L’arrivo ad Aruba ha sempre lo stesso protagonista: il vento. Ti spettina appena scendi dall’aereo e piega i divi-divi – gli alberi simbolo dell’isola – tutti nella stessa direzione. Qui il tramonto è un colpo di scena che dura pochi secondi: bisogna essere veloci a catturarlo mentre incendia il mare turchese come una palla di fuoco. In sottofondo, si sente il papiamento, lingua del posto che impasta spagnolo, olandese, portoghese e influenze africane.
È la colonna sonora di una piccola isola dei Caraibi meridionali, indipendente all’interno del Regno dei Paesi Bassi, con 28 gradi costanti, fuori dalla rotta degli uragani e con acqua potabile che arriva direttamente dal mare grazie a un impianto di desalinizzazione. La chiamano One Happy Island, motto ripreso anche sulle targhe azzurre delle autovetture, e non solo per le spiagge caraibiche da cartolina (certo, quelle sono un plus gradito). Per capirla davvero bisogna uscire dal cliché da luna di miele e provare alcune delle esperienze che raccontano il suo lato più autentico.
1. Dove mangiano gli arubani: guida affamata all’isola
Qui, dimenticate di iniziare la giornata con brioche e cappuccino. La colazione più amata è il pastechi, mezzaluna fritta che assomiglia a un panzerotto in miniatura: l’impasto è leggermente dolce, il ripieno può essere di formaggio o carne. Il posto giusto per provarlo è Huchada, una panetteria di quartiere dall’atmosfera semplice e autentica dove lo skyline è l’Hooiberg, la collina più alta dell’isola (165 metri) da scalare per smaltire le calorie ingerite.

A metà mattina si stappa una Balashi, la birra locale filtrata con l’acqua purissima dell’isola, anche nella sua versione fruttata Magic Mango. È il modo più semplice per sentirsi “uno del posto”: si trova ovunque, dai beach bar al minimarket.
Per pranzo la rotta è verso Zeerovers, pontile di pescatori a Savaneta che sembra progettato per smentire qualsiasi dress code. Si sceglie il pescato del giorno alla bilancia – siete team barracuda o gamberi fritti? – lo si paga a peso per mangiarlo con le mani, affacciati sull’oceano. Patacones di platano fritto, funchi (polenta locale) e insalate completano l’esperienza culinaria.

Il gusto più arubano che c’è, però, è la salsa di papaya o mango piccante, onnipresente come dressing: dolce, speziata e sempre un po’ più “hot” di quanto ci si aspetta. Tra le piccole realtà artigianali c’è Aruba Heat Hot Sauces che imbottiglia salse dal nome programmatico – dalla Bbq fino all’“Assplosive” – seguendo una rigorosa scala di piccantezza.
La cucina di casa si trova in posti come The Old Cunucu House, una sorta di agriturismo ricavato in un’antica casa rurale: baccalà, stufati di capra o pecora, funchi e, per i più “coraggiosi”, la zuppa di iguana, un ricostituente naturale proposto solo in occasioni speciali.

La sera si può scegliere la tradizione elegante di Papiamento, dove si cena in un cortile tropicale tra alberi secolari, o la ricerca creativa di Infini, ristorante fine dining con chef’s table che lavora sulle materie prime locali – pesce freschissimo, erbe spontanee, ortaggi coltivati sull’isola – e reinventa piatti iconici come il ceviche o il bolo preto, il dolce tipico dei matrimoni.
I fan dei festival gastronomici dovranno attendere il prossimo autunno: ottobre è il mese di Autentico, la rassegna che porta sull’isola chef internazionali, cene a quattro mani, street food e trasforma un intero quartiere in grande food court a cielo aperto. Giunto nel 2025 alla sua seconda edizione, questo evento sembra il modo migliore per capire quanto Aruba stia vivendo un vero fermento culinario.
2. Le spiagge più belle (e come viverle)
Le distese di sabbia di Aruba sono tutte pubbliche: niente stabilimenti esclusivi che chiudono l’accesso, solo sabbia bianca, mare trasparente e mangrovie che fanno da ombrellone naturale.

