La luna piena a illuminare chilometri di spiaggia deserta, il cielo ricoperto di stelle e l’Oceano Indiano all’infinito oltre la linea dell’orizzonte. Ricordo di aver chiuso gli occhi come gesto di sublimazione di un momento che sapevo sarebbe stato unico e irripetibile: quella calda serata dall’altra parte del mondo, in solitaria a Cable Beach con solo il rumore delle onde in sottofondo, non l’avrei mai dimenticata.
A chi mi chiede se e perché mi è piaciuta l’Australia rispondo riportando proprio questa immagine: una natura così rude e selvaggia riesce a evocare un richiamo primordiale che prima fa sentire piccoli e poi sa trasmettere un profondo senso di pace interiore. Come un flashback, in quegli istanti la mia mente è tornata a quell’alba vissuta dieci anni fa in Sudafrica circondata da una savana avvolta da un silenzio solenne, ancora immobile ma in uno stato di quiete solo apparente. Ad attraversarmi fu un timore reverenziale che ricordo nitido come fosse ieri.

Sensazioni che in Australia ho trovato più amplificate, perché qui tutto è portato all’estremo. Gli spazi sono sconfinati (e perlopiù disabitati) e gli elementi naturali, sfoderando tutta la loro maestosità e potenza, riportano alla realtà: noi essere umani siamo “ospiti” sulla Terra e il nostro senso di superiorità viene ridimensionato. È stato tanto avventuroso quanto introspettivo il mio viaggio alla scoperta del Kimberley, una delle regioni più remote del Western Australia (ma molto ricca per via di miniere di ferro, oro e diamanti). Giusto per dare un’idea di quanto sia scarsamente abitato il più grande dei sei stati federati del Paese dell’emisfero australe: su una superficie di 2,5 milioni di chilometri quadrati gli abitanti sono appena 3 milioni.
Tra le persone che ho incontrato nei vari spostamenti mi hanno sorpreso due aspetti: la maggior parte erano australiani che avevano sempre sognato di visitare la costa ovest, disposti anche a tante ore d’aereo (da Sydney, per esempio, ce ne vogliono ben 5! Quasi lo stesso tempo che ho impiegato nella tratta Roma-Dubai, la prima delle due che mi hanno portato laggiù) e tanti i ragazzi italiani trasferitisi in questa zona. Sì perché il Kimberley, catalogata dal governo come Rural Area, è uno di quei territori dove gli stranieri sono autorizzati a lavorare per guadagnarsi il Working Holiday Visa che permette lunghi soggiorni nel Paese. Ed è proprio sul mio volo di 2 ore e mezza da Perth, capitale del Western Australia, a Broome – il centro urbano tra i più grandi (si fa per dire poi, in bassa stagione sono appena 10mila gli abitanti) della West Coast – che ho sentito parlare più volte la mia lingua.
Ad Alessandro, da un paio d’anni cameriere alla Cable Beach House, ho chiesto com’è vivere in questo angolo sperduto così lontano (e diverso) dalla più battuta costa orientale – dove si trovano città famose come Brisbane, Sydney e Melbourne. Ma il suo sorriso spontaneo e rilassato mi aveva anticipato già la risposta: «I ritmi sono rallentati, la gente è serena, c’è sempre il sole e la qualità della vita è altissima». E atterrata a Broome di primo mattino già al tramonto avevo ricevuto conferma di quanto raccontatomi poco prima. Mi era bastata una manciata di ore per sussurrare a me stessa: “Quasi quasi lascio tutto per vivere vista Cable Beach”.
Proprio da lì mi sono imbarcata su Willie, veliero in stile piratesco che ogni pomeriggio organizza uscite navigando lento di fronte a questa spiaggia lunga 22 chilometri – tra cocktail, musica in sottofondo e nuove amicizie che nascono – in attesa che il sole scompaia tra le onde dell’oceano che da blu cobalto diventano ambrate. Pochi minuti dopo, il silenzio che aveva fatto calare la contemplazione di questo spettacolo è stato rotto dalle esclamazioni di stupore dei miei compagni di crociera: girando le spalle, abbiamo visto una gigantesca luna piena salire timidamente in cielo. Nel frattempo si era fatto buio e una luce argentea illuminava la sagoma increspata del mare: era solo un assaggio delle meraviglie che mi avrebbero aspettato nei prossimi giorni.

