Era una giornata perfetta per andare a caccia di mostri: grigia e piovosa. Ho vagato per la città vecchia di Ginevra, solo sotto una pioggerellina fredda, finché non ho trovato quello che cercavo nel Parco di Plainpalais: una figura familiare, alta quasi 2,40 metri, a piedi nudi, con abiti strappati e lunghe suture sul viso, sul collo e sul torace, bloccata nel tempo. Nonostante la duratura eredità culturale di Frankenstein, il romanzo di Mary Shelley che ha ispirato innumerevoli adattamenti, questa statua in bronzo della creatura, eretta nel 2014 dal collettivo di artisti svizzeri KLAT, è l’unica testimonianza che sono riuscito a trovare della storia letteraria nata in quel luogo più di due secoli fa.
Mentre giravo intorno alla statua, il cielo si è spalancato. Sono rimasto lì, commosso dallo sguardo solitario e addolorato della creatura. Ho accarezzato le sue cicatrici e ho pensato alle mie, rugose e in rilievo sotto la giacca impermeabile. Era impossibile non vedere me stesso in quel mostro. Dopotutto, era lui il motivo per cui mi trovavo lì. In quanto uomo trans, sono stato definito un mostro e mi sono identificato a lungo con la creatura di Mary Shelley. Nonostante la frequenza allarmante con cui Frankenstein viene usato come insulto contro corpi come il mio, che sfidano una concezione limitata di cosa significhi il genere, mi sono riconosciuto nella fiducia della creatura nel prossimo.

Ho provato empatia per i suoi tentativi di entrare in contatto con gli altri e ho compreso la sua rabbia ferita sin dal mio primo incontro con lui. In seguito, ho scoperto di non essere la prima persona trans a fare questo collegamento; il personaggio è infatti un caposaldo nel fiorente campo accademico degli studi trans. Ma anche prima di conoscere il suo significato più ampio per la mia comunità, Frankenstein – un libro che ho riletto ogni anno da quando l’ho scoperto 25 anni fa – mi ha commosso e turbato. Ho intrapreso questo pellegrinaggio in Svizzera per misurarmi con il mio complesso rapporto con il romanzo e per ripercorrere il cammino della creatura attraverso il paesaggio che la ispirò.
Ci sono andato perché, dopo tutti questi anni, la creatura continua a turbarmi e commuovermi. Nell’estate del 1816 Mary Shelley partì per la Svizzera dalla sua casa in Inghilterra insieme ai poeti Percy Bysshe Shelley e Lord Byron, alla sua sorellastra Claire Clairmont e al medico di Byron, John Polidori. Il gruppo era al centro di uno scandalo: Mary, allora conosciuta con il suo cognome da nubile Godwin, aveva solo 18 anni e si stava ancora riprendendo dalla perdita del suo primogenito. Aveva con sé il figlio neonato, William, frutto della sua relazione con Percy, che era ancora sposato con la prima moglie. Claire era segretamente incinta di Byron, che a sua volta stava fuggendo dalle voci di una relazione incestuosa con la sua sorellastra.
Polidori, che apparentemente si era unito al gruppo come medico privato, era stato assunto in segreto da una casa editrice per scrivere un libro che svelasse tutti i segreti di Byron. Il gruppo intendeva trascorrere l’estate a Ginevra, all’ombra del Monte Bianco, ma ben presto si trasferì a Cologny, più a nord, sulle rive del lago Lemano. Quando il maltempo li costrinse a rimanere lì per gran parte di giugno e luglio, per passare il tempo inventarono storie di fantasmi, un gioco di società che alla fine ispirò Frankenstein, così come il romanzo di Polidori, Il vampiro (da cui in seguito fu influenzato Dracula di Bram Stoker).

Chi non ha letto il capolavoro di Mary Shelley spesso non si rende conto che il titolo non si riferisce alla creatura, ma al suo creatore, nonché vero antagonista del libro: Victor Frankenstein. Lo scienziato sperimenta l’animazione di parti di un cadavere e riesce a creare un uomo senziente ma, inorridito da ciò che ha creato, fugge. La creatura deve cavarsela da sé e, benché desideri ardentemente instaurare un legame umano, scopre che gli altri provano ripugnanza per il suo corpo. Rendendosi conto di non poter integrarsi nella società, rivolge la sua rabbia verso Victor e lo insegue attraverso l’Europa per vendicarsi.
La mia priorità era trovare Villa Diodati, dove soggiornarono Byron e Polidori e dove Mary lesse per la prima volta ad alta voce il suo capolavoro ancora in fase di stesura. Quando finalmente ho trovato la villa, una bella casa in pietra con persiane verdi, sbirciando attraverso il cancello in ferro battuto ho visto una semplice targa apposta all’esterno.
