Alle scuole elementari, quando le maestre assegnavano il classico tema “cosa farai da grande”, Valentina De Santis non aveva dubbi. Mentre i compagni di classe sognavano di fare i veterinari o i calciatori, lei scriveva che un giorno avrebbe gestito il Grand Hotel Tremezzo, seduta esattamente nell’ufficio di suo nonno “Bat” (Giovanni Battista Mallone, ndr). La profezia tracciata su quel foglio a righe è diventata realtà, superando persino la più vivida fantasia d’infanzia: dopo una laurea in Economia per l’Arte e la Cultura alla Bocconi, 5 anni di consulenze strategiche in Bain & Company, oggi Valentina è la regina indiscussa dell’ospitalità sul lago di Como.

Custode della tradizione dell’iconica struttura di famiglia, ha raddoppiato la scommessa firmando lo straordinario successo di Passalacqua, la storica dimora di Moltrasio eletta miglior hotel del mondo ai World’s 50 Best nel 2023 (e vincitrice del premio Best Interior Design ai Travel + Leisure Italy’s Best Awards 2025) e capace di ridefinire gli standard dell’hôtellerie globale. L’abbiamo incontrata per farci raccontare come un’ambizione nata sui banchi sia poi diventata il manifesto di un nuovo, umanissimo concetto di lusso.
Ha sempre voluto fare questo mestiere?
Diciamo che era nel mio destino. Il Grand Hotel Tremezzo è il luogo dove sono cresciuta, lo sfondo di tutte le mie estati. Ricordo i pomeriggi passati a curiosare nel back office o i momenti in cui mi rifugiavo in dispensa, dove mi divertivo a mettere a posto i vini e a osservare il movimento silenzioso e perfetto della macchina alberghiera. Anche quando la mia vita professionale sembrava prendere altre strade, quel legame profondo è rimasto intatto, pronto a riemergere al momento giusto.
Quali sono gli insegnamenti più importanti che ha ricevuto dai suoi genitori?
Mio padre dice sempre una frase che porto con me come una bussola: «Testa dritta e barra alta». È il suo modo di ricordarmi che è indispensabile rimanere focalizzati sul traguardo, mantenere il controllo e cercare di migliorarsi continuamente, senza mai accontentarsi dei risultati raggiunti. Mia mamma, d’altro canto, mi ha sempre spronata a non lasciare mai nulla di intentato e a non avere rimpianti.
Qual è stato l’anno di svolta della sua carriera?
Direi senza dubbio il 2010, perché in quell’anno il Grand Hotel Tremezzo ha festeggiato il suo centenario. Io all’epoca mi occupavo di consulenza strategica da Bain & Company e con l’approssimarsi della ricorrenza ho capito che era il momento di tornare a casa e mettere finalmente il naso nel mondo dell’ospitalità. Era un’occasione irripetibile, anche per capire se il settore potesse davvero interessarmi. All’inizio ero molto spaventata, perché era un universo inesplorato, ma è stato un amore immediato.

Poi, nel 2018, avete deciso di acquistare Villa Passalacqua.
Non è stata affatto una cosa preventivata, ma una di quelle coincidenze magiche che la vita ti riserva all’improvviso. Era la fine di ottobre del 2018 e abbiamo scoperto quasi per caso che la proprietà era in vendita tramite un’asta privata di Sotheby’s. Siamo andati a vederla ed è stato un colpo di fulmine. Una volta attraversato il cancello d’ingresso, ci siamo letteralmente persi nella sua bellezza. Abbiamo esplorato la villa e il parco per mezz’ora e, quando ci siamo guardati in faccia, io e i miei genitori avevamo tutti e tre la stessa identica luce negli occhi.
Abbiamo deciso di provarci: eravamo l’unica famiglia italiana presente all’asta, contro grandi investitori internazionali. Quando siamo riusciti a portarla a casa, l’emozione è stata indescrivibile. In un momento storico in cui sul lago di Como assistiamo a un trend opposto, con le grandi ville storiche acquistate da fondi o miliardari stranieri (Villa Passalacqua stessa apparteneva a un banchiere americano, ndr), quella dimora è tornata finalmente nelle mani di una famiglia comasca.
Qual è la differenza tra i due hotel?
Sono due esperienze completamente diverse. Per noi è fondamentale andare alla radice di ogni posto e rispettare l’anima del luogo in cui sei. Tremezzo ha una particolarità: è l’unico albergo di lusso del lago di Como che è nato per essere un albergo, ha un imprinting Liberty e una facciata che parla della sua storia, è il Grand Hotel per eccellenza. Passalacqua invece è da sempre una residenza privata che ha ospitato straordinari personaggi, da Bellini a Churchill. Abbiamo fatto di tutto proprio perché non assomigliasse a un albergo. Chi entra qui è come se fosse accolto in una meravigliosa villa di amici sul lago. Se c’è un fil rouge tra i due hotel è nell’italianità dell’offerta gastronomica.