La mattina seguente mi sono risvegliata al Cable Beach Club. Il resort si compone di una serie di confortevoli bungalow immersi in un parco punteggiato di laghetti, palme e alberi di mango: la natura lo avvolge completamente e così avevo lasciato aperta la porta-finestra della mia camera per respirare meglio il profumo dei frangipane. All’improvviso ho sentito provenire da fuori strani rumori, ricordandomi solo in quel momento degli (inascoltati) avvertimenti dei miei amici: «Ragni, serpenti, squali. Beatrice, stai attenta in Australia!». Eppure è finita che non ho incontrato mai nulla di tutto ciò. Piuttosto a darmi il buongiorno quella mattina, oltre al forte gracidare della rane – vero che lì gli animali sono i veri padroni, ma basta tenere giusto qualche precauzione – altro non era che uno dei suoi abitanti più famosi: un wallaby, marsupiale simile al canguro ma di stazza più piccola.
Ancora entusiasta da quella piacevole visita sono andata a Town Beach, altro rinomato lido di Broome, dove ad aspettarmi c’era Patricia di Jarndu Ngaank Tours per qualche ora di immersione nella cultura aborigena. Durante il nostro incontro mi ha raccontato usi e costumi della sua tribù, oltre a omaggiarmi con una suggestiva cerimonia di benvenuto: scalza sul bagnasciuga, prima mi ha purificato mani e piedi facendo colare da un’enorme conchiglia a chiocciola l’acqua di mare, poi ha acceso un fuoco. Il fumo che mi ha avvolto è servito a scacciare gli spiriti maligni e, una volta diradatosi, sono riuscita a guardarmi meglio intorno restando colpita dai colori di fronte a me: il cielo sfoderava un blu intenso, il mare era una lunghissima striscia azzurra interrotta qua e là dal verde delle mangrovie e la spiaggia era “accesa” da una finissima sabbia rossa. Un gioco cromatico di contrasti che mi ha accompagnato anche nel mio spostamento in macchina verso la Dampier Peninsula, lembo di terra a nord di Broome proteso verso l’Indonesia.

Per due ore e mezza, il paesaggio fuori dal finestrino è rimasto immutato: ai lati della superstrada – se così si può chiamare, visto che è solo una sottile fascia d’asfalto a perdita d’occhio – correva una fitta boscaglia simile al bush africano su una distesa di terra color ocra. Il cellulare non prendeva e non era prevista alcuna sosta caffè visto che stazioni di servizio non se ne sarebbero incontrate per i successivi 200 chilometri. Con il finestrino abbassato e il vento nei capelli – più senso di libertà di così! – non mi era rimasto che fare i conti con i miei pensieri e assaporare il piacere dell’attesa: all’indomani mi sarebbe aspettata una giornata molto speciale.
È stato difficile trovare il sonno nella mia prima notte alla Cygnet Bay Pearl Farm – mai avrei pensato di dormire in vita mia in un allevamento di perle, nel bel mezzo del nulla – e non era colpa del vento che sbatteva forte le fronde degli alberi e delle piante tropicali che circondano questo curato campo tendato immerso in un giardino dell’eden. Il silenzio e l’oscurità hanno lasciato la mia mente libera finalmente di immaginare senza distrazioni moderne (niente Instagram o Whatsapp. Il wi-fi non prendeva) l’avventura che avrei vissuto dopo poche ore: ho cercato così di godermi il qui e ora, la cosa che mi riesce più difficile nella frenesia del quotidiano, ma l’Australia è stata la miglior terapia provata per riscoprire il gusto del presente.

Quando mai mi sarebbe ricapitato di sorvolare a bordo di un idrovolante il Buccaneer Archipelago, uno degli ultimi angoli della Terra davvero incontaminati e selvaggi? Una mezz’ora di volo che vale il ricordo per una vita intera: sotto di me c’erano centinaia di piccole isole disabitate, tappezzate solo di foresta pluviale, e un mare turchese che brillava con la luce del sole. Improvvisamente dal finestrino ho intravisto un puntino nero che sarebbe stata la meta finale: una piattaforma galleggiante (sempre nel bel mezzo del nulla, una costante geografica in questo viaggio) dove tra pochi minuti avrebbe attraccato il mio Cessna 208 dopo un morbido atterraggio sull’acqua. Da qui, a bordo di lance veloci, è iniziata l’esplorazione dei dintorni della baia di Talbot dove avrei assistito a uno dei fenomeni più curiosi e unici che la natura può offrire: le cascate orizzontali. Sì, avete capito bene. Sir David Attenborough – illustre divulgatore scientifico e naturalista britannico, mitici i suoi documentari sulla BBC – le ha definite “una delle più grandi meraviglie naturali del mondo”.
Come dargli torto? Le Horizontal Falls, che si trovano solo qui, regalano infatti un effetto ottico per cui l’acqua sembra che stia “cadendo” orizzontalmente attraverso strette gole rocciose. Merito delle forti maree di cui la zona è soggetta – sono tra le più alte del mondo, fino a 10 metri la variazione tra alta e bassa – che incanalano in canyon di arenaria enormi quantità di acqua a grande velocità (fino a 30 km/h). Dopo averci sfrecciato sopra impavidi, grazie alla guida esperta di Sam della Horizontal Falls Seaplane Adventures, siamo rientrati alla base. Non prima però di essere andati alla ricerca tra le mangrovie dei temibili coccodrilli d’acqua salata – proprio in Australia vivono questi enormi rettili, i più grandi del mondo, che arrivano fino a 6 metri di lunghezza – ma di loro purtroppo neanche l’ombra. Ci siamo accontentati allora di qualche placido squalo nutrice che è venuto a far visita all’ora di pranzo attratto da qualche gamberetto lanciato dal parapetto della piattaforma.