L’iscrizione informava che lì Byron compose il suo celebre poema Il prigioniero di Chillon nel 1816, ma non faceva alcun riferimento a Frankenstein – il primo di molti segnali che indicavano che gli svizzeri non hanno fatto propria la storia letteraria di Mary. Perplesso sulle motivazioni, ho posto la domanda alla guida turistica svizzera Antoinette Aeschliman, la quale mi ha spiegato che la spedizione di Byron e Shelley al Castello di Chillon (l’edificio del XII secolo a Veytaux, in Svizzera, che ispirò il poema di Byron) ha attirato l’attenzione sulla zona.
Lungo il lago sono sorti hotel come il Beau-Rivage (l’edificio di 160 anni dove ho soggiornato io) che hanno contribuito a dare impulso al settore alberghiero di Ginevra, una città che attira molti viaggiatori europei, spesso affascinati dalle descrizioni romantiche di Byron. Aeschliman ha inoltre affermato che la mancanza di riconoscimento di Mary Shelley in Svizzera potrebbe anche dipendere dal suo genere: in questo Paese le donne hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1971. Figlia degli scrittori radicali William Godwin e Mary Wollstonecraft, Mary rappresentava un anacronismo, una donna che non apparteneva al suo tempo.
Quella sera, tornato al Beau-Rivage, ho guardato l’adattamento di Frankenstein in bianco e nero del 1931, che ha contribuito a definire la visione popolare della storia. In particolare, il mostro sullo schermo non conosce il linguaggio: a differenza del personaggio del romanzo, non si istruisce da solo e quindi non è in grado di comprendere la profondità del nostro potenziale di empatia e malvagità. Ogni volta che rileggo il libro, rimango colpito dalla sua verità radicale: è chiaro che Mary provava solidarietà non per l’inventore che aveva dato vita a un corpo di cui non poteva prendersi cura, ma per la creatura che guardava il mondo distrutto in cui si trovava, un mondo che non aveva creato e in cui era emarginata per il solo fatto di esistere.

Il secondo luogo che volevo vedere era il Castello di Chillon, le rovine ora restaurate che Shelley e Byron (senza Mary, che gli uomini avevano lasciato a casa) visitarono per la prima volta dopo aver attraversato il lago in barca nel 1816. Io ho fatto un viaggio più comodo in treno, sfrecciando davanti a chalet color pesca, con le montagne del Giura mai troppo lontane. Il castello sembra uscito da una fiaba, con tanto di fossato, torri, cortili, mobili d’epoca e opere d’arte. Con 400mila visitatori all’anno, è l’edificio storico più visitato della Svizzera.
Ma nel 1816 Shelley e Byron lo trovarono quasi completamente abbandonato. Byron incise il suo nome su una delle pareti della prigione. Oggi l’incisione è conservata dietro un vetro. Mentre la guardavo, riuscivo a immaginare i due amici che correvano freneticamente da una stanza all’altra alla ricerca di fantasmi. Quella sera, tornato sul lago di Ginevra, ho partecipato a una crociera sul piroscafo Savoie con cena a bordo. Dal ponte ho cercato con lo sguardo Villa Diodati, che secondo Aeschliman avrei potuto vedere meglio dalla nave. Ho immaginato la diciottenne Mary, ancora in lutto per la perdita del primo figlio e in conflitto con il padre (che disapprovava la sua relazione illecita con Percy), mentre trascorreva gran parte del tempo a guardare i temporali che si abbattevano sul lago attorniato dalle montagne e scriveva il suo romanzo.
In seguito, scrisse che la creatura le era apparsa in una visione notturna, già completamente formata: “La mia immaginazione, spontanea, mi possedeva e mi guidava, regalandomi le immagini che affioravano una dopo l’altra nella mia mente, con un’intensità che andava ben oltre i consueti limiti della fantasia”.
Abbiamo superato Villa Diodati, ma era avvolta dall’oscurità. Forse era quella la lezione. Nel nulla, l’immaginazione trova libero sfogo. Il mattino dopo ho preso un autobus in direzione sud-est per Chamonix, la località turistica alpina francese che occupa un posto di rilievo nel romanzo. Si trova vicino alla Mer de Glace, la valle glaciale dove la creatura affronta Victor. In un commovente monologo a metà del libro, prima che inizi la sua furia omicida, il mostro implora Victor di creargli una compagna, in modo da non essere condannato a trascorrere tutta la vita da solo.

Mary visitò Chamonix con Percy e Claire a luglio, e quando arrivarono, il fiume Arve era in piena, le temperature notturne erano vicine allo zero e la maggior parte delle strade erano impraticabili. Tuttavia, Mary rimase affascinata dal paesaggio, scrivendo in seguito che “il fiume ribolliva lontano sotto di noi e le rocce e i ghiacciai ci sovrastavano – pini possenti ricoprivano la valle e ci ostruivano la visuale”. Mentre attraversavamo verdi campi coltivati, ville e villaggi, non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione di trovarmi all’interno del romanzo. Le montagne si ergevano maestose, talmente alte che dovevo allungare il collo per riuscire a vedere le cime dal finestrino.
