceduta da polemiche e colpi di scena, compresa la morte improvvisa un anno fa della curatrice designata, la camerunense-svizzera Koyo Kouoh, la 61esima Biennale d’Arte di Venezia resta un appuntamento cruciale sulla scena culturale internazionale. Una kermesse globale con 100 nazioni presenti, una miriade di progetti, eventi collaterali e la mostra centrale dal titolo In Minor Keys dedicata ai temi della condivisione e delle minoranze a cui hanno partecipato 110 artisti da tutto il mondo. C’è tempo fino a domenica 22 novembre per tuffarsi nell’arte contemporanea e “rallentare lo sguardo” sintonizzandosi sulle “tonalità minori” come suggerisce il titolo dell’edizione 2026. Ma come orientarsi se si ha poco tempo?
Noi l’abbiamo visitata nei giorni di pre-apertura e vi proponiamo una mini-guida con i 7 padiglioni imperdibili tra i Giardini e l’Arsenale. E, oltre la Biennale, tre siti irrinunciabili: l’Isola di San Giacomo con la nuova sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Pisani Moretta dove ha debuttato la Fondazione Dries Van Noten e la Fondazione Prada a Cà Corner della Regina.
Austria, il padiglione più provocatorio

Non fatevi scoraggiare dalla fila o turbare dai nudi integrali. Florentina Holzinger ha trasformato il padiglione austriaco ai Giardini in un ecosistema fuori controllo: parco acquatico post-apocalittico, impianto di depurazione e rito collettivo. In Seaworld Venice l’acqua è corpo, scarto, peccato, sopravvivenza. I fluidi dei visitatori raccolti in due bagni chimici alimentano una vasca nella quale abitano performer in carne e ossa con bombola e boccaglio, mentre moto d’acqua, allagamenti artificiali e corpi femminili sospesi su una struttura verticale rotante restituiscono l’immagine di una Venezia travolta da overtourism, rifiuti e crisi climatica. Iconica l’immagine della donna appesa a testa in giù dentro una campana di metallo che allo scoccare di ogni ora si muove come un batacchio di carne e capelli. Scena che ricorda un’esecuzione pubblica.
Santa Sede, il lusso del silenzio

Dietro la Stazione Ferroviaria, nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, dove da secoli si produce l’essenza di melissa, il Padiglione della Santa Sede – curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers – s’ispira alla teologa medievale Ildegarda di Bingen e trasforma l’ascolto di suoni e melodie (attraverso cuffie distribuite ai visitatori), dalle sonorità di Brian Eno al ronzio delle api, in esperienza spirituale. Le piante diventano strumenti sonori, il giardino una partitura vivente. In una Biennale spesso affollata e rumorosa, una pausa necessaria.
Italia, una comunità di figure e materie

“Con te con tutto” di Chiara Camoni è il titolo del Padiglione Italia, d’ispirazione corale, domestica e arcaica. Nella penombra delle Tese delle Vergini all’Arsenale appaiono figure antropomorfe in scala umana modellate in terracotta che incorporano fiori, piante, plastiche e detriti, presenze protettrici di un mondo fragile. Poi lo spazio si apre alla luce, ai tavoli, agli armadi, ai luoghi di sosta e conversazione. Più che una mostra sembra una casa collettiva frutto di un lavoro a più mani, espressione di incontro e condivisione.
Spagna, l’archivio malinconico delle cartoline
Oriol Vilanova tappezza di cartoline, come una carta da parati multicolor, il Padiglione Spagna ai Giardini, trasformandolo in un museo di memorie minori. Los restos nasce da una raccolta ventennale nei mercatini: immagini spedite, dimenticate, scartate e poi rimesse in circolo. Non raccontano più monumenti o destinazioni ma ciò che resta dell’esperienza quando il viaggio è finito. Un lavoro elegante sul turismo, la nostalgia e la fragilità della memoria.
Giappone, la cura come gesto politico