Il tanto sperato incontro con il coccodrillo marino sarebbe avvenuto all’ora di cena, ma a tavola. Poco piacevole per lui, molto gustoso per me. Sì perché il ristorante del Cygnet Bay Pearl Farm prevede nel menu due piatti che mi avevano incuriosito già prima di partire: la carne di canguro (molto magra e delicata) e quella di coccodrillo (il sapore è simile al pollo).
Proprio i coccodrilli avrebbero potuto prendersi la rivincita poco dopo, quando sono andata in riva al mare – così una scritta su un cartello: “Caution, estuarine crocodiles may be present in this area!” – ad assistere a un altro fenomeno naturale caratteristico di queste parti: si chiama Staircase to the moon e avviene tre volte al mese in condizioni di luna piena e bassa marea. In pratica la luce del satellite si riflette sull’acqua creando delle strisce luminose che sembrano degli scalini diretti verso la luna stessa.

Mentre ero assorta nei miei pensieri, ho sentito dietro di me un fruscio. Ma erano solo i passi di Karen: energica solo traveler californiana di 81 anni. La conoscevo da neanche 48 ore ma l’aver vissuto insieme quel momento così intenso, sole io e lei sotto il cielo più stellato della nostra vita, ci ha legato fortissimo. Non c’è stato neanche bisogno di dirlo, lo abbiamo capito entrambe quando ci siamo abbracciate il giorno in cui sono ripartita per Broome.
E proprio a Broome ho incontrato un’altra persona con cui è scattato in pochissimo un grande feeling: il lato più arricchente del viaggiare da soli, sempre se si è fortunati negli incontri, è la facilità con cui si riesce a stringere rapporti con chi fino a poco prima era solo un perfetto sconosciuto. Non si riportano a casa solo tante foto da scorrere magari distrattamente sul cellulare, ma anche e soprattutto l’affetto provato verso qualcuno con cui hai condiviso momenti significativi.

È quello che mi è capitato anche con Tarni, guida italo-australiana di Broome and Around che organizza uscite alla scoperta degli spot da non perdere in zona: dalla selvaggia spiaggia di Entrance Point al promontorio roccioso di Gantheaume Point, con tanto di orme originali di dinosauro (entrambi i posti sono colorati di un rosso fuoco per via del caratteristico terreno sabbioso della zona, chiamato Pindan), fino all’interessante Broome Historical Museum che racconta la storia di questa cittadina.

Come fossimo vere aborigene, Tarni mi ha insegnato ad aprire e mangiare i frutti caduti in terra dai boab – imponenti alberi endemici del Kimberley, “cugini” dei baobab africani – e mi ha portato finalmente a conoscere i famosi coccodrilli australiani al Malcolm Douglas Crocodile Park dove esemplari feriti vengono nutriti e curati (solo poco prima eravamo state a mangiare il kebab di coccodrillo, ma questo particolare lo abbiamo tenuto per noi).
In generale ho trovato un po’ tutti gli australiani della costa occidentale – confermatomi anche dai loro connazionali della sponda opposta – persone particolarmente aperte e affabili. Lo avevo notato, ancora una volta, con Robyn e Chris di Salty Plum Walking Tour: una simpatica coppia che organizza passeggiate divulgative nella Chinatown di Broome, da sempre centro multietnico (tanti i lavoratori cinesi, malesi, indonesiani e giapponesi) per via della coltivazione delle perle e del relativo commercio. La particolarità di questa visita è che, tra una tappa e l’altra, ci si ferma in un bar a bere un drink scambiando chiacchiere.