Creavano un senso di isolamento e suscitavano in me un che di primordiale. La scena assomigliava ai dipinti rinascimentali del paradiso. Oggi Chamonix è una destinazione internazionale per lo sci e l’escursionismo, con una moderna rete di impianti di risalita che possono trasportare i visitatori sulle cime circostanti in 20 minuti. Avevo in programma di esplorare le montagne il giorno seguente, quindi ho lasciato i bagagli all’Hôtel Le Morgane e ho fatto una passeggiata per la vivace cittadina di montagna, passando davanti a negozi di alimentari, ristoranti e negozi di attrezzature sportive, fino alla spa QC Terme. Dotata di sauna, hammam e piscine termali, era affollata di turisti europei.
Nello spogliatoio, mentre mi cambiavo, ero consapevole che le mie differenze potevano essere mascherate dalla barba e dalle spalle larghe, frutto di 12 anni di terapia con testosterone, ma non mi sentivo mai completamente al sicuro. So che devo proteggere il mio corpo, che un incidente potrebbe mandarmi al pronto soccorso dove potrei essere esposto, e trovare medici più o meno disposti ad aiutarmi. Questo rapporto difficile con la medicina è solo uno dei fili che mi legano a Frankenstein. Ma ho messo da parte la mia ansia e mi sono ricordato del mio diritto di essere vivo, lì, in quel momento, ai piedi del Monte Bianco, dove potevo galleggiare in una piscina termale all’aperto, a torso nudo e senza pensieri.
Le cicatrici dell’intervento chirurgico al torace sono state coperte da un tatuaggio e i segni delle suture non sono più visibili. Mentre guardavo i parapendii volteggiare sulle montagne, ho pensato al fondamentale e incisivo saggio della storica trans Susan Stryker, scritto nel 1993 dal punto di vista della creatura, My Words to Victor Frankenstein Above the Village of Chamonix (Le mie parole a Victor Frankenstein sopra il villaggio di Chamonix). Criticando coloro che insistono nell’usare la creatura come metafora dispregiativa, Stryker ha invitato le persone trans a rivendicare la metafora del mostro, sostenendo che noi siamo, in realtà, simili: come lui, siamo rinati in corpi che pochi comprendono, mettendo in evidenza l’ipocrisia della condizione umana proprio mentre cerchiamo di esistere al suo interno.
Forse le persone trans hanno letto l’opera di Mary Shelley con più attenzione rispetto a gran parte dei lettori. Il termine “mostro”, dopotutto, deriva dal latino monere, che significa “ammonire”. Mentre mi rivestivo, nascondendo il mio corpo dietro una fila di armadietti per non essere visto, la verità del romanzo mi è sembrata inconfutabile: Frankenstein è la storia di un mostro che racconta come la disumanizzazione dell’“altro” ci trasformi tutti in mostri.

In un mattino grigio mi sono incamminato verso la funivia dell’Aiguille du Midi, la più alta di Francia, che sale sul massiccio del Monte Bianco fino a quota 3.842 metri. Mentre aspettavo ho ricontrollato la mia attrezzatura. Su questa catena montuosa, anche un’escursione facile comporta grandi rischi: frane, valanghe, cadute mortali da ripidi pendii.
Alcune stime indicano un tasso di mortalità medio di 100 escursionisti all’anno. Ho fatto un respiro profondo e mi sono ricordato di un mantra che ripeto quasi ogni giorno da quando ho iniziato la mia transizione: se oggi dovessi morire, morirei sapendo di aver vissuto davvero. Durante la salita verso la vetta, sospesa in aria, la funivia saliva a una velocità impressionante, con la parete rocciosa a picco della montagna a pochi metri di distanza. Arrivati in cima, mi sentivo stordito dall’altitudine e mi aggrappavo alle ringhiere mentre salivo le scale che portano alla terrazza panoramica. Ammiravo il Monte Bianco tra il nevischio che aleggiava nell’aria. Sotto di me, gli escursionisti con ramponi e bastoncini sembravano minuscoli come formiche. Esisteva forse un ambiente meno ospitale per gli esseri umani?
Eppure, che miracolo essere lì. Ero senza fiato e mi girava la testa, ma riuscivo quasi a vedere la creatura, un gigante che si muoveva a grandi balzi attraverso la catena montuosa. Per un attimo il tempo si è fermato. La storia si è sovrapposta alla storia. Ero l’uomo sulla montagna, ma anche lo studente liceale che si era riconosciuto in quel libro molto prima di capirne il significato. Ero Mary, ferita in modo indicibile dalla morte della madre durante il parto, dalla perdita di suo figlio, dal rifiuto di suo padre, che scriveva per dare forma al dolore che la tormentava.
