Era una calda giornata estiva a Seoul e mi ero riparata dal sole nel fresco studio in stile industriale dell’artista coreana Kim Yun Shin. Salopette di jeans, capelli raccolti in uno chignon grigio, a 89 anni Kim aveva l’aria di una donna soddisfatta della propria vita. Con l’aiuto di un traduttore ho ammirato le sculture che rivestivano le pareti: pezzi di legno grezzi tagliati con una motosega, molti dei quali dipinti, alcuni riprodotti in bronzo.
Avevano tutti una qualità geometrica che sembrava decisamente moderna, ma che mi ricordava anche la carpenteria di un hanok, casa tradizionale coreana. Kim mi ha spiegato di averli creati in legno di algarrobo, un albero originario del Sud America, invece che con il pino rosso tradizionalmente utilizzato in questa regione. Mentre attraversavamo il suo studio – lei camminava piano, aiutandosi con un bastone – mi ha raccontato come è arrivata a lavorare con quel materiale.
Nata nel 1935, durante l’occupazione giapponese, nella città di Wonsan, che oggi si trova nella Corea del Nord, ha sempre saputo di essere un’artista. La natura è stata la sua prima maestra: da bambina disegnava sulla terra con un bastoncino. Ma dopo il conflitto tra Corea del Nord e Corea del Sud all’inizio degli anni Cinquanta, non c’erano più alberi. Erano stati tutti abbattuti. Ci siamo fermate a guardare i disegni realizzati da Kim negli anni Sessanta, quando studiava litografia e scultura a Parigi.

Dopo aver vissuto in Europa per diversi anni, tornò in Corea del Sud per insegnare e lavorare. Poco dopo, però, durante un viaggio in Sud America per una mostra, ebbe una rivelazione. «Quando ho visto le foreste laggiù, ho voluto restare», racconta. Kim si trasferì in Argentina nel 1984 e vi rimase per quarant’anni. Non era solo una questione di materiali: Kim trovava più facile lavorare come artista in quel Paese. Negli anni Ottanta, mi ha spiegato, la vita in Corea era difficile. Non c’erano musei e gallerie d’arte dove esporre le proprie opere. Le donne avevano meno risorse. Il Paese che vediamo oggi è completamente diverso: modernizzato, digitalizzato, in costante trasformazione ed evoluzione.
«I giovani delle nuove generazioni», ha aggiunto, «sono davvero veloci». Attualmente la Corea del Sud è la quattordicesima economia mondiale. La sua evoluzione da Paese sottosviluppato e devastato dalla guerra a una delle potenze finanziarie dell’Asia era quanto mai evidente mentre attraversavo la città in auto per andare a trovare Kim quella mattina. Gli imponenti grattacieli pieni di uffici brillavano nella calura e le strade erano affollate di gente che andava al lavoro. Negli isolati adiacenti al mio lussuoso hotel nel quartiere di Gangnam ho notato numerosi studi di chirurgia plastica (e qualche paziente che usciva, bendato e contuso, dopo un intervento).
C’erano negozi di lusso come il concept store Haus Dosan, dove la sera prima un robot animatronico a grandezza naturale mi aveva accolta mentre curiosavo tra i modelli di occhiali del marchio sudcoreano trendy Gentle Monster. Forse la cosa più straordinaria è stata Frieze Seoul, iniziata il giorno dopo il mio arrivo. Nel 2022 Frieze, che organizza fiere d’arte a Londra, New York e Los Angeles, ha presentato la sua prima edizione asiatica proprio qui: un segno del forte interesse della Corea del Sud per l’arte contemporanea. La capitale ha diversi musei specializzati in questo genere, tra cui il Museo d’Arte di Seoul, il Leeum Museum of Art e il Museo Nazionale di Arte Contemporanea, oltre a una fitta rete di gallerie d’arte in quartieri come Samcheong e l’esclusivo Hannam-dong.

