A caccia di meraviglie in Gabon, lontano dai sentieri battuti dei safari turistici

A caccia di meraviglie in Gabon, lontano dai sentieri battuti dei safari turistici

La nazione centroafricana del Gabon promette a pochi fortunati un accesso impareggiabile alla natura nella sua forma più selvaggia e potente.
In kayak a Pongara

Con i loro corpi mastodontici e i passi pesanti, gli elefanti non mi hanno mai dato l’idea di essere dei campioni a giocare a nascondino. Ma nella giungla del Parco Nazionale di Loango, nel Gabon occidentale, hanno dimostrato di essere incredibilmente bravi. In un afoso pomeriggio di settembre attraversavo la foresta tropicale del parco insieme alla mia guida, Dimitri Mavoungou, alla ricerca degli elefanti che vi abitano. 

Doveva essere la fine della principale stagione secca del Gabon, ma il cielo incombeva su di noi come cemento bagnato e piogge sporadiche filtravano attraverso le chiome degli alberi. Sapevamo di essere sulle tracce degli animali perché ne vedevamo i segni ovunque – tronchi spezzati dal peso di zampe pesanti, macchie di fango sugli alberi ben al di sopra delle nostre teste. Impronte giganti segnavano il sentiero e nell’aria aleggiava un intenso odore muschiato. Mavoungou si è fermato per avvicinare la mano a un mucchio marrone di sterco: era ancora caldo.

Abbiamo rallentato, avanzando con cautela attraverso un percorso a ostacoli fatto di alberi caduti e liane arricciate. Ho ricordato le istruzioni di sicurezza di Mavoungou. Questi elefanti della foresta, mi aveva spiegato, sono molto meno abituati all’uomo rispetto ai loro cugini leggermente più alti, gli elefanti africani delle savane, diffusi in tutto il continente. Gli elefanti delle foreste sono a grave rischio di estinzione, e decenni di bracconaggio li hanno resi nervosi, a volte in modo pericoloso. 

Un gorilla di pianura occidentale a Loango

«È importante camminare piano e ascoltare» mi ha detto. «Bisogna vedere l’animale prima che lui veda te». Ma in quella fitta giungla era più facile a dirsi che a farsi. Ogni roccia sembrava il posteriore di un pachiderma e ogni rumore pareva provenire da uno di loro. La pioggia picchiettava come il calpestio di zampe pesanti; il battito di ali dei buceri dal casco nero ricordava il rumore di rami spezzati.

E mentre facevo del mio meglio per essere il più silenzioso possibile, pappagalli cenerini e cercocebi dal cappuccio rosso strillavano dalle cime degli alberi, segnalando la nostra intrusione. A un tratto Mavoungou si è fermato di colpo. A circa dieci metri di distanza, una sagoma scura si è materializzata tra i rampicanti e il groviglio del sottobosco. Stava afferrando con la proboscide grossi ciuffi di foglie e raschiando il terreno con le zanne lunghe e sottili. 

Un occhio chiaro, infossato in rughe incrostate di fango, si è fissato per un attimo su di noi, poi l’animale si è dileguato tra la boscaglia, lasciando dietro di sé solo un fruscio. L’abilità dell’elefante nel nascondersi non era del tutto sorprendente, considerando che il Gabon ha molte giungle in cui scomparire. 

Quasi il 90% di questo Paese poco più piccolo dell’Italia, incastonato tra il Camerun, la Guinea Equatoriale e la Repubblica del Congo sulla costa atlantica del continente, è ricoperto dalla foresta pluviale. Nel 2002 l’allora presidente Omar Bongo annunciò un piano per istituire 13 parchi nazionali con l’obiettivo di preservare il 10% del territorio dal disboscamento illegale e dal bracconaggio. 

Oggi le giungle del Gabon sono un rifugio sicuro per gli elefanti delle foreste, e per mandrilli, scimpanzé, gorilla e i pangolini giganti a rischio di estinzione. Ma nonostante queste meraviglie della natura selvaggia, anche i turisti sono rari. Cercare di determinare esattamente quanto rari è piuttosto complicato, poiché nessuno pare tenerne traccia. 

