Venezia, oltre il Carnevale: come artigianato e un’ospitalità su misura continuano a incantare

Venezia, oltre il Carnevale: come artigianato e un’ospitalità su misura continuano a incantare

Un turbine di costumi sgargianti invade piazza San Marco, ma c'è di più dietro la maschera.

Venezia è immersa in una dimensione irreale. Nella folla, tra sete e broccati, affiorano gorgiere, ventagli di piume e pizzi tentacolari. Un teatro diffuso dove, come in sogno, ogni forma pare emergere da un altrove. La città sembra quasi un enigma: inafferrabile, sempre un passo oltre la propria immagine, come se celasse il segreto del suo incanto in un’eterna mascherata. «Piazza San Marco è un palcoscenico naturale», racconta la stilista veneziana Antonia Sautter, che ricorda il suo primo Carnevale, quando la madre — sarta — le confezionò un costume da danzatrice. In quel travestimento c’erano già il piacere del gioco, la vertigine dell’apparire, la libertà di vestire la realtà con un mantello e una maschera.

A Venezia il costume amplifica l’equivoco e il piacere della trasgressione; è un dédoublement: osservando ne diventiamo complici, naufraghi del tempo su una città-zattera. Dopo la desuetudine seguita alla caduta della Repubblica, la rinascita novecentesca ha restituito a Venezia il ruolo di laboratorio dell’immaginazione: una dimensione dionisiaca e apollinea dove quiete, mistero e opulenza convivono, e le figure in costume trasformano la città in un organismo vivente, rifratto nelle specchiature acquee. Forse è questo il significato del Carnevale: un cambiamento continuo che ci permette di attraversare la maschera del reale. L’edizione 2026, Olympus – Alle origini del gioco, è in programma fino al 17 febbraio ed è dedicata all’anno olimpico.

Su il sipario

Venezia è un teatro, e lo spettacolo si è sempre spinto fin nel centro abitato, nei varchi e nelle sue soglie nascoste. La piazzetta di San Marco, porta d’ingresso dell’“urbe anatomica” con le due colonne orientate verso la laguna, è stata per secoli un dispositivo scenico e un ricco sito archeologico di rappresentazioni fastose: un proscenio per acrobati, funamboli e maschere. Nello stesso luogo si eseguivano anche le condanne pubbliche, una contiguità che ha contribuito a delineare l’identità della Serenissima: città dorata e languida dove arte, desiderio e declino si intrecciano come tra le pagine di Morte a Venezia di Thomas Mann. Fortuna e decadenza hanno scritto la storia anche del principale teatro lirico veneziano, La Fenice, risorto dalle proprie ceneri dopo l’incendio nel 1996, e che quest’anno – esattamente tre decadi dopo – dedica al Carnevale un programma di quattro spettacoli coinvolgenti: un nuovo allestimento del Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi firmato da Luca Micheletti; la ripresa della storica Traviata che inaugurò il teatro ricostruito; la prima assoluta dell’opera Piccolo Orso e la Montagna di Ghiaccio di Giovanni Sollima, pensato per il pubblico giovane; e un concerto della Kremerata Baltica diretta da Gidon Kremer.

Anche la musica, come la maschera, diventa una lente per guardare Venezia più da vicino, scoprendone l’intima personalità di città reale e immaginaria, concreta e sognatrice. I sontuosi ornamenti della nuova Fenice tutti dorati, gli strumenti musicali e i cigni in rilievo, la nuova loggia e un soffitto a lacunari dipinto come fosse il cielo, sono il corpo ligneo simbolo della città e della sua capacità di rinnovarsi.

Opere d’arte da indossare

Durante il Carnevale il costume è il corpo drammaturgico dello spettacolo. «Buongiorno siora maschera» era il saluto lungo le calli nei giorni di festa, quando cambiare aspetto non era un vezzo ma un desiderio di uguaglianza sociale e gli abitanti si mascheravano per dimenticare il peso del proprio ceto. La bauta tradizionale era accompagnata dal tabarro, un ampio mantello che nascondeva le forme del corpo e permetteva di attraversare la città senza lasciare tracce. La gnaga, personaggio en travesti con la maschera a forma di gatto, cancellava il genere creando un intermezzo durante il quale i ruoli potevano essere scambiati, negoziati, reinventati. Questa inclinazione al gioco sopravvive negli atelier che ancora custodiscono il sapere del costume veneziano.

Quello di Antonia Sautter è un archivio di opere d’arte: oltre 1.500 abiti creati per il Ballo del Doge – l’evento mondano più lussuoso del Carnevale, che quest’anno sarà dedicato all’amore e per cui la stilista sta realizzando una meravigliosa dea e cupidi –, velluti tinti con pigmenti naturali, sete stampate centimetro per centimetro, bozzetti che oscillano tra citazione classica e immaginazione. «Un costume può nascere in un giorno o richiedere anni», racconta, mentre ripensa alla sua “regina”, un abito ottocentesco che non smette di perfezionare per un. dettaglio del copricapo. Stefano Nicolao, prima attore di teatro e poi costumista, nel suo atelier cineteatrale aperto nel 1980, ha costruito un repertorio che rievoca nei colori e nelle forme quasi scultoree l’eleganza e il garbo veneziani. Un costume su tutti ha segnato per sempre la sua vita: un abito sonoro – esposto alla Triennale di Milano e all’Expo di Osaka – piegato come un origami a ricordare la forma di un drago, con coda a mantice e lamine metalliche che vibrano al movimento. «Siamo partiti da un quadrato e abbiamo studiato chirurgicamente le proporzioni, facendo sparire le giunte dentro le pieghe», racconta il sarto.