A Passalacqua la chef Viviana Varese è riuscita a ricostruire qualcosa che non esiste più: una cucina nobile di casa che rievoca il comfort, la raffinatezza e i sapori delle villeggiature delle famiglie aristocratiche che portavano con sé il proprio cuoco. Al Tremezzo, tra i diversi outlet, abbiamo la Terrazza Gualtiero Marchesi, che rende omaggio al Maestro della cucina italiana con i suoi piatti più celebri. «Qui si mangia un pezzo di storia», ci hanno detto diversi ospiti.
Cosa rende unica l’ospitalità italiana?
Abbiamo un grande vantaggio: non esiste un altro luogo al mondo con così tanta bellezza concentrata. Molti dei nostri hotel di fascia altissima sono ancora nelle mani di famiglie italiane eppure riescono a competere con i giganti a livello internazionale. Gli standard sono importanti ma è la valorizzazione dell’unicità di ogni luogo a fare davvero la differenza. Noi ci siamo fatti custodi del genius loci. L’espansione delle grandi catene ci sprona a rimanere sempre all’altezza, a creare cose nuove ma ancorati ai nostri valori. Le nostre case non sono solo un business ma un affare di cuore.

A proposito di cuore, dalla grande passione per l’arte è nata Casabianca, di cosa si tratta?
È un progetto di ospitalità fortemente voluto dai miei genitori e inaugurato alla fine del 2025. Avevano il grande desiderio di condividere con gli altri la loro passione per l’arte contemporanea e di creare un’estensione della loro casa che fosse aperta al pubblico. Così abbiamo acquistato questa residenza degli anni Trenta, progettata da Piero Ponci e affacciata sul lungolago, e qui abbiamo esposto la nostra collezione che comprende circa cinquanta opere, tra cui dipinti, sculture e installazioni di Abramović, Paolini, Kounellis, Pistoletto, Kiefer e Kentridge.

Al primo piano si trova anche una caffetteria in collaborazione con Cova e all’ultimo piano stiamo inaugurando tre suite d’artista, dedicate ad Aldo Spoldi, Roger Selden e Simona Uberto. Chi soggiorna in queste suite vive un’esperienza immersiva e ha accesso privato alla collezione anche fuori orario.
Cosa la fa arrabbiare quando è lei ospite in un hotel?
Quando vado a letto e ci metto cinque minuti a capire come spegnere le luci (ride, ndr) e poi quando sono in un albergo in Italia e mi dicono “good morning,” dando per scontato che io sia un’americana.
Viceversa, cosa apprezza?
Quando mi sento accolta e ascoltata e il team mi fa sentire bene. Ultimamente, al Claridge’s di Londra, mi hanno fatto trovare in camera le tende degli indiani con tante piccole sorprese per i miei bambini. Un pensiero che ha reso felice un’intera famiglia.
Quali sono le sue mete del cuore?
In realtà mi piace molto cambiare quando viaggio però l’estate torno sempre in Puglia, vicino a Monopoli, perché è una regione che ha tutto: mare, cultura, cibo squisito, senso di accoglienza. All’estero amo il Brasile e New York, la città dove ho perso il cuore.