La stima più affidabile che sono riuscito a ottenere da fonti del settore turistico è che nel 2019 sono arrivati 377mila visitatori. Una differenza stridente con il Kenya, che nello stesso anno ne ha registrati oltre due milioni. «L’industria turistica del Gabon è ancora in fase embrionale», mi ha spiegato Nicola Shepherd, fondatrice della Explorations Company, il tour operator che ha organizzato il mio viaggio di dieci giorni. 

Gruccioni rosei a Loango

Le strutture ricettive, anche quelle di fascia alta, sono abbastanza spartane. E se i progetti infrastrutturali finanziati dalla Cina stanno lentamente migliorando strade notoriamente dissestate, gli spostamenti da un parco all’altro richiedono ancora viaggi faticosi in auto (o in alternativa voli in elicottero, come spesso consiglia Shepherd). «Il Gabon regala un’esperienza davvero selvaggia, non contaminata dal turismo di massa», ha aggiunto.

«Bisogna avere spirito d’avventura e godersi l’emozione di visitare un Paese che è ancora agli inizi del suo percorso turistico». Era stata proprio quella sensazione di nuova frontiera ad attrarmi. Il Gabon prometteva qualcosa di diverso: autentico, senza filtri, imprevedibile. E così è stato, anche se non sempre come me l’ero immaginato.

Il giorno antecedente a quel primo incontro con l’elefante ero arrivato a Libreville, la capitale del Gabon situata sulla costa, dove il lussuoso Hôtel de la Sablière sul lungomare mi aveva offerto un gradito riposo dopo un estenuante volo notturno. Il giorno dopo, di primo mattino, la mia avventura è iniziata sul serio: un volo di 30 minuti per Port-Gentil, la seconda città più grande del Paese, seguito da un viaggio di tre ore e mezza su una polverosa e rumorosa jeep. 

Mentre la città si allontanava alle nostre spalle, i bungalow colorati lasciavano il posto a bancarelle lungo la strada che vendevano banane ammaccate e pesce essiccato. Dopo aver attraversato campi fumanti a causa della pratica agricola “taglia e brucia”, siamo entrati in una giungla così fitta che pareva inghiottire la strada. Quando sono arrivato al Parco Nazionale di Loango, Libreville non avrebbe potuto sembrare più lontana.

Con una superficie di circa 1.500 chilometri quadrati, Loango è un mosaico di savana, lagune, foresta pluviale tropicale e spiagge che sembrano estendersi all’infinito. Sulla strada verso l’Akaka Forest Camp, circa un’ora a monte dell’ingresso del parco, il paesaggio si apriva in un sistema sinuoso di fiumi così scuri e placidi da riflettere la giungla circostante come macchie di Rorschach.

Gli ippopotami scivolavano sotto la superficie dell’acqua; una solitaria antilope sitatunga sfrecciava lungo la riva. Cercopitechi cefi danzavano tra i rami e ovunque erano appollaiati vari esemplari di uccelli – un tale numero di umbrette, aquile e martin pescatori da far girare la testa a un ornitologo. “L’ultimo Eden dell’Africa”, lo definì una volta l’ambientalista americano Mike Fay, e il termine sembrava perfetto.

Un ippopotamo nuota a Loango

Ero lì per incontrare un abitante molto più sfuggente: il gorilla di pianura occidentale, di cui si stima vivano a Loango 1.500 esemplari. Così la mattina dopo mi sono ritrovato con le ginocchia immerse in una palude, le scarpe piene di quella che sembrava farina d’avena tiepida. Davanti a me Francois Motendi, un tracker di gorilla della tribù babongo, si faceva strada a colpi di machete tra i rovi spinosi. 