Una volta tornate nel suo studio, Kim mi ha mostrato alcune sculture che stava pensando di inviare a Londra per Frieze Masters, una sezione della fiera dedicata alle opere d’arte realizzate prima del 2000. Nel 2025 Kim ha esposto alla Biennale di Venezia, una delle più importanti manifestazioni d’arte al mondo, e l’anno prima era entrata a far parte della prestigiosa galleria internazionale Lehmann Maupin. Questi successi rappresentano il tipo di riconoscimento che molti artisti sognano, ma Kim afferma di non aver mai puntato a esporre in fiere d’arte o a competere per premi, concentrandosi di più sul lavoro in sé.
Ammiravo la sua indifferenza nei confronti del mercato. Era straordinario non solo guardare la sua raccolta di opere, ma anche pensare a quanto sia cambiata la Corea nel corso della sua vita e a come la sua carriera di artista rifletta questo cambiamento. Sulla sua libreria c’era una scultura in miniatura di una tartaruga. Le ho chiesto se avesse un significato speciale. «Le tartarughe vivono molto a lungo», ha detto. «Anch’io voglio vivere a lungo». La mattina dopo mi sono unita alla folla di artisti, curatori, collezionisti, direttori di musei e galleristi che entravano al COEX, un centro congressi con pareti di vetro e spazi immensi.
Sono passata davanti allo stand di David Zwirner, dove erano esposti in posizione di spicco una zucca di Yayoi Kusama e un dipinto di Gerhard Richter. La Kukje Gallery, che rappresenta Kim in Corea del Sud ed è una delle più affermate del paese, aveva un grande stand che esponeva opere del pittore Park Seo-Bo e della pionieristica artista multimediale Suki Seokyeong Kang.
Ho avvistato molti protagonisti del mondo dell’arte che hanno conquistato un ruolo importante a Seoul. Il gallerista londinese Jay Jopling, che nel 2023 ha aperto una filiale della sua White Cube nel quartiere di Dosan, era nel suo stand intento a discutere di agevolazioni fiscali con un uomo in giacca e cravatta. Antwaun Sargent, un direttore della Gagosian, era arrivato da New York per sovrintendere all’inaugurazione di una piccola mostra di dipinti di Derrick Adams in una galleria nella sede del colosso di cosmetica Amorepacific. Le persone che frequentano le fiere d’arte sono sempre alla moda e discrete.
I galleristi e i loro dipendenti erano vestiti con buon gusto, indossando marchi quiet luxury – Loro Piana, The Row, Celine e Dries Van Noten –, e i tavoli a cui erano seduti sfoggiavano composizioni floreali altrettanto sobrie. Nella fiera si aggiravano sudcoreani facoltosi, e di tanto in tanto facevano la loro comparsa anche alcune celebrità, come la star del K-pop Joshua Hong della boy band Seventeen, che ho potuto intravedere solo attraverso lo stuolo di fan e guardie del corpo che lo circondavano. È stato nella sezione Focus Asia – dove erano state invitate a esporre dieci gallerie asiatiche più giovani – che ho trovato il senso di scoperta che cercavo. Gli stand davano l’impressione di far parte di una mostra piuttosto che d’una fiera d’arte commerciale.
Le gallerie erano più piccole e si sono prese dei rischi portando talenti emergenti o meno prestigiosi. In mezzo alla frenesia degli acquisti, è stato stimolante vedere il loro punto di vista. Sono rimasta particolarmente colpita dal lavoro dell’artista srilankese Kingsley Gunatillake, 73 anni, rappresentato dalla galleria Blueprint.12 di New Delhi. La sua straordinaria opera Protest raffigura lo spargimento di sangue della lunga guerra civile dello Sri Lanka utilizzando libri carbonizzati o resi illeggibili, spesso decorati con oggetti simbolici o figurativi come soldatini che marciano su una pagina sporca.

A Frieze Masters ho ammirato a lungo gli incredibili dipinti di Kim Whanki, grande artista astratto della metà del Novecento. Nato nel 1913 da una ricca famiglia coreana, Kim si ribellò al padre e scelse di studiare arte in Giappone. Interessato principalmente ai grandi cambiamenti avvenuti in Corea nel corso della sua vita, Kim incorporò vari principi dell’astrattismo nel linguaggio più tradizionale dell’arte e degli oggetti decorativi dell’Asia orientale. In quel centro congressi affollato, nel suo dipinto del 1967 Moon and Mountain ho colto qualcosa che per me ha fatto fermare il mondo. Il quadro presentava uno straordinario senso del colore e della forma, persino la particolare tonalità di blu sembrava essere stata presa direttamente dal cielo notturno. Solo per curiosità, ho chiesto il prezzo. Il gallerista mi ha detto che era in vendita per circa cinque milioni di dollari.