Profumo di festa

Un profumo inebriante si sprigiona dalle pasticcerie e attraversa le calli fin dagli ultimi giorni di gennaio. Aromi caldi, zuccherini, immediatamente familiari, che annunciano l’arrivo delle frittelle e dei galani, i dolci che da sempre accompagnano il periodo carnevalesco. Le fritole veneziane, regine della festa, sono una ricetta che passa di mano in mano da generazioni: pasta lievitata, uvetta, pinoli e una frittura rapida e controllata, necessaria per ottenere quella doppia consistenza, croccante fuori e soffice dentro, che le rende inconfondibili. Accanto alle versioni più tradizionali convivono oggi varianti ripiene di crema, zabaione o cioccolato, molto richieste dai visitatori. Ma è la frittella con il buco, quella che un tempo veniva infilata su bastoni di legno dai fritoleri per essere venduta per strada, a raccontare davvero la storia della città. I galani — sottili sfoglie fritte e cosparse di zucchero a velo — portano con sé un’eredità ancora più antica, che risale ai saturnali romani.

Tra le pasticcerie che custodiscono questa tradizione, Rizzardini e Rosa Salva restano un riferimento: la produzione segue un ritmo artigianale fatto di impasti, lievitazioni e fritture che mantengono vivo un sapere che negli anni si rinnova. Nella storica Rosa Salva, attiva dal 1879 e giunta alla sesta generazione, la preparazione dei dolci comincia con il trisavolo Andrea, che nell’Ottocento portava la sua cucina itinerante nelle case e nelle ville lungo il Brenta, anticipando il catering moderno. Il figlio Antonio, detto Salva, divenne cuoco della Casa Reale e seppe consolidare una reputazione della quale ancora oggi il negozio si ammanta. «Sulle frittelle non si discute. Sono dolci che nascono per strada, prima della Quaresima, molto unti e ricchi di uvetta. Oggi facciamo anche quelle ripiene, ma la ricetta classica resta quella semplice con l’uvetta e il buco. E non c’è Carnevale senza», rammenta Antonio.

Che comincino i giochi

Per tutta la durata della manifestazione, il Venice Carnival Street Show porta spettacoli e performance nelle calli e nelle piazze di Venezia, Mestre e delle isole. Tornano le sfilate dei carri allegorici e i grandi appuntamenti: la commedia dell’arte con i comici, il Ballo ufficiale a Ca’ Vendramin Calergi, gli incontri culturali, la musica dei giovani all’Arsenale e a Forte Marghera, e i Carnevali del mondo in piazza San Marco. A chiudere le serate è ancora una volta il grande spettacolo sull’acqua all’Arsenale, una sinfonia di danza, musica e luce dedicata al mito del gioco primordiale. Dal 7 al 15 febbraio va in scena anche il Carnevale Internazionale dei Ragazzi della Biennale di Venezia, a Ca’ Giustinian, che apre questa edizione ai temi della sfida sportiva. Novità di quest’anno è la presenza dell’Olympic Museum di Losanna che, in occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina, porta a Venezia tre Olympian Artists, atleti olimpici e paralimpici che affiancano alla pratica sportiva un percorso artistico.

Diversi i workshop per famiglie e scuole, pensati per avvicinare i più giovani ai valori degli sport olimpici e paralimpici attraverso la fantasia. Al programma del Carnevale dei Ragazzi si aggiunge l’Associazione Arzanà che, con Venti di Cultura, presenta “Carnevale in barca”, un ciclo di laboratori dedicati alle imbarcazioni storiche veneziane. L’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale partecipa invece con un’attività del progetto Port Educational: un viaggio creativo e immersivo sulle rotte degli esploratori veneziani – Marco Polo, Pietro Querini, Giovanni Caboto – per guidare i bambini alla scoperta dei grandi viaggi della Serenissima. Il programma Cinema per le scuole prevede proiezioni gratuite al Giorgione di Venezia e al Dante di Mestre. Un caleidoscopio di luci e colori in movimento sull’acqua e tra le calli, dentro la maschera del Carnevale veneziano.

Ospitalità artigiana

Anche gli edifici della città rivelano un mondo fatto di linee in equilibrio, materiali e memoria storica. Sulla Riva degli Schiavoni, l’Hotel Gabrielli riapre dopo un restauro in dialogo con l’eredità del palazzo ottocentesco dentro il quale si inserisce. La famiglia Perkhofer ha scelto un intervento che valorizza le architetture originarie: oltre settecento lampadari e applique muranesi sono stati restaurati da maestri vetrai locali, riportando alla luce trasparenze, cromie e lavorazioni della tradizione veneziana di un tempo. Nelle suite, soffitti a cassettoni, travi a vista e capolavori dell’artigianato italiano compongono un paesaggio domestico che unisce il richiamo del passato al gusto contemporaneo per il nuovo, restituendo all’albergo l’aura dei palazzi veneziani. Tra le esperienze proposte dal 5 stelle c’è un passaggio a Dorsoduro, da Ca’ Macana, uno degli atelier più rappresentativi del Carnevale dagli anni Ottanta a oggi.

Mario Belloni e Antonella Masnata si dedicano alla creazione di maschere in cartapesta che, negli anni, hanno conquistato il teatro, la moda e il cinema – da Casanova di Lasse Hallström a Eyes Wide Shut di Kubrick – senza perdere il legame con il folclore di Venezia. Ogni costume nasce per stratificazione di parti via via più complesse ma tutte decisive per la riuscita dell’opera: fogli di carta imbevuti di acqua e colla, la pressione delle mani che definisce i volumi e scolpisce il volto, la lenta asciugatura che prepara la superficie al colore, la stesura del bianco acrilico e, infine, la decorazione, con cui la maschera assume la sua postura definitiva e prende finalmente vita.

Articoli Correlati

Iscriviti alla newsletter