Nato ad Aprica, tra le vette alpine della provincia di Sondrio, Alex Bellini cresce con una filosofia semplice e potente: aggrapparsi alla roccia e non mollare mai, anche quando il punto d’appoggio sembra mancare. È tra le montagne che impara la resilienza che diventerà la cifra distintiva delle sue avventure. Dal 2000 sceglie di esplorare gli orizzonti più estremi: corre la Marathon des Sables nel Sahara, attraversa l’Alaska con una slitta per duemila chilometri, poi affida il suo destino all’oceano.
Nel 2005 rema in solitaria tra Mediterraneo e Atlantico per 227 giorni; nel 2008 attraversa il Pacifico dal Perù all’Australia, quasi dieci mesi da solo in mare aperto. Seguono la corsa coast to coast da Los Angeles a New York City e la traversata con sci e slitta del Vatnajökull. Dal 2019 il suo viaggio si fa anche impegno civile: con il progetto 10 Rivers 1 Ocean naviga i dieci fiumi più inquinati del mondo per richiamare l’attenzione sull’emergenza globale della plastica e dell’inquinamento delle acque. Esploratore, atleta di endurance e narratore del limite umano, continua a spingersi oltre, trasformando ogni impresa in un viaggio interiore.
È cresciuto in Valtellina: quanto hanno inciso le montagne nella costruzione del suo carattere e nel modo di affrontare i viaggi?
Hanno inciso profondamente. Sin da piccolo mi hanno costretto a cercare appigli persino dove sembrava non ce ne fossero. Mi hanno insegnato ad aspettare il momento propizio, ma anche la fatica e la disciplina necessarie per avanzare. Allo stesso tempo la montagna ha alimentato la mia curiosità: limita lo sguardo ma, proprio per questo, diventa un invito ad andare oltre. Il suo profilo contiene sempre la promessa di qualcosa che esiste al di là di ciò che possiamo vedere.
Cosa significa oggi, per lei, avventura?
Per citare Roald Amundsen, “l’avventura è solo cattiva preparazione”. Lui credeva che un’esplorazione ben pianificata dovesse ridurre al minimo l’imprevisto. Mi riconosco in questa visione, ma lascio anche più spazio all’improvvisazione. Mi diverte confrontarmi con l’inaspettato: è lì che avviene la vera scoperta. Naturalmente serve equilibrio e una solida base di partenza.
Parla spesso di “aggrapparsi alla roccia” come metafora di vita. Cosa intende? C’è stato un momento in cui questa lezione l’ha salvata?
Come sa bene uno scalatore, la montagna offre sempre appigli, ma non sempre sono evidenti. Bisogna imparare a riconoscerli. Aggrapparsi alla roccia è il modo in cui credo si debba affrontare la vita: usando ciò che è disponibile, anche quando sembra insufficiente. Questa lezione mi ha salvato più di una volta, ma con il tempo ho imparato anche il suo contrario: non sempre la risposta è stringere più forte. A volte l’unico modo per proseguire è lasciare andare e assecondare il movimento degli eventi.
Ha remato in solitaria per 227 giorni tra Mediterraneo, Atlantico e Pacifico. Che cosa succede nella mente di un uomo solo in mezzo all’oceano?
La mente si apre e si chiude come una fisarmonica. Ricordo mattine nel Pacifico in cui mi svegliavo prima dell’alba e il mare era completamente piatto. Piano piano il cielo si colorava di arancio, poi di rosa, e il sole sembrava emergere dall’acqua.
Avevo la sensazione di essere dentro qualcosa di immensamente più grande di me. Altre volte era l’opposto. Alcune notti nell’Atlantico il vento era talmente forte e il cielo così nero che ho temuto di non farcela. La barca scricchiolava sotto le onde e
sembrava incapace di resistere. In quelle ore la mente si restringe: pensi solo al prossimo colpo di remo, alla prossima onda. Poi ci sono incontri che restano impressi. Un gruppo di balenottere azzurre nuotò per mezz’ora accanto alla barca, come se volessero accompagnarmi. E ricordo notti in cui il plancton fosforescente accendeva l’acqua e ogni movimento dei remi lasciava una scia luminosa nel buio. Era come remare dentro una galassia. Quei paesaggi e incontri insegnano quanto possa essere vasto lo spazio interiore quando resti solo abbastanza a lungo da ascoltarti.