Lì vicino, accanto a un sensazionale vaso lunare in ceramica del XVIII secolo risalente alla dinastia Joseon, c’era un altro quadro di Kim, Refugee Train del 1951, dipinto agli inizi della carriera, prima di abbandonare completamente la pittura figurativa per dedicarsi all’astrattismo. Il quadro raffigura delle persone su un treno nero su uno sfondo piatto blu e rosso. Secondo la gallerista, sono profughi in fuga dalla Corea del Nord all’inizio della guerra. L’opera non era in vendita, ma era stata prestata per la fiera da un collezionista privato anonimo. Questo mi ha fatto riflettere: se gran parte di Seoul è scintillante, nuova e ricca, la bellezza della città sta nella sua profondità e nel suo dolore. È un luogo che non ha paura di confrontarsi con la propria storia in termini rigorosi.
Il giorno dopo ho incontrato un fotografo coreano, Myoung Ho Lee, nel complesso del palazzo di Deoksugung, in quello che un tempo era conosciuto come Seonwonjeon. Durante l’era imperiale coreana, terminata nel 1910 dopo oltre cinque secoli di dominio della dinastia Joseon, il nome Seonwonjeon indicava il luogo in cui venivano conservati i ritratti dei re e si svolgevano le cerimonie commemorative reali. Tuttavia, l’edificio a due piani davanti a me, con le sue travi in legno e le finestre impolverate, non sembrava particolarmente sontuoso. Attraverso un traduttore, Lee mi ha spiegato che Seonwonjeon fu quasi completamente distrutto dai giapponesi – un destino subito da molti monumenti imperiali coreani durante l’occupazione.
L’edificio che stavamo guardando fu costruito in realtà negli anni Venti come residenza di rappresentanza di una banca coreana e successivamente utilizzato come liceo femminile. È destinato alla demolizione, ma il governo coreano ha concesso a Lee una residenza artistica al suo interno durante gli ultimi mesi della sua esistenza. Come la maggior parte dei coreani, Lee conosce bene la storia del suo Paese. Mi ha raccontato che all’inizio del secolo scorso le forze imperiali giapponesi imposero la sostituzione della cultura coreana con la propria. All’epoca parlare apertamente coreano o usare nomi coreani era considerato reato perseguibile per legge.
Oggi, nell’ambito di un progetto nazionale per il restauro del patrimonio culturale, il governo coreano sta ricostruendo Seonwonjeon nella speranza di riportare il sito al suo antico splendore. Il completamento dei lavori è previsto per il 2039. Indicandomi due tende nere piene di uomini che indossavano elmetti, Lee mi ha rivelato che parte dei lavori richiedeva operai esperti nell’antica tecnica muraria coreana. Quasi tutti coloro che possiedono queste conoscenze sono anziani o prossimi alla pensione, quindi lavorano molto lentamente.
Mentre Lee parlava, in sottofondo sentivamo il rumore dei martelli sulla pietra. Lì vicino, una gallina solitaria correva intorno a una pila di grandi blocchi rettangolari di granito. Lee, tuttavia, era più interessato a un secolare albero di paulownia – in Corea spesso chiamato albero dell’imperatrice – presente nel sito. Con il suo tronco grosso e leggermente irregolare e la chioma ancora folta e verde nella stagione estiva, era davvero splendido. Lee ha iniziato a fotografare gli alberi nel 2006 e da allora ha realizzato una notevole raccolta di opere su questo tema. Spesso allestisce uno sfondo bianco dietro i suoi soggetti utilizzando una gru, delle corde e persino un paio di mani, che poi cancella dall’immagine finale con il ritocco digitale.
