Ad Anacapri, nella chiesa di San Michele Arcangelo, il pavimento non è soltanto una superficie decorativa: è una grande scena in maiolica che raffigura il Paradiso terrestre e la cacciata di Adamo ed Eva. Realizzato nel 1761 dal maestro riggiolaio Leonardo Chiaiese, il pavimento occupa l’intera navata e riunisce in un’unica composizione animali domestici ed esotici, piante, alberi, elementi simbolici e figure della tradizione cristiana. Per vederlo bene bisogna però guardarlo dall’alto, dalla cantoria o dal palchetto dell’organo.
La chiesa di San Michele Arcangelo si trova in piazza San Nicola, nel centro di Anacapri, e costituisce uno degli edifici barocchi più significativi della Campania. La sua storia comincia alla fine del Seicento e si lega alla figura di Madre Serafina di Dio, religiosa caprese che fondò diversi monasteri tra Capri, la costiera e il Salernitano. Per evitare di rovinare le maioliche c’è tutto un corridoio in legno sopraelevato che consente ai visitatori di “galleggiare” sulla superficie e godere a pieno dell’opera
La chiesa di San Michele Arcangelo ad Anacapri
La costruzione della chiesa fu avviata nel 1698 e terminò nel 1719, dopo oltre vent’anni di lavori. Secondo la tradizione, Madre Serafina di Dio aveva fatto voto a San Michele perché terminasse l’assedio ottomano di Vienna del 1683: se la città fosse stata liberata, avrebbe fatto costruire ad Anacapri una chiesa e un monastero dedicati all’arcangelo.
Il progetto fu affidato ad Antonio Domenico Vaccaro, architetto napoletano tra i principali interpreti del barocco del Settecento. La chiesa venne costruita accanto alla preesistente chiesa di San Nicola, dalla quale deriva il nome della piazza, con una pianta ottagonale inscritta in una croce greca e una cupola che ne definisce lo spazio centrale.
L’interno conserva opere di alcuni dei protagonisti della pittura napoletana del Settecento, tra cui Francesco Solimena, Nicola Malinconico, Giacomo del Po e Paolo de Matteis. Anche l’altare maggiore ha una storia particolare: fu commissionato dal principe di San Nicandro e realizzato in marmi policromi dal marmoraro Agostino Chirola nella sua bottega napoletana. Per raggiungere Anacapri, l’opera fu trasportata via mare e poi risalì la Scala Fenicia.
Durante l’occupazione inglese di Capri, tra il 1806 e il 1808, il complesso religioso venne chiuso e utilizzato anche come deposito di munizioni. La chiesa fu successivamente riaperta al culto sotto Ferdinando I di Borbone.
Il pavimento in maiolica del 1761
Il pavimento arrivò circa quarant’anni dopo la conclusione della chiesa. Nel 1761 il principe di San Nicandro commissionò a Leonardo Chiaiese, appartenente a una delle più importanti famiglie napoletane di riggiolai, la realizzazione della grande composizione in maiolica.
Il tema è quello del Paradiso terrestre e del peccato originale. La scena prende forma attraverso una quantità di dettagli che trasformano il pavimento in una sorta di racconto da percorrere con lo sguardo. Al centro si trova l’Albero della conoscenza del Bene e del Male, attorno al quale è avvolto il serpente. Di fronte all’albero sono rappresentati Adamo ed Eva e, poco più in alto, l’arcangelo Michele con la spada infuocata, mentre allontana i due dal Paradiso.
Il disegno viene tradizionalmente collegato a Francesco Solimena, ma l’attribuzione del cartone preparatorio al pittore non è considerata certa. È invece documentata la firma del maiolicaro: «Leonardo Chianese Fecit», accompagnata dalla data 1761.

L’opera ha anche una componente naturalistica. Il paesaggio comprende alberi da frutto, acqua, fiori e numerosi animali, alcuni dei quali rappresentati con espressioni quasi umane. Mucche, pecore, capre e altri animali legati alla vita rurale compaiono accanto a specie più esotiche come elefanti, dromedari, coccodrilli e un giaguaro. C’è anche un unicorno, mentre il pavone, l’aquila e il cervo contribuiscono alla complessa simbologia della scena.
Una delle figure più singolari è proprio quella della capra raffigurata sulla roccia, interpretata come un possibile riferimento all’isola di Capri. Il coccodrillo, invece, è associato alla tentazione del demonio; l’unicorno alla purezza e il cervo alla lotta contro il male. Il pellicano, presente secondo alcune letture della composizione, è legato al sacrificio di Cristo e all’Eucaristia.
Un paesaggio dipinto ai piedi dell’altare
La scena non si limita alla rappresentazione del peccato originale. Il Paradiso di Chiaiese è un ambiente popolato e quasi autonomo, nel quale elementi della tradizione biblica convivono con un repertorio naturalistico che risente della cultura figurativa europea tra Seicento e Settecento. Il cielo è rappresentato con il sole da una parte e la luna crescente dall’altra, mentre una fascia decorativa in maiolica gialla e nera delimita l’intera composizione.
Questa attenzione al mondo naturale è uno degli elementi che rendono il pavimento particolarmente interessante. La tradizione della maiolica napoletana si incontra con il gusto per le nature morte e per le rappresentazioni di animali e piante che circolavano nella cultura italiana e fiamminga dell’epoca.
Perché il pavimento va visto dall’alto
Il modo migliore per leggere il pavimento della chiesa di San Michele non è fermarsi nella navata. La composizione è infatti pensata per essere osservata nella sua interezza da una posizione rialzata. Salendo verso la cantoria, o raggiungendo il palchetto dell’organo, si può vedere la struttura complessiva della scena e distinguere la disposizione degli elementi che, dal livello del pavimento, risultano più difficili da collegare tra loro.
Questa possibilità aveva anche una ragione storica. La posizione sopraelevata consentiva alle monache di clausura di contemplare la rappresentazione attraverso le grate senza accedere direttamente allo spazio della navata. Da quella prospettiva il pavimento appare come un’unica grande immagine, quasi un dipinto disteso per tutta la chiesa.