Dalle curve delle supercar alle geometrie nel piatto: l’Emilia sa trasformare ogni linea in una forma di emozione

Dalle curve delle supercar alle geometrie nel piatto: l’Emilia sa trasformare ogni linea in una forma di emozione

Una regione che sa unire lo scatto di una Ferrari ai tortellini chiusi a mano uno a uno perché la velocità nasce dalla lentezza e dall’attesa.
Lara Gilmore e Massimo Bottura davanti a Casa Maria Luigia

La favola della lepre e della tartaruga di Esopo ci insegna che la pazienza e la costanza possono battere il talento arrogante o la fretta: un principio che, nel tempo, ha contribuito a fare dell’Emilia-Romagna una terra di risultati eccezionali. Una regione dove la potenza è questione di millimetri, dove la lentezza è un investimento e non un freno, e dove anche i cuochi ragionano come ingegneri di pista. «La definizione Slow Food Fast Cars non è un paradosso», dice Massimo Bottura, lo chef modenese che con la sua Osteria Francescana – tre stelle Michelin e per due volte il ristorante numero uno al mondo per la World’s 50 Best – ha trasformato la tradizione in un motore capace di tracciare nuove traiettorie.

«È l’Emilia: da una parte lo scatto di una Ferrari, dall’altra un aceto balsamico che invecchia per decenni, o i tortellini chiusi a mano uno a uno. La velocità nasce dalla lentezza, e dall’attesa». Una supercar corre a 300 all’ora perché qualcuno ne ha studiato per anni ogni dettaglio. Un piatto complesso arriva in tavola in pochi minuti perché dietro ci sono memoria, prove, errori e una brigata di persone esperte. «La creatività italiana non è frenesia. È controllo dell’energia», sottolinea. Nel Modenese, dove la linea dell’Appennino sfiora quella delle officine e dei campi, l’esperienza del bello nasce dal rapporto diretto con il paesaggio. Qui il design è anche leggere il territorio, tradurne le forme, custodirne la storia per trasformarla in emozione.

In un’epoca in cui gli spazi si smaterializzano e le esperienze diventano virtuali, questa sensibilità progettuale rafforza l’identità e rende percepibile la presenza dei luoghi. È stato Leonardo da Vinci, con i suoi quaderni di progetto dalla scrittura speculare e mancina, a dare al disegno uno statuto intellettuale e allo stesso tempo misterioso; inserendo la figura dell’artista in una dimensione in cui rappresentazione, conoscenza e magia convivono. Da questa eredità prende forma una cultura espressiva, di progetto e intuizione geniale, che attraversa i secoli e continua a sostenere la forza del Made in Italy: immaginazione creativa e rigore tecnico che convivono.

Il motore della Ferrari F80

È la stessa energia che anima il lavoro di Flavio Manzoni, che dal 2010 guida il Centro Stile Ferrari di Maranello, dove forma e performance si definiscono a vicenda: «Il dialogo quotidiano tra designer e ingegneri offre un’interazione continua a vantaggio dell’innovazione». In Casa Ferrari, tecnica ed estetica convergono in vetture pure e potenti, intuitive e immediate, in cui la bellezza non è mai fine a sé stessa ma conseguenza della funzione. Un approccio che risponde a un mercato sempre più esigente, orientato alla perfezione del prodotto. A Maranello, la spinta verso il nuovo nasce da una necessità: misurarsi con il limite, in corsa e contro tutti. «Il futuro è nelle mani di chi lo sa anticipare», ricordava Enzo Ferrari.

Dal 1984, le supercar della casa — dalla GTO alla F80 del 2024, Hypercar dell’Anno ai Top Gear Awards 2026 — hanno segnato la storia dell’automobilismo. Linee che suggeriscono movimento, superfici modellate dall’aria, geometrie che evocano quelle naturali. E poi il rosso, colore identitario: nessun modello può prescindere dalla prova in questa tonalità. Oggi questa sensibilità entra in cucina. Il ristorante Cavallino — storica insegna tra la fabbrica e il nuovo flagship store, rilanciata nel 2021 in collaborazione con Massimo Bottura — dedica alla collezione di automobili un percorso degustazione: Supercars. Sette piatti che traducono linee, filosofia e forza espressiva del mondo Ferrari attraverso il linguaggio del gusto.

Una sala interna del Ristorante Cavallino di Maranello

«Una Ferrari nasce da un disegno, da una tensione tra funzione e bellezza. Un piatto allo stesso modo: da un’idea forte, da un concept chiaro», spiega Bottura. «Con Flavio Manzoni abbiamo parlato infinite volte di questo. La nostra amicizia nasce lì: nella consapevolezza che design e cucina raccontano la stessa ossessione. La precisione. Il dettaglio. La responsabilità della forma». Quando pensa un piatto, Bottura ragiona come un progettista. «L’ingrediente è il materiale: come il carbonio o l’alluminio, anche una crosta di Parmigiano Reggiano ha densità e tensione». La sequenza dei sapori è come la distribuzione dei pesi in una supercar: «Se sbagli un grammo, perdi equilibrio».

