La luce entra da una finestra laterale, inclinata come un gesto preciso, e sembra moltiplicarsi. Scivola lungo la navata della chiesa di Santa Maria Assunta, sfiora i banchi levigati dalle mani dei fedeli e sale verso l’altare gotico di Hans Schnatterpeck, accarezzando le figure in legno scolpito quasi volesse enfatizzarne la bellezza. Sull’altare gotico in legno di castagno, il più grande dell’intero arco alpino – quattordici metri di scultura realizzati in otto anni di lavoro tra il XV e il XVI secolo – ogni piega, ogni intaglio, ogni espressione acquista una forza diversa.
Le superfici assumono un tono caldo, quasi ambrato, mentre le ombre profonde fanno risaltare la verticalità della struttura. La chiesa (visitabile solo con tour guidati) è il cuore di Lana, uno dei più grandi paesi dell’Alto Adige a pochi chilometri a sud di Merano, nella regione omonima (comprende i paesi limitrofi di Cermes, Pavicolo, Postal, Foiana e Gargazzone). È qui che si percepisce, meglio che altrove, la coesistenza di più mondi: la devozione contadina, l’ambizione artistica, la perizia artigiana. Sedersi qualche minuto a osservare l’altare – doveva costituire una sorta di rappresentazione plastica della Bibbia – significa leggere la storia del territorio e apprezzare la solidità della comunità: le spese per la sua realizzazione, infatti, furono interamente sostenute dalla popolazione (allora circa 800 abitanti) che lo pagò con una somma di 1.600 fiorini renani (pari al valore di tre masi) e otto carichi di vino.

Fuori, la stessa luce accompagna il passaggio dal sacro al quotidiano e invita a rallentare, a respirare e ritrovare sé stessi. Cade sui meleti in riposo, traccia linee sottili sui filari spogli e illumina le facciate delle case e dei palazzi con brevi pennellate chiare. A poca distanza, la residenza medievale Larchgut – oggi Museo sudtirolese della Frutticoltura – ne è un’altra prova. La torre, citata per la prima volta su documenti del 1301 e posta sotto tutela monumentale, emerge come un volume compatto, segnato dal tempo ma ancora armonioso. All’interno il torchio del 1570 proveniente dal Castello di Braunsberg, le cassette di legno, gli strumenti per la lavorazione e la raccolta.
E poi tante le curiosità sulla mela (sono quasi 70mila le tonnellate raccolte ogni anno dalle circa 500 aziende agricole del territorio), amata da artisti come Rubens, Cézanne, Klimt, e da scrittori come Goethe che disse: “Delle rose puoi scrivere, ma le mele le devi mordere”.
Poco sopra il museo inizia il Waalweg di Brandis, che segue l’antico canale d’irrigazione – appunto i Waalwege – come una riga tracciata dal paesaggio e offre una magnifica vista sulle montagne e sulla valle dell’Adige, oltre che sul grande campo da golf e sulla cascata di Lana di Sotto. È uno dei percorsi pianeggianti in cui si avverte con più chiarezza il microclima della zona: la barriera naturale del Gruppo di Tessa trattiene il freddo del nord e lascia passare un calore che sorprende, permettendo a lecci e palme di con-vivere con larici e castagni.

In una ventina di minuti si raggiunge il centro del paese, mentre lo sguardo si ferma su incantevoli scorci che sembrano messi lì apposta per invitare a un passo più lento. Poco distante, sono le vette a cambiare ancora una volta la scena. Lo scintillio invernale si muove come un pittore indeciso: muta inclinazione, addensa i colori, ridisegna i contorni dei larici che virano al rosso e si allungano verso il cielo. E si apprezza ancora di più dalla funivia, la seconda più vecchia d’Europa, costruita già nel 1912 e di recente perfettamente rinnovata. Sale in sei minuti dai 334 ai 1.486 metri, lasciando scorrere sotto la cabina l’ambiente agricolo e poi il bosco, in un crescendo di silenzi ed emozioni.
In cima, il monte San Vigilio appare come un altopiano sospeso: niente auto, pochi rumori, una rete di sentieri innevati che si apre verso viste ampie sulle Dolomiti e sul fondovalle. Tra questi il “sentiero della fede” con sei stazioni di meditazione sui valori e temi della vita. Tra una radura e un tratto di lariceto, spicca poi la chiesetta dedicata a San Vigilio, legata a un’antica leggenda locale che narra di tre giganti che abitavano su tre montagne diverse: uno sulla cima dell’Hafling, il secondo sul Lavenna e il terzo, il più alto di tutti, sulla montagna di San Vigilio. I tre erano molto devoti e per questo decisero di costruirsi una chiesa, ciascuno sulla propria cima, lanciandosi da una parte all’altra l’unico martello a disposizione per rompere la pietra.