Il risultato è un’opera della natura in uno spazio bianco vuoto, un modo per rimuovere l’albero dal contesto del mondo naturale, ricordandoci comunque che queste imponenti piante sono anche, a loro modo, opere d’arte. «Questo albero è stato testimone di tanti eventi storici», ha detto Lee riferendosi alla paulownia. Alla fine della nostra visita ha chiesto al piccolo gruppo di giornalisti americani di cui facevo parte di posare davanti a esso per una foto. Per farci entrare tutti nell’inquadratura, Lee ha dovuto posizionarsi con la sua macchina fotografica a quasi 400 metri di distanza, dall’altra parte dell’enorme scavo dove presto verranno gettate le fondamenta del nuovo Seonwonjeon.

Non riuscivamo a sentirlo a causa del rumore dei colpi di martello degli scalpellini, quindi l’unico modo per sapere che aveva finito era quando agitava le braccia. Prima di andarmene l’ho ringraziato per il suo tempo, consapevole di aver visto una parte di Seul che presto sarebbe stata distrutta e ricostruita. Quella sera sono andata nel quartiere Jung per un barbecue coreano. Diverse persone del luogo ben informate, tra cui Patrick Lee, direttore di Frieze Seoul, mi avevano consigliato il Geumdwaeji Sikdang (Gold Pig). Ho utilizzato una delle app di taxi in inglese di Seoul, Kakao T, per chiamare un’auto per me e un gruppo di persone che avevo incontrato alla fiera, tra cui uno scrittore d’arte e un pubblicitario.
Davanti al ristorante c’era una lunga fila. Il Gold Pig è un locale senza pretese, con una semplice facciata piastrellata di bianco e file di tavoli con griglie di metallo e cappe aspiranti. Ma dalla sua apertura nel 2016 ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Bib Gourmand Michelin, che premia la cucina eccellente a prezzi accessibili. L’attesa è stata lunga, ma ne è valsa la pena: la carne di maiale e di manzo e le verdure erano grigliate al momento e servite con la salsa piccante ssamjang o cosparse di sale. Abbiamo ordinato birra e soju, il drink più popolare in città per le serate fuori. Qualcuno del gruppo aveva ancora l’energia per andare in discoteca dopo cena.
C’era chi parlava di karaoke, magari una visita notturna in una spa. È questo il bello delle fiere d’arte internazionali: stimolata da gente proveniente da tutto il mondo, l’energia può diventare contagiosa e conferisce alla città la sensazione che le possibilità siano illimitate. Il giorno seguente la calura si era dissolta, il cielo era nuvoloso e piovigginava. In mattinata c’era un’atmosfera fiacca, una sorta di postumi collettivi della frenetica sequenza di inaugurazioni, cene ed eventi. Molti dei visitatori internazionali arrivati per Frieze Seoul erano partiti in autobus o in treno per un’altra fiera d’arte, la Biennale di Gwangju, oppure erano già tornati a casa.
Cominciavano a giungere i dati sulle vendite di Frieze. Gli stand avevano finito tutto. Un dipinto dell’artista Nicolas Party, rappresentato da Hauser & Wirth, era stato venduto per 2,5 milioni di dollari a un collezionista privato asiatico, l’acquisto più importante della fiera. Sono tornata in centro, stavolta a Bukchon, un villaggio di case tradizionali coreane (hanok). Lì ho visitato la casa e lo studio di Teo Yang, giovane e attraente interior designer e artista coreano che ha creato una casa stupenda ed eclettica unendo due hanok adiacenti acquistati più di dieci anni fa. Yang ha lasciato la Corea a 19 anni per studiare architettura d’interni allo School of the Art Institute of Chicago, e successivamente si è laureato in design ambientale all’ArtCenter College of Design a Pasadena, California.
Ma solo dopo aver iniziato a lavorare con l’interior designer olandese Marcel Wanders, che per la sua attività attinge alla ricca storia dei Paesi Bassi, Yang ha iniziato a guardare alla Corea con occhi nuovi, addentrandosi nella storia dell’architettura della sua terra di origine. Gli hanok, che risalgono al XIV secolo, sono costruiti con travi di legno assemblate senza l’uso di chiodi o altri elementi di fissaggio. Con i loro soffitti bassi, le pareti isolanti in fango e il sistema di riscaldamento a pavimento, sono progettati per resistere sia alle estati calde e umide sia ai lunghi e freddi inverni della Corea.