L’artista Ei Arakawa-Nash parte dalla genitorialità queer e invita il pubblico a prendere in braccio una delle duecento bambole (dal peso specifico molto vicino a quello di un neonato) disseminate nel padiglione ai Giardini. Voci infantili, film storici e memorie mettono in crisi ogni identità rigida. Il gesto più semplice come cambiare un pannolino o allattare con il biberon diventano rito di cura, riparazione e responsabilità verso chi erediterà il mondo dopo di noi.
India, la casa come memoria portatile
Quello indiano è uno dei padiglioni più poetici dell’Arsenale. Appare al visitatore nella penombra come un pensiero notturno, una suggestione. Qui la casa non è un edificio ma una condizione mobile fatta di materiali, ricordi e riti. Un muro d’argilla (che ricorda il Cretto di Burri), una casa fatta di ricami bianchi fluttuante nell’aria, una grotta di bambù e cartapesta, giardini sospesi raccontano un’India attraversata da urbanizzazione e perdita.
Polonia, ascoltare le balene

Liquid Tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski è un’installazione audio-video commovente nel padiglione polacco ai Giardini costruita intorno a un coro di persone sorde e udenti. I canti delle balene vengono interpretati in voce e nella lingua internazionale dei segni mentre il corpo del visitatore è attraversato da onde sonore e può seguire il video sdraiato occhi in su. Il concetto dell’opera ribalta la prospettiva: la sordità non è mancanza, ma cultura, identità e possibilità percettiva.
Fondazione Sandretto, l’isola ritrovata

Sull’Isola di San Giacomo tra Murano e Burano, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugura una nuova sede. Ex monastero, lazzaretto, presidio militare e deposito di munizioni, l’isola rinasce come laboratorio culturale e ambientale. Tra la personale di Matt Copson negli spazi della Polveriera e la collettiva della collezione Sandretto, spiccano nel giardino sculture extra large: il razzo sulla rampa di lancio, l’albero rosa fluo di Pamela Rosenkranz e una chiesa storta. Sull’isola anche la foresteria privata della mecenate torinese con interni e arredi disegnati dal regista Luca Guadagnino. Sicuramente la tappa più sorprendente fuori dai percorsi consueti, presto visitabile con il vaporetto pubblico.
Fondazione Dries Van Noten, la bellezza come protesta

A Palazzo Pisani Moretta sul Canal Grande debutta la Fondazione Dries Van Noten, celebre stilista belga oggi residente a Venezia. Oltre 200 opere tra moda, arte, vetro, ceramica e design costruiscono una wunderkammer preziosa. Van Noten usa le maestrie dell’artigianato per trasformare l’effimero in eterno, qualcosa che resiste al tempo, al consumo rapido e alla semplificazione dello sguardo. Il palazzo diventa uno spazio di trasformazione offrendo anche programmi educativi e residenze per giovani talenti.
Fondazione Prada, l’America come macchina di immagini

La Fondazione Prada a Cà Corner della Regina fa dialogare gli artisti americani Arthur Jafa e Richard Prince nell’immaginario inquieto degli Stati Uniti. Entrambi appropriatori seriali di immagini prese dal mondo della cultura black, pornografia, rock e pubblicità, ricodificano e trasformano questo materiale in un archivio visivo febbrile. Oltre 50 opere tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti (tra cui i White Painting di Prince) raccontano un’America incapace di separare libertà e spettacolo, trauma e intrattenimento. Una tappa forte, meno contemplativa e più disturbante.
La chicca: il cocktail ufficiale
Tra Giardini e Arsenale c’è spazio per The Reflection, il cocktail ufficiale della Biennale firmato Quattro Gatti Gin su creazione di Mattia Cilia insieme al bar team del St. Regis Venice. Agrumi, ibisco, pompelmo e note mediterranee evocano Venezia attraverso luce, riflessi e profumi.
