Per conoscere una città, sempre più viaggiatori scelgono di partire da ciò che si mangia ogni giorno. Non necessariamente da un ristorante, ma da una panetteria, un banco di street food, un mercato rionale o un supermercato. È il fenomeno dello snackpacking, una delle tendenze individuate nel Global Travel Trends Report 2026, che descrive un modo più informale di esplorare una destinazione attraverso i suoi sapori locali.
Il concetto riguarda soprattutto Millennials e Generazione Z. Secondo la ricerca, condotta su viaggiatori di Stati Uniti, Australia, Canada, Regno Unito, Giappone, Messico e India, l’89% degli intervistati appartenenti a queste due generazioni considera importante lasciare spazio nell’itinerario per assaggiare snack locali. Oltre il 75% dichiara inoltre di essere propenso a cercare durante un viaggio un prodotto alimentare diventato virale.
Non significa che monumenti, musei e ristoranti abbiano perso il loro ruolo. Cambia piuttosto il modo in cui una parte dei viaggiatori costruisce il rapporto con una destinazione: l’esperienza gastronomica può cominciare da un acquisto di pochi euro e da un prodotto che non si trova nel proprio Paese.
Che cos’è lo snackpacking
Lo snackpacking è il viaggio costruito anche intorno a piccoli assaggi e prodotti alimentari locali, la ricerca di sapori capaci di raccontare una destinazione in una forma più semplice e accessibile rispetto alla tradizionale esperienza gastronomica.
Il punto di partenza può essere un prodotto da forno comprato per strada, una bevanda trovata in un minimarket che non si trova nel proprio Paese d’origine, una specialità regionale acquistata al mercato o uno snack industriale disponibile soltanto in quel luogo. Il viaggio gastronomico, in altre parole, non passa necessariamente dalla prenotazione di un tavolo in un fine dining.
Secondo la stessa ricerca, il 60% dei viaggiatori intervistati dichiara di acquistare spesso o sempre snack o prodotti alimentari caratteristici della destinazione visitata. Le motivazioni principali sono provare qualcosa che non è disponibile a casa, indicato dal 66% degli intervistati, e sostenere le attività locali, indicato dal 45%.
Mercati, panetterie e supermercati entrano nell’itinerario
La classifica dei luoghi in cui vengono cercati questi prodotti mostra quanto sia cambiata l’idea di esperienza gastronomica durante un viaggio. Al primo posto ci sono street food e food cart, indicati dal 69% dei rispondenti globali. Seguono le panetterie, con il 53%, e i supermercati, con il 50%.

Il supermercato, in particolare, diventa una sorta di osservatorio sulle abitudini quotidiane. Sugli scaffali si possono trovare marchi locali, formati differenti, prodotti stagionali e alimenti che raramente entrano nei percorsi turistici tradizionali. Per chi viaggia, anche una normale spesa può quindi diventare un modo per capire cosa mangiano gli abitanti di una città.
È una pratica vicina a quella che viene definita grocery tourism, cioè la visita a supermercati, alimentari e negozi di quartiere come parte dell’esperienza turistica. Non si tratta necessariamente di una nuova forma di turismo gastronomico, ma di una sua estensione verso luoghi più ordinari e verso consumi di tutti i giorni.
Il ruolo dei social nello snackpacking
A rendere più rapida la diffusione di questa tendenza sono soprattutto i social network. Un prodotto può diventare una destinazione in sé dopo essere comparso in un video, in un reel o in un contenuto condiviso da un altro viaggiatore.
Il dato del report è significativo: più di tre Millennials e appartenenti alla Gen Z su quattro affermano di essere propensi a cercare durante un viaggio un alimento diventato virale. Quasi metà dei viaggiatori, inoltre, si affida a suggerimenti di familiari e amici per decidere dove mangiare, mentre le generazioni più giovani utilizzano sempre più anche i social come fonte di ispirazione.
Il fenomeno è particolarmente evidente nei minimarket asiatici, diventati negli ultimi anni una presenza ricorrente nei contenuti dedicati ai viaggi. Catene come 7-Eleven, per esempio, sono entrate negli itinerari di molti visitatori non soltanto come luoghi dove acquistare qualcosa da mangiare, ma come parte dell’esperienza culturale della destinazione.

La logica è simile a quella che ha trasformato alcuni prodotti alimentari in vere e proprie attrazioni: non si va più soltanto in un luogo per vedere qualcosa, ma anche per assaggiare ciò che si è visto online.
Lo snackpacking si inserisce in una trasformazione più ampia del turismo gastronomico. La cucina locale continua a essere una delle ragioni per scegliere una destinazione, ma la ricerca dell’autenticità si sposta sempre più verso situazioni comuni ai locals.
Una nuova geografia del viaggio
La ricerca di prodotti locali può inoltre modificare la geografia del turismo. Se un negozio di quartiere entra nelle mappe digitali dei viaggiatori, il flusso può spostarsi anche fuori dalle zone monumentali e dai centri storici più frequentati.
È un meccanismo che può favorire le piccole attività e distribuire parte della spesa turistica sul territorio, anche se non basta da solo a garantire una maggiore sostenibilità dei flussi. L’impatto dipende infatti da quanti visitatori arrivano, da come si muovono e dalla capacità dei quartieri di gestire una domanda improvvisa.
La tendenza si inserisce comunque in un mercato gastronomico legato ai viaggi che continua a crescere. Secondo Grand View Research, il mercato globale del turismo gastronomico è stimato in 19,1 miliardi di dollari nel 2026, con una previsione di crescita fino a 76,4 miliardi entro il 2033. La stima riguarda però l’intero comparto del turismo culinario e non lo snackpacking in particolare.
Lo snackpacking, quindi, non sostituisce il turismo gastronomico tradizionale. Ne cambia una parte delle modalità. Per conoscere una destinazione può bastare anche una fermata non programmata davanti a una vetrina, un prodotto trovato su uno scaffale o uno snack visto sui social prima ancora di partire. In alcuni itinerari, il primo assaggio può diventare importante quanto la prima visita.