Il Capodanno che non ti aspetti si celebra tra sacro e profano. Un brindisi, un rito propiziatorio, una festa di piazza, una cena Michelin? Valencia potrebbe essere la destinazione perfetta. Perché, tanto per cominciare, la città custodisce dal 1432 il Santo Calice in Cattedrale – ovvero la coppa in agata che potrebbe essere stata tra le mani di Cristo nell’Ultima Cena, a cui è dedicato il Giubileo del 2026 – ma offre anche più edonistiche occasioni: da cogliere al Mercado Central piuttosto che nello shopping compulsivo all’Eixample. Partiamo dall’irrinunciabile: l’anno giubilare che papa Francesco ha istituito nel 2015, e previsto ogni cinque anni, facendo così di Valencia un luogo speciale di pellegrinaggio.

Ciò significa che, arrivando nella magnifica Cattedrale, fino al 29 ottobre prossimo e magari prima dei festeggiamenti di San Silvestro, i fedeli hanno l’opportunità di guadagnare l’indulgenza plenaria che cancella (per chi crede e con una pratica in cinque condizioni) i peccati commessi. Al di là dell’aspetto religioso, il Santo Graal racconta perfino ai più scettici una storia che intreccia leggende, guerre e fede popolare in un mix di assoluto fascino che ha contagiato la letteratura da sempre. Oltre ad essere la reliquia più famosa al mondo a cui (fino alla fine di febbraio) il MuVIM (Museo dell’Illuminismo e della Modernità) dedica una mostra illustrativa e storica assolutamente da vedere (Guillém de Castro 8, Quevedo 10).
Tra storia e leggenda
Un tesoro che – per certezza archeologica – risale al I secolo, è in agata scura striata, è alto poco più di sei centimetri e mezzo, è stato creato in Egitto o in Palestina, ha una base e maniglie aggiunte in epoca medievale ed è sbarcato a Valencia, nel 1420, grazie a re Alfonso V d’Aragona. Faceva parte del suo “capitale reale” e lo scaltro monarca lo usò come merce di scambio con la Chiesa perché finanziasse la conquista del Regno di Napoli. Prima di allora il Santo Graal pare fosse stato nelle mani dell’apostolo Pietro, poi nascosto sui Pirenei, a Huesca, dove giunse nel 258 d.C. per sottrarlo alla furia anticristiana dell’imperatore Valeriano, e più tardi nel monastero di San Juan de la Peña dove trovò sede dal 700 al 1100.
Tortuosissime fughe montane, nascondigli, credenze e reticenze accompagnano il racconto del cáliz che esposto nella sua cappella della Cattedrale (edificata su un antico tempio romano convertito in moschea), fa oggi decisamente il suo effetto. Sebbene non possa esserci prova scientifica della sua presenza sulla tavola di Cristo, né tantomeno sotto la sua croce dove – secondo le leggente arturiane Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Gesù – la reliquia resta al centro di una Valencia sorprendentemente intima.
Cultura e vita quotidiana

Uscendo dall’immersione spirituale, sulla plaza de la Virgen, di fronte alla grande chiesa gotica, assemblata in stili e tempi diversi, gli expat europei suonino la chitarra all’ora dell’aperitivo bevendo orchata o cerveza intorno alla fontana aggiunge una suggestione terrena alla visione. Un contrasto, forse. Ma Valencia è così: nemmeno 800mila abitanti e tanti bistrot da provare, come la Llisa Negra di Quique Dacosta nella Ciutat Vella (centro storico): una sosta gourmet necessaria almeno quanto quelle culturali.
Ovvia sciocchezza paragonare la granceola in salsa proposta dallo chef (bistellato nel ristorante El Poblet e tristellato in quello che porta il suo nome a Denia, Alicante) alla meraviglia degli occhi della Lonja de la Seda, una sorta di Borsa dei mercanti (patrimonio Unesco dal 1996) piazzata al centro della città. Meno di duemila metri quadrati di interni (e giardini) in stile gotico civile e, soprattutto, una sala de contratación, scandita da altissime colonne a spirale (circa 16 metri) che sorreggono il soffitto a volte. Bello da mozzare il fiato.

La clotxina valenciana. Foto di Visit Valencia
Ti viene in mente che sarebbe il luogo perfetto per un valzer di Capodanno o magari una milonga, ma in realtà la scritta su fondo blu che corre lungo le quattro pareti dell’enorme sala richiama all’etica dei mercanti e allude al rigore negli affari e nella vita che mal si addice alla danza. Profana resta, comunque, l’immagine di una Valencia che nel 1483 contava già 30mila abitanti, ricchi e potenti.
La qualità della vita doveva essere alta, come sembra ancora oggi: se non per ricchezza almeno per spirito collettivo. Proprio quello che muove le serate al Mercado de Colón, progettato da Francisco Mora Berenguer a inizio Novecento che, nelle sue tre navate, accoglie oggi pub, bistrot, caffè, fioristi, e locali come l’Habitual by Ricard Camarena o a Las Cervezas del mercado dove un brindisi al nuovo anno tra bionde, rosse e doppio malto è sempre possibile.