La loro pazienza è stata messa a dura prova dalla mia difficoltà (senza trovar scuse, non era colpa della terza lattina di Foster’s) nel cogliere alcune parole pronunciate con l’accento australiano ma, senza mai perdere il sorriso e l’entusiasmo, sono riusciti a farmi conoscere meglio e apprezzare casa loro. Per il giorno seguente mi avevano consigliato di fare un salto al mercatino hippy. Quella domenica mattina, prima di arrivare a destinazione, non avevo praticamente incontrato nessuno: le strade erano deserte e si sentiva solo il cinguettio degli uccellini. A sollecitare il mio udito – nel WA quantomai riposatosi, abituato al caos di Roma – era stato solo in lontananza il coro della Anglican Church of the Annunciation: una piccola costruzione a un piano, tutta in legno, con un tetto a due falde e una veranda all’ingresso. Vedendola l’immaginario mi ha trasportato per un attimo oltreoceano, nella Real America. E invece proprio quelle sarebbero state le mie ultime ore in Australia: di lì a poco avrei dovuto prendere un aereo diretto a Perth e proseguire poi con la tratta intercontinentale.

Mai però sarei potuta andare via senza salutare il posto del cuore di questo viaggio, Cable Beach. Solo due gli ostacoli: gli oltre 6 chilometri di distanza per arrivarci (niente Uber ahimè) e un inesorabile conto alla rovescia (per quanto cordiali gli australiani, il comandante del volo Qantas QF1655 non avrebbe certo aspettato i miei comodi). Come è andata a finire? Fatti male i calcoli con Google Maps – pensavo di potercela fare a piedi, ma era impossibile – a “salvarmi” è stata Eden, una giovane backpacker indiana che mi ha portato in autostop nel punto indicato da queste coordinate: 17°55’41” S, 122°12’35” E.
Le conosco bene perché prima di rientrare in Italia, a poche ore dall’imbarco, ho pensato di trovare pure il tempo per tatuarmele (prima volta nella mia vita). Stanca ma carica di adrenalina per aver vissuto alla massima intensità questi ultimi atti in terra australiana, sprofondata nel mio sedile ho guardato fuori dal finestrino e attanagliata da un atroce dubbio, ho pensato: “Speriamo di non aver sbagliato i conti anche stavolta, con latitudine e longitudine di chissà dove!”.
Info di viaggio
DOVE DORMIRE

Elegante resort a Broome – a due passi da Cable Beach, immerso in un giardino tropicale con due piscine, spa, palestra, campi sportivi e quattro ristoranti.
A pochi minuti dal quartiere cinese di Broome, mini appartamenti con 1 o 2 camere da letto e cucina attrezzata. A disposizione degli ospiti anche una grande piscina.

Glamping di lusso nella Dampier Peninsula con una trentina di tende in stile safari e piazzole di sosta camper con elettricità e acqua.
DOVE MANGIARE
A Broome, ottima carne e vini australiani (da provare quelli di Margaret River, regione nel sud est del Western Australia), oltre a un magnifico panorama su Cable Beach.
Locale informale aperto dalla colazione alla cena: menu che spazia dalla pizza ai burger, fino a piccoli piatti da condividere.
Ristorante italiano che, in occasione delle notti di luna piena, organizza serate con musica dal vivo. I tavoli migliori sono quelli sulla terrazza (da riservare con anticipo).
Mai assaggiato il barramundi, detto anche branzino australiano? Tante birre le artigianali in carta, tutte prodotte in casa (le più particolari sono al ginger e al mango).
Microbirrificio con tavoli all’aperto che serve piatti di stagione. Ci sono anche un parco giochi per bambini e uno schermo led per assistere alle partite.
COME ARRIVARE
Emirates – in top five nella classifica Skytrax “World’s Best Airlines 2025” – collega Roma Fiumicino e Milano Malpensa a Perth, con scalo a Dubai. Dal 26 ottobre, la tratta di 11 ore dall’emirato arabo alla capitale del Western Australia sarà servita da nuovissimi Airbus A380 di ultima generazione. Per chi sceglie la Business Class, il viaggio sembrerà meno lungo e impegnativo grazie alle spaziose poltrone reclinabili che diventano letti e al lounge bar dove sedersi comodi sorseggiando Champagne in attesa di scegliere uno dei menu di bordo a firma di chef pluripremiati.
DA SAPERE
Per organizzare il viaggio nel Kimberley, dettagli e curiosità sono riportati in maniera approfondita sul portale dell’ente del turismo del Western Australia.