Nella progettazione dei suoi interni Yang ha incorporato un raffinato connubio di arredi occidentali e orientali: una parete ricoperta di carta da parati de Gournay, una lampada di Serge Mouille, ceramiche Joseon, arte contemporanea coreana. Al centro del cortile cresceva un pino. Il direttore dello studio di Yang mi ha spiegato che avere un albero in questa posizione non è tipico di un hanok, poiché secondo Confucio all’interno della propria casa la vista dovrebbe essere libera. Ma l’albero era un elemento di grande eleganza, con i rami verdi che spuntavano sopra il tetto basso ricoperto di tegole di argilla. Poi ho passeggiato per le vie del villaggio, una meta turistica molto popolare per l’architettura, lo shopping e i ristoranti.

Marchi come il brand coreano di cosmetici Sulwhasoo hanno convertito i tradizionali hanok in negozi caratterizzati dall’elegante contrasto tra le travi in legno e le pareti in vetro. Mi sono fermata da un venditore ambulante a comprare del goguma mattang, cioè patate dolci candite, e ho acquistato dei tortini di riso da Biwon Tteokjip, un negozio di dolciumi aperto nel 1949 che sostiene di utilizzare la stessa ricetta che un tempo veniva offerta al re.
Ho concluso il mio giro all’Essence of East Seoul, un locale modernissimo dove ho preso un tè con un giovane architetto coreano, Daniel Song, che ha progettato non solo il caffè, ma tutto l’edificio. Il suo studio INTG., fondato insieme alla moglie Kate Cho, occupa l’ultimo piano e il seminterrato. La coppia è diventata famosa per i suoi progetti minimalisti con un punto di vista fortemente coreano. Song e Cho hanno studiato architettura alla Columbia University di New York, poi hanno lavorato con diversi studi in tutto il mondo, scegliendo però di tornare nel loro Paese.
Da quando hanno avviato la loro attività nel 2016, hanno progettato la galleria White Cube di Seoul, vari interni privati e una serie di spazi commerciali per aziende coreane. Song mi ha guidato in un breve tour, mostrandomi con orgoglio i dettagli dell’edificio, tra cui i ripiani in sambe (canapa) laccata e le travi decorative in legno del soffitto, recuperate da un hanok in rovina. Il suo rispetto per la cultura coreana era evidente: i tessuti erano stati scelti per abbinarsi al verde del tè matcha o al bordeaux della pasta di fagioli rossi.
Al momento di salutarci Song mi ha regalato una piccola scatola di financier della casa avvolti in un bojagi, tradizionale tessuto coreano da imballaggio. Quel pomeriggio era rimasto giusto il tempo per visitare l’Arumjigi Foundation, un’organizzazione no profit dedita alla conservazione della cultura tradizionale coreana, fondata nel 2001 da un gruppo di volontari che volevano ripulire i giardini del palazzo di Seoul, all’epoca abbandonati e invasi dalla vegetazione. La fondazione si è ampliata fino a includere forme di artigianato e pratiche tradizionali coreane.

Una mostra all’ultimo piano spiega come un tempo in Corea le pareti venissero costruite a mano con paglia e fango. Le esposizioni del piano terra alternano opere di artisti contemporanei con spazi tradizionali coreani. Dopo diversi giorni passati a guardare opere d’arte create a partire dagli anni Cinquanta, è stato bello trovarsi circondati da oggetti e idee funzionali ma allo stesso tempo di grande valore estetico.
Sono tornata in hotel per prepararmi all’ultima cena di Frieze, organizzata da Stone Island, il marchio di moda milanese immensamente popolare in Corea del Sud. L’evento si è svolto su una collina che domina Seoul, con la città scintillante sotto di noi. Ci hanno servito Champagne e portate presentate magnificamente, tra cui sottili fettine di manzo coreano stagionato con fonduta di Parmigiano. Il menu specificava che i prodotti utilizzati provenivano da un’azienda agricola biologica nel Parco Provinciale di Surisan, circa 43 chilometri a sud.
