Portrait Firenze: una questione di sensi

Portrait Firenze: una questione di sensi

Dai profumi artigianali ai cocktail con vista: 24 ore nella città del giglio.
Caffè dell'Oro, Portrait Firenze
Caffè dell'Oro, Portrait Firenze


Firenze si svela poco alla volta, attraverso un dialogo costante tra i sensi: l’aria umida e frizzante dell’Arno, i suoni che si rifrangono tra i marmi serpentini e le luci che cambiano il volto degli spazi nel corso della giornata costruiscono una percezione precisa della città. Il mio soggiorno nasce da questa stessa logica, quella di un’ospitalità che non interrompe il dialogo con l’esterno ma lo accompagna e lo amplifica.

Il Portrait Firenze non è un semplice hotel, ma una residenza urbana che sembra pensata più per abitare la città che per visitarla. Parte della Lungarno Collection, il progetto riflette l’idea di ospitalità della famiglia Ferragamo: elegante ma mai rigida, sartoriale e profondamente legata al contesto che la circonda. Sei piani e trentasei suite concepite come appartamenti affacciati sull’Arno, dove l’accoglienza è intima e misurata, pensata per accompagnare l’ospite con discrezione, senza mai sovrastarlo.


Appena varcata la soglia della mia suite, l’ambiente restituisce immediatamente una sensazione di equilibrio e intimità. Gli interni parlano un linguaggio elegante e accogliente, fatto di materiali morbidi, tonalità neutre e dettagli che ricordano una casa più che una struttura ricettiva. La prima cosa che ho fatto è stata avvicinarmi alle finestre, direttamente affacciate su Ponte Vecchio, così immersive da dare la sensazione di soggiornare su una barca che naviga lentamente sull’Arno. È stato bellissimo osservare dall’alto lo scorrere delle persone sotto di me: un turista intento a fotografare il tramonto, passanti presi dalla frenesia quotidiana e qualcuno che, con bloc-notes e matita, ritrae il paesaggio.


Laboratorio olfattivo: un viaggio nei profumi

Il senso al quale non potrei rinunciare è l’olfatto. È quello che, secondo me, più di tutti dialoga con la memoria: un profumo può riportarti all’infanzia, a un ricordo preciso che diventa immediatamente nitido. A confermarmelo è stata un’esperienza proposta dal Portrait Firenze: il workshop con Ephèmera, realtà fiorentina specializzata in branding olfattivo, il cui nome deriva dal greco ephémeros, “di un solo giorno”, a rappresentare l’idea dell’effimero, ciò che è invisibile agli occhi ma capace di arrivare dritto al cuore.

Non potevo immaginare ciò che si nascondeva oltre quella porta. Prima ancora di vedere, però, ho sentito soavi note di musica classica, come un preludio alla bellezza dell’esperienza. Una volta varcata la soglia, è stato come teletrasportarsi in un’altra epoca. Davanti a me, una tavolata imbandita di fragranze, tutte ispirate alla città di Firenze, alternate a profumatissimi mazzi di iris. In sottofondo, le note di una violoncellista permeavano l’atmosfera.

Il tutto affacciato su una delle viste più suggestive della città: Ponte Vecchio. «È come essere su un tappeto magico, ci saliamo sopra e creiamo uno spazio tutto per voi», ci accoglie Manuela Ricci Bocciolini, accompagnandoci in un percorso intimo e personale verso la scelta della nostra fragranza, dove il profumo non è una decorazione ma una dichiarazione di chi siamo. La mia scelta ne è stata la conferma: il sale, memoria delle mie origini di mare; l’oud, definito l’“oro nero” della profumeria artigianale; e infine il giglio, forse scelto in omaggio alla bellezza di Firenze.

Aperitivo con vista sul centro storico


Dopo una breve passeggiata lungo l’Arno, rientro in hotel per prepararmi a uno dei miei riti preferiti, quello che precede sempre le migliori cene: l’aperitivo. E quando questo rito si svolge al 701 Rooftop Bar, è tutta un’altra storia. Situato all’ultimo piano del Gallery Hotel Art, parte della Lungarno Collection e primo art hotel in Italia, il rooftop nasce dalla trasformazione della storica suite 701 ed è oggi uno spazio pensato per vivere la città dall’alto con discrezione.

Arrivata al settimo piano, mi affaccio subito sulla terrazza esterna. Anche se ormai è buio, il panorama resta sorprendente. Davanti a me la Cupola del Brunelleschi e il Campanile di Giotto illuminati, così suggestivi da sembrare parte di una scenografia teatrale. Ordino qualcosa di classico da bere, il 701 House Punch, un mix di vino rosso, succo di mirtillo rosso, liquore all’albicocca, liquore secco all’arancia, liquore alla ciliegia, moscato, grappa e succo di limone.

La cena a Caffè dell’Oro

Tra un ultimo sorso e qualche chips al tartufo e al peperone, il cocktail lascia spazio alla cena e l’appuntamento si sposta al Caffè dell’Oro, il ristorante del Portrait Firenze. Il locale accoglie in un’atmosfera elegante ma informale, fatta di materiali caldi, arredi su misura e una luce soffusa che invita all’intimità, con fotografie in bianco e nero alle pareti che richiamano gli anni Cinquanta e dettagli come le tovagliette in ottone, il cui disegno suggerisce i confini di Ponte Vecchio e del fiume Arno.

Una volta a tavola, l’accoglienza dello chef Luca Armellino dà il via a un menu degustazione selezionato ad hoc, composto dai piatti più simbolici e rappresentativi del suo percorso. Un risultato evidente delle esperienze maturate in alcuni dei migliori ristoranti del mondo, dal Noma di Copenaghen al St. Hubertus di Norbert Niederkofler, entrambi tre stelle Michelin. Lo chef definisce il menu “come un puzzle”, in cui ogni piatto racconta una storia a sé, completa. In ogni portata è racchiusa una stagione, una sensazione, una memoria.

Dalla variazione di radici di rapa con salsa di rafano e riso viola, ricordo dell’esperienza danese, al tubetto di farro monograno Felicetti con panna al fieno e variazione di funghi – piatto che gli ha permesso di ottenere il ruolo di executive chef al Caffè dell’Oro – fino ai ravioli del plin ripieni di ragù di “cintale”, mirtilli fermentati e chips di nervetti, omaggio alle sue origini familiari. Lo stile della sua cucina si può riassumere come una semplicità complessa, fatta di tecniche ricercate che si affiancano a ingredienti locali, dando vita a piatti essenziali capaci di raccontare storie in modo chiaro e lineare, senza mai strafare.

Quando rientro in stanza, porto con me un profumo sulla pelle, un sapore che riaffiora alla mente e una luce che continua a filtrare anche a occhi chiusi. Perché quando un hotel sa parlare con tanta chiarezza ai sensi, non è più solo una destinazione, diventa un’esperienza che non svanisce e lascia una scia indelebile.

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