Pochi passi dietro di lui c’era Martha Robbins, originaria del New Jersey, primatologa dell’Istituto Max Planck di antropologia evolutiva di Lipsia. Da vent’anni studia le scimmie antropomorfe in Gabon e ora fornisce consulenza all’Agenzia dei parchi nazionali su come conciliare le esigenze della scienza e del turismo.

Mentre la palude lasciava il posto alla terraferma, Robbins mi ha spiegato che il suo team aveva impiegato quasi cinque anni di visite quotidiane per abituare un singolo gruppo di gorilla alla presenza dell’uomo, attraverso un processo lungo e costoso chiamato abituazione. Dal 2016 un piccolo gruppo di visitatori – non più di quattro al giorno – è autorizzato ad accompagnarli, e una parte della quota di 500 dollari a testa per il permesso contribuisce al funzionamento del centro di ricerca. 

«Il potenziale è enorme. Il turismo potrebbe dare un grande impulso all’economia del Gabon», ha affermato Robbins. «Ma la cosa più importante è che sia fatto in modo responsabile. Quando ci sono di mezzo i soldi, entrano in gioco tutta una serie di questioni. Per me i gorilla vengono sempre al primo posto». Dopo un’ora di cammino, un grugnito di scimmia ha rotto il silenzio e un gorilla silverback è sbucato da un boschetto. Distaccato ma non allarmato, ha ripreso a mangiare frutti di uapaca prima di appisolarsi su un tronco. Lì vicino, una madre cullava il suo piccolo con inquietante tenerezza umana, accarezzando delicatamente il suo corpicino. Nei suoi occhi ho riconosciuto la stanchezza universale dei genitori. 

Anche lei ci ha notati, a dimostrazione che negli incontri più emozionanti con la fauna selvatica la curiosità è reciproca. Durante il tragitto in barca per tornare al campo, Mavoungou ha improvvisamente spento il motore. «Guarda», ha sussurrato indicando un boschetto di papiri fruscianti a pochi metri di distanza. Alle sue spalle, un elefante era intento a masticare gli steli, ma quando ha sentito il nostro strano odore umano è scappato nella giungla. 

Qualche ansa più a valle un altro esemplare, che avanzava a fatica nella palude, ci ha osservato per un po’ prima di tuffarsi in acqua, con la proboscide che spuntava come un boccaglio. Tornato al campo, ho gustato una cena che sembrava quasi scandalosamente fuori luogo in questa remota zona selvaggia: vino a volontà, cavolini di Bruxelles al formaggio e gustose patate alla dauphinoise, in omaggio al retaggio coloniale francese del Gabon

Mi sono addormentato cullato dalla sinfonia della giungla, tra i grugniti sonori degli ippopotami e il frinire delle cicale. Dalla mia veranda al Ndola Luxury Tented Camp, circa un’ora a valle dell’Akaka, potevo sentire le onde fragorose dell’Atlantico che si infrangevano a riva. Le foreste di Loango si erano dissolte in una vasta savana, e insieme a Mavoungou sono partito in jeep alla scoperta di questa zona del parco. 

Un elefante delle foreste

Tenevo gli occhi ben aperti per cercare di individuare i leggendari ippopotami “surfisti” che a volte cavalcano le onde dell’oceano: uno spettacolo così affascinante che le immagini scattate dal fotografo del National Geographic Michael Nichols ispirarono il presidente Bongo a creare i parchi nazionali. Gli animali, purtroppo, non si sono fatti vedere, e quello che ho osservato invece era deprimente: una miriade di bottiglie di plastica disseminate sulla sabbia in ogni direzione.

Intuendo il mio shock, Mavoungou mi ha spiegato che i fondi per la pulizia delle spiagge si erano esauriti quando il più grande lodge di Loango aveva chiuso i battenti dopo una disputa con il governo nel 2007. Oggi il team del Ndola riesce a ripulire solo il tratto di litorale dove gli ospiti si riuniscono per brindare con Champagne al tramonto. «Mantenere pulita la costa richiede grandi investimenti, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità», ha ammesso. 