Ho intravisto la dj coreana Peggy Gou che posava per un selfie in bagno con alcuni amici, per poi pubblicarlo sul suo Instagram, che ha oltre quattro milioni di follower. Ho chiacchierato con un direttore creativo scozzese che vive a Parigi, il quale mi ha parlato dei ristoranti di New York e se sia o no opportuno avere figli. Vicino a noi, alcuni manager di Frieze provenienti da Londra discutevano dei rischi del jet lag con uno scrittore americano residente a Berlino. Per un attimo ho pensato con un certo stupore che avremmo potuto essere ovunque, davvero. Berlino, New York, Londra, Città del Messico. Per quella sera, però, eravamo a Seoul.

Info di viaggio
DOVE DORMIRE
Josum Palace, a Luxury Collection Hotel, Seoul, Gangnam
Iconico hotel ispirato all’Art Nouveau nel quartiere esclusivo di Gangnam, ospita oltre 400 opere d’arte contemporanea, una splendida piscina e diversi bar e ristoranti, dal pub al buffet asiatico. È situato in posizione strategica vicino al COEX, dove si tiene Frieze Seoul.
JW Marriott Hotel Seoul
Essendo uno degli hotel di lusso più vicini al Gimpo International Airport, è un’ottima scelta per i viaggiatori internazionali. Inoltre, è collegato al grande magazzino più prestigioso della città, Shinsegae Central City, e si trova vicino a una trafficata stazionedella metropolitana e al terminal degli autobus.
DOVE MANGIARE
Gagabar
Wine bar coreano situato in un antico hanok, con un vivace dehors e un menu sempre diverso curato dallo chef-proprietario Choi Jungsook.
Geumdwaeji Sikdang
Questo ristorante coreano specializzato in barbecue, il cui nome significa “Maiale d’oro”, non accetta prenotazioni. È rinomato sia per le lunghe code (e i clienti famosi) sia per i tagli di carne pregiata cotti su griglie individuali in ghisa alimentate a bricchette di carbone.
Nudake Haus Dosan
Scoprite i dessert incredibilmente sperimentali di questo rilassante caffè, situato al piano interrato di un elegante edificio che ospita anche l’azienda produttrice di occhiali Gentle Monster e il prestigioso brand coreano di profumi Tamburins.
COSA FARE
Amorepacific Museum of Art
Il ceo della più grande azienda cosmetica della Corea del Sud, Suh Kyungbae, è un appassionato collezionista di arte contemporanea, il che spiega la presenza di questo museo progettato da David Chipperfield nel piano interrato del quartier generale della società.
Arumjigi Foundation
Fondata nel 2001, questa organizzazione no profit si dedica alla conservazione della cultura tradizionale coreana con un orientamento didattico.
Kukje Gallery
È una delle gallerie d’arte contemporanea più affermate della Corea del Sud. Il suo iconico spazio K1, nel quartiere di Sogyeok-dong, ospita regolarmente eventi.
Leeum Museum of Art
Gestito dalla Samsung Foundation of Culture, questo museo privato – progettato in tre parti da Mario Botta, Jean Nouvel e Rem Koolhaas – ospita regolarmente prestigiosi artisti contemporanei.
Lehmann Maupin
Situata accanto al Leeum Museum of Art, questa galleria fondata a New York nel 1996 ha portato in Corea il suo occhio lungimirante per il talento e la diversità.
Museo Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea della Corea
Il più antico museo d’arte moderna della Corea del Sud (la prima sede fu inaugurata nel 1969) possiede circa 10mila opere nella sua collezione e ha filiali in quattro città coreane.
Museo d’Arte di Seoul
Allestito nell’edificio che ospitava la Corte Suprema della Corea del Sud, questo museo a tre piani è il posto ideale per avvicinarsi all’arte contemporanea coreana.
Thaddaeus Ropac
Nel 2021 questa importante galleria europea ha inaugurato la sua nuova sede più recente nell’elegante quartiere di Hannam-dong.
Various Small Fires
Galleria all’avanguardia situata nel quartiere di Hannam-dong, ha sedi anche a Los Angeles e Dallas.
White Cube
Ubicata in una delle zone più belle di Gangnam, questa galleria internazionale progettata dagli architetti coreani INTG. accoglie regolarmente mostre di grande successo.