Dopo circa un’ora, quasi congelato nonostante l’abbigliamento pesante, ho preso la funivia per scendere a metà strada, a 2.310 metri, dove ho trovato un clima e un ambiente completamente diversi: sole alto, terreno verde e rocce ricoperte di licheni. Mi sono incamminato per l’escursione di circa sei chilometri verso la Mer de Glace, che nel romanzo è il luogo in cui la creatura si rivolge a Victor suggerendogli una soluzione per rendere felici entrambi: se Victor creerà per lui una compagna con cui condividere le giornate, la creatura scomparirà nella foresta con lei, per vivere in un mondo loro, isolati dal resto dell’umanità. Victor la guarda negli occhi e accetta, ma poi cambia idea.
Questo tradimento finale sarà la sua rovina, poiché la creatura infuriata, condannata a vivere senza legami, cure o amore, alla fine perde il controllo e distrugge tutto ciò che Victor ha di caro. Chi di noi, di fronte a una vita di vergogna e rifiuto, potrebbe sopportarla come un santo e non come un essere malvagio? Una reazione inevitabile, straziante e terribilmente umana. Ho proseguito di buon passo lungo il sentiero. Ero grato di incontrare altri escursionisti, il cui cordiale merci mentre mi spostavo per lasciarli passare sui tornanti stretti diventava una sorta di coro. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande, meno solo di quanto mi sentissi da molto tempo, e ogni merci suonava sempre più come mercy (compassione).

Ma verso la fine del sentiero, a soli 300 metri dalla mia destinazione, Montenvers, ho sbagliato strada. Mi sono ritrovato improvvisamente ad arrampicarmi su rocce bagnate, rischiando di cadere di lato e di precipitare lungo un ripido terrapieno roccioso. Sono riuscito a ritrovare l’equilibrio e lentamente sono tornato indietro, esausto e tremante, fino a quando finalmente sono arrivato a Montenvers, la porta di accesso alla Mer de Glace.
Ho osservato il luogo dove un tempo si trovava il ghiacciaio. Il cambiamento climatico ne ha diminuito drasticamente le dimensioni, riducendolo a un fantasma di ciò che era un tempo, ma le montagne circostanti sono ancora affascinanti. Mary annotò di essere “felice e stupita” da questo luogo, che descrisse come “il posto più desolato del mondo”. Non sorprende che lo abbia scelto come scenario del momento cruciale tra Victor e la sua creazione.
Naturalmente, lì dove le nostre differenze non hanno alcun significato, Victor poteva riconoscere sé stesso nella creatura. Le montagne, così aspre, così alte, ci ridimensionano, ci rendono piccoli. Non possiamo affrontarle da soli. Il giorno seguente sono rientrato a Ginevra. Dopo cena, durante la mia ultima serata in città, sono tornato nella città vecchia, passando davanti a negozi pieni di orologi che ticchettavano incessantemente. Non mi sono reso conto di dove stavo andando finché non sono arrivato alla statua.
Ero un uomo diverso rispetto a pochi giorni prima. E in qualche modo lo era anche la creatura. Era una perfetta serata di fine estate. Mentre la guardavo, pensavo a come, tra tutti i personaggi del libro, la sua umanità fosse quella che risplendeva di più. Lui non è un mostro, e nemmeno io lo sono. L’ho lasciato lì, nel posto a cui appartiene, tra la gente che si godeva la luce che svaniva – parte dell’ordine delle cose, finalmente.
DOVE DORMIRE
BEAU-RIVAGE GENÈVE
Questo albergo sul lago con 95 camere è uno degli indirizzi più lussuosi di Ginevra dal 1865.
HÔTEL LE MORGANE
A pochi passi dalla funivia che sale sul Monte Bianco, l’hotel contemporaneo con 56 camere è una comoda base di appoggio a Chamonix.
COSA FARE
CASTELLO DI CHILLON
La fortezza restaurata sul lago di Ginevra che ispirò una delle poesie più famose di Lord Byron oggi espone mobili, opere d’arte e armi dal XVI secolo in poi.
MER DE GLACE
Il “mare di ghiaccio” – cornice di una delle scene più importanti del romanzo – è raggiungibile in treno o con un’escursione di circa sei chilometri dalla stazione intermedia della funivia che da Chamonix sale sul Monte Bianco.
VILLA DIODATI
Visibile dal taxi d’acqua, questa villa vicino a Ginevra è il luogo dove Percy e Mary Shelley trascorsero l’estate del 1816. – Elizabeth Cantrell