Ha attraversato anche l’Alaska con una slitta per duemila chilometri, che esperienza è stata?
Fu una delle mie prime grandi spedizioni. Avevo poco più di vent’anni e la vivevo come se stessi raggiungendo la vetta più alta possibile. L’Alaska è un luogo selvaggio, aspro e a tratti violento. Della prima spedizione, nel 2002, ricordo giornate intere a camminare sul ghiaccio marino, lontano dalla costa, dove l’orizzonte sembrava infinito. Ma anche lunghi tratti attraversando foreste popolate di animali selvatici. In inverno la luce è bassissima e bianchissima: il sole resta sempre vicino all’orizzonte e tutto assume una tonalità azzurra. Di notte si avvistano le aurore boreali. E poi l’arrivo nei piccoli villaggi lungo il percorso: dopo giorni di solitudine, finestre illuminate e stufe accese diventano qualcosa di prezioso. Ci furono anche momenti molto duri, con tempeste di neve in cui il vento cancellava ogni traccia e dovevo orientarmi quasi alla cieca.
Correre coast to coast da Los Angeles a New York è una sfida diversa: meno selvaggia, ma forse più mentale.
Sì, quel viaggio nacque come un laboratorio mentale. Volevo testare tecniche di ipnosi, autoipnosi, respirazione e idratazione per esplorare non tanto un territorio geografico, quanto quello della mente umana. È stato uno dei viaggi più faticosi che abbia mai affrontato, ma anche uno di quelli che mi hanno restituito di più.
Altre imprese estreme?
Poche lo sono state più di quelle già citate. Tra il 2019 e il 2023, però, ho navigato alcuni dei fiumi più inquinati al mondo a bordo di zattere auto-costruite con materiali di scarto. Viaggi estremamente complessi dal punto di vista logistico e umano. In ogni sua esplorazione il fil rouge è l’attenzione per l’ambiente. I suoi viaggi sono anche uno strumento di sensibilizzazione?
Negli ultimi anni questo è diventato centrale. Un tempo il viaggio nasceva da un bisogno personale di conoscenza, oggi nasce soprattutto dal desiderio di testimoniare. L’esplorazione ha una forza narrativa unica, e può rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe ignorato.

Qual è stato l’ambiente più ostile da affrontare?
Paradossalmente, non è stato né il ghiaccio né l’oceano, ma il buio. Lo scorso anno ho trascorso cento ore da solo, al buio, in fondo a una grotta a quattrocento metri di profondità. Il buio cancella tutto, tranne le nostre paure. È stato uno dei confronti più difficili.
Il suo prossimo viaggio sarà in Groenlandia, cosa l’aspetta?
Sarà una traversata lungo la costa occidentale pe raggiungere le comunità Inuit. Voglio documentare come il cambiamento climatico stia modificando il loro rapporto con la natura e superare la narrazione dominante che li descrive come fragili spettatori. Gli Inuit sono custodi di una conoscenza adattiva antichissima e vivono in equilibrio con un ambiente instabile da oltre cinquemila anni.
L’esploratore contemporaneo ha una responsabilità etica diversa rispetto ai grandi esploratori del passato?
Sì. Gli esploratori del passato erano guidati dalla voglia di conquista. Oggi non possiamo solo osservare e testimoniare quel che vediamo. L’esplorazione moderna è, prima di tutto, un atto di responsabilità.

Se dovesse suggerire un primo “micro-viaggio di esplorazione”, accessibile a tutti, quale sarebbe?
Consiglierei di navigare su un fiume perché mostra con chiarezza che viviamo all’interno di un sistema interdipendente, in cui ogni cosa è collegata al resto.
C’è ancora spazio per l’avventura nel mondo iperconnesso di oggi?
Sempre di più: viviamo in un’epoca che ha eliminato la distanza fisica, ma ha aumentato quella esistenziale. L’avventura oggi consiste nel ristabilire una relazione diretta con il mondo e con noi stessi. La sfida, in fondo, è tornare al centro di sé.
