Arrivando a piedi dal vivace quartiere di Akasaka alla quiete rarefatta della vicina Toranomon, resto un po’ spiazzata. Il navigatore del cellulare mi dice che sono arrivata alla mia destinazione, The Okura Tokyo. Ma il basso edificio con il tetto verde a pagoda non mi sembra per nulla un albergo di lusso. Quella che vedo è in effetti la facciata esterna dell’Okura Museum of Art, il più antico museo privato ancora in attività del Giappone, creato nel 1917 dall’industriale Kihachiro Okura, grande collezionista di antiquariato prima ancora di diventare un pionieristico imprenditore nel settore alberghiero.
Solo oltre l’ampio piazzale con alberi e fontane (mentre sul retro si apre un parco di due ettari e mezzo), scorgo la facciata dell’hotel. Inaugurato nel 1962 dal figlio Kishichiro – laureato a Cambridge, e primo pilota giapponese a partecipare a una gara automobilistica in Europa –, l’albergo fu creato con l’idea di fondere lo stile giapponese tipico del periodo Heian, basato su un’eleganza mai ostentata, con i canoni dell’estetica modernista e cosmopolita, in un’epoca in cui il Giappone iniziava ad aprirsi all’Occidente.

A mettere in pratica l’idea fu chiamato l’architetto Yoshiro Taniguchi, che immaginò per la lobby uno spazio ampio, estremamente lineare ma arricchito da dettagli preziosi e dal profondo valore simbolico, come le famose Okura lantern ottagonali che compongono l’illuminazione, i sottili pannelli di legno con motivo a foglia che incorniciano le ampie vetrate, i raffinati tessuti floreali che rivestono le pareti. Un luogo entrato nella leggenda, che in oltre mezzo secolo ha accolto ospiti illustri inclusi diversi presidenti degli Stati Uniti (l’ambasciata è proprio di fronte).
Completamente ricostruito nel 2019 per rispettare le aggiornate norme antisismiche coinvolgendo nel progetto anche il figlio di Taniguchi, Yoshio, l’Okura Tokyo – 5 stelle lusso parte di The Leading Hotels Of The World – ne mantiene fascino ed eleganza, con un appeal contemporaneo che recupera molti elementi iconici del progetto originale: la Prestige lobby è oggi anche uno spazio per incontri e concerti, con tavoli e poltroncine di diversi colori disposte a richiamare i petali del fiore di pruno. Un’altra zona è dominata dal grande lampadario “a glicine” progettato dalla francese Lina Ghotmeh, mentre l’albero che vedo quasi al centro è in realtà una gigantesca composizione di ikebana fatta con rami e foglie che cambiano ogni due settimane, seguendo le stagioni: in primavera, è mirtillo giapponese.

Le camere sono divise nelle due ali di diversa altezza che compongono le altrettante anime dell’albergo: la svettante torre dell’Okura Prestige ospita 368 stanze e suite in stile occidentale su diversi dei 41 piani dell’edificio (quasi una ventina sono dedicati a uffici), ciascuno contraddistinto da opere d’arte contemporanea; mentre la più riservata ed esclusiva ala dell’Okura Heritage – la cui lobby è decorata da una parete che prende ispirazione da una collezione di poesie del periodo Heian – contempla 140 camere il cui il lusso segue le direttrici del minimalismo giapponese fatto di dettagli e materiali naturali. In entrambi i casi, tutto concorre a rendere impercettibile la cesura tra l’ospitalità contemporanea e il concetto di omotenashi, la tradizionale filosofia giapponese alla base dell’accoglienza incondizionata.
Ma a rendere unico un soggiorno al The Okura, o anche solo una visita, è pure l’offerta enogastronomica, che spazia dalla cucina francese (con un tocco giapponese) del Nouvelle Epoque a quella cantonese del TohKa-Lin fino al menu internazionale all-day dell’Orchid. Ampio spazio è dedicato al patrimonio culinario giapponese: dal teppanyaki grill del Sazanka, ristorante con vista in cima alla torre più alta, al fine dining Yamazato, che propone le diverse sfaccettature della tradizione del Sol Levante con sguardo contemporaneo.