«Le cose devono cambiare. Se la costa rimane sporca, i turisti stanno alla larga». Abbiamo viaggiato per ore su piste sabbiose dissestate, superando sciami di gruccioni rosei e mandrie di bufali di foresta. Di tanto in tanto vedevamo elefanti avventurarsi nelle pianure per cibarsi dei frutti degli icachi che crescono rigogliosi nel terreno sabbioso della savana. Ci siamo fermati per pranzo in una delle proprietà affiliate al Ndola, il Louri Wilderness Camp, che aveva un pontile di legno proteso su una laguna. 

Un cartello metteva in guardia gli ospiti dai pericoli che si celavano sotto la superficie: ippopotami, coccodrilli del Nilo e squali toro. Proprio sotto, un altro cartello offriva un allegro avvertimento: “nuotate a vostro rischio e pericolo”. Mentre una parte di me desiderava intravedere uno di quei predatori sottomarini, pochi giorni dopo pregavo di evitarli. Mi trovavo su un kayak di plastica in una placida laguna nel Parco Nazionale di Pongara, una lingua di terra ricoperta di foreste a circa 20 minuti di motoscafo da Libreville.

Quella mattina presto la mia guida, Abdoul Koumangoye Moto, mi aveva mostrato le impronte degli ippopotami sulla sabbia intorno al Pongara Lodge, dove alloggiavamo in bungalow sulla spiaggia. Se uno di quegli animali fosse spuntato in quel momento, ho pensato, probabilmente avrebbe trovato il robusto ranger più appetitoso di me. Koumangoye Moto remava invece con serena indifferenza mentre mi informava che tra i potenziali pericoli della laguna c’erano anche pitoni e coccodrilli. 

Con mio grande sollievo non ne abbiamo avvistati, anche se uno scoiattolo che ha fatto un salto da un albero vicino mi ha fatto battere forte il cuore. Ho trascorso i due giorni seguenti facendo trekking nella giungla e safari in jeep, utilizzando gli accoglienti bungalow in legno del Pongara Lodge e la spiaggia dotata di lettini come base di appoggio. Koumangoye Moto mi ha parlato dei gorilla, degli elefanti e degli scimpanzé che popolano le foreste fluviali e le savane di Pongara. 

Tra novembre e marzo, mi ha spiegato, le tartarughe liuto si trascinano sulla riva per deporre le uova. Queste specie sono però difficili da avvistare, quindi Koumangoye Moto ha riempito le pause con racconti sulle numerose comunità indigene del Gabon, alcune delle quali vivono in questa zona. Mi ha spiegato che credono negli spiriti della foresta e che l’iboga, un arbusto con proprietà psicoattive, può aiutarli a stabilire un contatto con il mondo spirituale. 

Ho scoperto che la linfa rossa come il sangue degli alberi di niove è un antisettico naturale e che annusare le foglie schiacciate dell’aframomum può dare una carica di energia naturale. All’inizio di una delle nostre escursioni ha acceso un bastoncino intinto nella resina di un albero di okoumè e mi ha spiegato che avrebbe tenuto lontani sia le zanzare sia gli spiriti maligni. «La natura ci dà tutto ciò di cui abbiamo bisogno», ha detto indicando con un ampio gesto ciò che ci circondava. «Pesce, frutta, persino medicine».

Coralie Mboumba, lodge manager per Luxury Green Resorts, vicino al Ndola Luxury Tented Camp

Poi il suo tono si è fatto più severo. «Proteggiamo queste terre da molto prima che arrivassero gli ambientalisti. Ora loro dicono a noi di preservarle, mentre sono le grandi compagnie occidentali a tagliare i nostri alberi per spedirne il legno in Europa e in America» (secondo le Nazioni Unite, dal 2000 il Gabon ha ridotto significativamente la deforestazione).