Alla fine la Chiesa di San Vigilio risultò la più bella (risale al 1100 circa) e da essa il monte prende il nome. Affacciato sul bosco a 1.500 metri di altitudine si trova il Vigilius Mountain Resort, un hotel di design ecosostenibile, progettato da Matteo Thun: una struttura che sembra posarsi sul pendio come un lungo tronco di legno, disegnata per fondersi con il terreno più che per emergere. Raggiungibile solo in funivia, il resort fa della disconnessione una scelta spontanea: televisori nelle camere solo su richiesta, la connessione wifi attiva fino alle 23, materiali essenziali come legno, vetro e pietra che amplificano la presenza della natura.
Il bosco pare fondersi con l’interno, e qui ci si sente immersi in un vero e proprio quadro. Al posto della reception c’è la Piazza San Vigilio, con un fuoco sempre acceso, mentre la Spa Aquileia – su 1.200 metri quadrati – offre un’esperienza di profondo relax. La Stube Ida, inoltre, celebra la tradizione culinaria altoatesina in chiave moderna e al centro domina la stufa in maiolica centenaria che riscaldava l’antico albergo di montagna ben prima dell’attuale hotel. Fino a febbraio si può pattinare sul Lago Nero, un piccolo specchio d’acqua alpino, inserito nella macchia boscosa raggiungibile in circa un’ora e mezza, la cui superficie in inverno si ricopre di ghiaccio, oppure godersi l’emozione di una ciaspolata (il Vigilius fornisce ai suoi ospiti le racchette da neve).

Riscendendo con la funivia e tornando verso il fondovalle, il paesaggio riprende la sua trama di frutteti e piccoli borghi. Cermes è il primo incontro naturale, dove la natura coltivata e quella creativa sembrano dialogare a bassa voce. Soprattutto nel Giardino di Kränzelhof, voluto dal conte Franz von Pfeil: un mosaico di sette spazi che mescolano arte contemporanea, natura e vino. Due ettari sottratti ai vigneti per diventare un percorso fatto di labirinti, sculture, terrazze e piccoli specchi d’acqua. Il conte, insieme a sua moglie Stephanie, l’ha immaginato come un giardino in trasformazione continua, aperto a nuove idee e interpretazioni.
Camminando tra le installazioni, s’incontra un labirinto che ricorda le linee di un cervello umano, un prato dedicato alle feste, il teatro, le campane che risuonano al vento, lo spazio per il dualismo Yin e Yang, un laghetto che riflette il cielo invernale. Da non perdere anche la visita “vinosofica” guidata, ovvero un tour dal vigneto alla cantina gotica, per conoscere la storia della tenuta e la passione per il nettare di Bacco. Poi per completare l’esperienza ci si ferma per una degustazione di vini o per una sosta golosa all’annesso ristorante Miil, un’antica segheria trasformata in uno spazio di cucina creativa: piatti che uniscono prodotti biologici ed equosolidali e interpretazioni contemporanee, da gustare in un’atmosfera quasi sospesa.

Pochi minuti d’auto e si raggiunge Gargazzone con il Mondo delle Orchidee Raffeiner. La serra – seimila metri quadrati – custodisce circa 12mila esemplari di oltre 500 specie di orchidee provenienti da Asia e Sud America, coltivate e incrociate con cura, in un ambiente dove l’umidità, i colori saturi e le fioriture continue creano una sorta di giungla silenziosa. La cosa curiosa è che alcune orchidee fioriscono solamente in un giorno e altre per diversi mesi.
Un po’ ovunque si nota l’attenzione del territorio alla sostenibilità ambientale. Nei dintorni, si può soggiornare al Der Waldholf di Foiana, con una nuova area realizzata di recente e uno sguardo attento all’ambiente. Tra le altre cose, un impianto fotovoltaico che copre il 40% del fabbisogno energetico e il riscaldamento a pellet, una risorsa rinnovabile ottenuta dalla lavorazione del legno, per ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO₂) nell’atmosfera. La struttura, inoltre, ospita quattro arnie e le api che le abitano trovano nel vicino bosco tutto il nutrimento di cui hanno bisogno per produrre miele ricco e aromatico. Osservandolo nel suo colore dorato, viene da pensare che anche questo prodotto dolce naturale conservi un frammento della luce che da queste parti si avverte in ogni dettaglio: una luminosità discreta, capace di posarsi sulle cose senza mai sovrastarle.