Il compito del design è rendere invisibile la complessità, come nel modello LaFerrari, corpo vettura compatto e sinuoso che non lascia intuire la tecnologia che contiene. A questa macchina, Riccardo Forapani e Virginia Cattaneo — chef del Cavallino — dedicano il piatto più tecnico del menu: Storione, fondo di carne, seppia e caviale. Un incontro tra terra e mare che riproduce ciò che Manzoni descrive come «una forma scavata dall’aria, che intrattiene con l’aerodinamica un rapporto intimo, come se i flussi ne fossero parte costitutiva».

Lo stesso principio guida il piatto ispirato alla Enzo del 2002, prima supercar del terzo millennio: tortellini e brodo dashi in un assaggio essenziale, dodici scrigni come i cilindri del motore. Poi la F80, vettura che inaugura una nuova era stilistica: più tesa, più estrema, più racing. Il piatto dedicato — Piccione con cipollotto, rabarbaro, rosa e abete rosso — al- terna delicatezza e tensione, come un’accelerazione sul rettilineo. «Volevamo integrare un elemento complesso in una struttura calibrata. Da qui l’idea della “tasca” nel petto di piccione per accogliere la testina di vitello», raccontano gli chef. Ingredienti radicati nel tempo dialogano con l’innovazione che ha fatto di questo territorio un laboratorio di velocità. È un incontro fertile: passato e futuro, lentezza e dinamismo, artigianato e tecnologia.

Il piatto F80: Piccione, cipollotto, rabarbaro, rosa e abete rosso.

Cibo e design condividono lo stesso terreno: la relazione tra materia e strumento, tra memoria e avanguardia. Acciaio, carbonio, alluminio. Farina, Parmigiano, aceto: materiali diversi, stessa inclinazione all’eccellenza. «Sia una Ferrari sia un piatto importante devono lasciare un segno. È in quel passaggio — dal pensiero alla forma, dalla forma all’emozione — che si riconosce una visione», conclude Bottura. E c’è un luogo, nella campagna modenese, dove questa visione diventa esperienza. Tra i filari a perdita d’occhio e le strade su cui sfrecciano le auto, Casa Maria Luigia è lo snodo in cui gastronomia, artigianato automobilistico e ospitalità italiana si trasformano in racconto. Aperta nel 2019, la guest house accoglie lo sguardo contemporaneo dei coniugi Lara Gilmore e Massimo Bottura tra fotografie, sculture e oggetti di design.

Una casa color crema con persiane verde tenue, tende di lino e 25 camere diverse, arricchite da mobili di metà Novecento, affreschi, carte da parati e pezzi d’arte moderna. In una stanza si trovano 21 punti ad acquerello di Ceal Floyer; in un’altra, le fotografie di Ed Templeton dialogano con i fiori stilizzati del soffitto. Tra i campi che disegnano il paesaggio intorno alla tenuta, la quiete convive con il rombo dei motori. «Se cresci da queste parti non puoi non innamorarti delle auto», racconta Bottura. «Negli anni Ottanta assistevo con mio fratello Paolo alle gare di rally. Impazzivamo a guardare le macchine coperte di fango che derapavano sulle stradine scoscese».

Il piatto F50: Linguine di Gragnano, astice grigliato e la sua bisque, salsa al prezzemolo e gel di limone

Per lui le macchine sono poesia: gli ricordano i suoni dell’infanzia, i luoghi in cui è cresciuto. Le sue preferite — Ferrari, Maserati, Lamborghini, Alfa Romeo, De Tomaso — sono esposte nel Playground, una rimessa con auto d’epoca, motociclette Ducati e quadri monumentali. Gli ospiti ci vengono per allenarsi o giocare a biliardo e flipper. Di fronte, l’Officina custodisce cimeli della Formula 1 e della MotoGP. Da qui parte anche l’esperienza Ferrari Drive and Dream: una giornata nel segno dell’avventura che culmina con cinque giri di pista sull’Autodromo di Modena, a bordo di una Ferrari F296 Challenge. «Guidare in questa zona è qualcosa di unico», racconta Stefano Gai, pilota e coach, tre volte campione italiano Ferrari Challenge.

«Accendere queste eccellenze, sentire il rombo, percepire il concentrato di tecnologia è un’emozione incredibile. La guida diventa tutto. Entri in una tua dimensione, una bolla: la vettura ti avvolge e il resto scompare». Entrare nell’aria, percepire la macchina come un’estensione del corpo è adrenalina allo stato puro. «L’adrenalina è la nostra benzina», dice Gai. E mentre in pista la velocità è assoluta, al ritorno a Casa Maria Luigia il tempo rallenta. Qui motori, cibo, ospitalità e vita lenta raccontano la capacità — tutta italiana — di tenere insieme gli opposti. Lentezza e velocità. Tradizione e innovazione. «Perché alla fine non è questione di andare piano o veloce», dice Bottura. «È questione di andare lontano».

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