Di ritorno al lodge, ho incontrato Christian Mbina, amministratore delegato di Luxury Green Resorts: nato in Gabon, gestisce tutte le strutture che avevo visitato. Davanti a una tazza di caffè, con il sottofondo del canto degli uccelli proveniente dalla giungla, Mbina mi ha illustrato la sua visione per il settore dell’ecoturismo nel suo Paese, che negli ultimi decenni era pronto a decollare, ma che ha subito una serie di battute d’arresto.

L’ultima, un colpo di stato nel 2023, ha frenato la crescita. Anche se la situazione sul campo si è stabilizzata, da allora i visitatori sono rimasti in gran parte lontani (il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti raccomanda ai viaggiatori di “prestare particolare attenzione” quando visitano il Paese).

«La nostra economia dipende ancora dal petrolio e dal legname», ha affermato. «Dobbiamo utilizzare le nostre risorse naturali in modo più efficiente». Come Shepherd, che ha organizzato il mio viaggio, anche Mbina ha sottolineato l’importanza di avere aspettative realistiche. «Non possiamo essere paragonati ai Paesi dell’Africa orientale con le loro savane e i Big Five, dove nel giro di un’ora è possibile vedere tutti gli animali che si desidera», mi ha spiegato. 

«Il Gabon non è uno zoo. Se vedi un animale, hai il tempo di stare da solo con lui, puoi permettergli di entrarti nella mente e nell’anima». La mattina seguente ho trovato una sfilata di impronte di elefanti intorno al mio bungalow. Erano così fresche che potevo quasi sentire il fruscio degli animali che si allontanavano.  Mi è sembrata una fortuna, ma anche una sorta di provocazione da parte di Madre Natura. Con tutta la sua inebriante bellezza selvaggia, non svela i suoi segreti su richiesta. E forse è per questo che visitare il Gabon è così emozionante. I suoi paesaggi non offrono garanzie, ma piuttosto l’allettante promessa delle possibilità.

Dove dormire

Un bungalow per gli ospiti del Pongara Lodge

Akaka Forest Camp

Se si considera la sua posizione nel cuore della giungla del Parco Nazionale di Loango, questo piccolo campo sembra quasi incredibilmente lussuoso: le sei tende in stile safari sono dotate di veri letti king size e bagno privato con doccia calda, mentre il bar ben fornito e l’ottima cucina sono proprio quello che ci vuole dopo una lunga giornata di escursioni. Ippopotami ed elefanti fanno spesso la loro comparsa vicino alla terrazza comune.

Hôtel de la Sablière

Con la sua piscina orlata di palme, le suite spaziose e le generose prime colazioni alla francese (i croissant sono enormi e deliziosi), questo lussuoso hotel sulla spiaggia è una sistemazione perfetta prima di addentrarsi nella giungla; l’aeroporto internazionale di Libreville dista solo 15 minuti di auto.

Ndola Luxury Tented Camp

Questo baluardo a Loango dispone di otto suite in legno e tessuto con spiagge, lagune, mangrovie e una savana sconfinata a portata di mano. E grazie alla sua vicinanza ad alcuni dei migliori luoghi di pesca del Gabon, il carpaccio di carango, specialità della cucina servita nella sala comune con tetto di paglia, è freschissimo.

Pongara Lodge

Popolare meta per il weekend da Libreville, che dista meno di 90 minuti con un transfer in barca e jeep, questa struttura si affaccia su una delle spiagge più belle della costa gabonese. Gli 11 bungalow sono eclettici, costruiti con legno di recupero e arredati con opere d’arte africane.

Come prenotare

Fondata da Nicola Shepherd, che vanta una profonda esperienza in Africa, la Explorations Company è un tour operator che da oltre trent’anni organizza avventure personalizzate. Shepherd e i suoi contatti locali aiutano a gestire ogni aspetto, dai trasporti ai visti d’ingresso. La filantropia è un elemento integrante della società: parte dei proventi di ogni prenotazione viene devoluta a enti benefici affiliati e gli itinerari sono personalizzati in base agli interessi umanitari e ambientalisti degli ospiti. – C.S.

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