- Eagle Beach
È la diva dell’isola, più volte premiata tra le spiagge più belle al mondo. Ampia, ventilata, con sabbia finissima e i famosi alberi fofoti e divi-divi che sembrano piegati in posa fotografica permanente. Qui l’atmosfera è rilassata, perfetta per lunghe passeggiate all’alba o per aspettare il tramonto-lampo. - Palm Beach
Il volto più vivace e dinamico di Aruba: resort, ristoranti, beach club e centri per sport acquatici. È il posto giusto per provare parasailing, jet ski o un’uscita al tramonto in barca a vela con tappa snorkeling. - Baby Beach & Rodger’s Beach
All’estremo sud, verso San Nicolas, la costa si fa più intima. Baby Beach è una mezzaluna di sabbia con acqua talmente bassa e calma da essere la spiaggia-feticcio delle famiglie. Subito accanto, Rodger’s Beach è il ritrovo dei local: barche di pescatori, barbecue improvvisati nel weekend e un’atmosfera davvero autentica. - Mangel Halto
Una lingua di sabbia nascosta fra le mangrovie, amata da chi fa kayak, paddle e snorkeling. Il fondale ospita pesci pappagallo, dentici a coda gialla e una barriera ideale anche per chi è alle prime armi con maschera e boccaglio.
Per i più curiosi del mondo sottomarino c’è anche la possibilità di praticare wreck diving, immersioni nei pressi di navi affondate. Tra questi spicca l’Antilla, uno dei più grandi relitti ancora intatti dei Caraibi: un mercantile tedesco affondato negli anni Quaranta e oggi avvolto da pesci colorati. I principali operatori locali organizzano escursioni con soste dedicate allo snorkeling.

Per cambiare scenario, basta spostarsi verso la costa nord-orientale: qui il Parco Nazionale Arikok occupa quasi un quinto dell’isola, con scogliere battute dall’oceano, baie selvagge come Dos Playa e grotte calcaree come Quadirikiri.
3. San Nicolas: street art tour con Tito Bolivar
Da Oranjestad, la capitale, ci vuole circa mezz’ora di macchina per raggiungere San Nicolas, il cuore creativo e un po’ ruvido dell’isola. Un tempo polo industriale legato alla raffineria di petrolio della Lago, oggi è la Sunrise City, punto dove il sole sorge e dove l’arte urbana ha cambiato il volto delle strade.
La trasformazione di questa località porta la firma di Tito Bolivar, curatore visionario e fondatore dell’Aruba Art Fair. Dal 2016 invita artisti da tutto il mondo – più di 80 finora – a dipingere muri, serrande e vecchi edifici. Con lui si può partecipare a un mural tour a piedi, ascoltando aneddoti e curiosità dietro a ogni opera, oltre al legame che crea con la comunità e le tecniche usate (c’è anche un prezioso mosaico realizzato con l’oro).

Si passa da un ritratto iperrealista di Jorit (come quota italiana) alle rappresentazioni della fauna locale, quali pappagalli e fenicotteri rosa che arricchiscono la facciata della centrale di polizia, ai murales che ricordano la storia industriale. La città è un museo vivo: alcune opere restano, altre cambiano, altre ancora si sovrappongono, così ogni visita è diversa dalla precedente.
Il tour è anche un viaggio nella San Nicolas di ieri: la vecchia torre dell’acqua trasformata in Industry Museum, il Community Museum con gli oggetti di vita quotidiana donati dagli abitanti, il Solar Tree in piazza che regala ombra, Wi-Fi e prese per ricaricare il telefono grazie ai pannelli fotovoltaici.
4. Aloe, museo e souvenir che hanno davvero senso
Se c’è una pianta che racconta Aruba è l’aloe vera. Arrivata con gli olandesi, ha trovato qui un microclima perfetto: poco terreno, tanto sole, vento costante. Oggi l’isola è tra i principali produttori mondiali di aloe lavorata e ospita vasti campi di foglie carnose che spuntano dal terreno arido come sculture minimaliste. La visita alla piantagione e al museo dell’aloe è una delle esperienze più istruttive da mettere in agenda. Si seguono tutte le fasi: dal taglio manuale delle foglie alla separazione del gel, fino alle linee di produzione dove nascono creme solari, gel doposole, prodotti per capelli e preparazioni medicali.

Nel piccolo museo si scopre come l’aloe sia stata per decenni la principale voce dell’economia arubana, ben prima del turismo. E soprattutto si capisce perché, su un’isola dove il sole picchia tutto l’anno e l’acqua è desalinizzata, questo vegetale sia diventato alleato quotidiano degli abitanti. Il momento più pericoloso – per il portafoglio – è lo shop: dai saponi solidi ai gel purissimi, dalle creme doposole ai prodotti per bambini, tutto profuma di “souvenir utile”, meglio di qualsiasi calamita.
5. Il Carnevale di Aruba: perché va vissuto almeno una volta
Ad Aruba, il Carnevale non è un weekend di festa: è una stagione che dura circa un mese, da metà gennaio fino al Martedì Grasso. L’isola intera entra in modalità festa permanente: sfilate, concorsi musicali, party di strada, parate in costume che coinvolgono tutti, dai bambini alle nonne. Il momento culminante è la Grand Carnival Parade di Oranjestad, la domenica prima del Mercoledì delle Ceneri. Dalle 12 fino a notte, carri allegorici, truck con impianti audio mastodontici, gruppi in costume tempestati di piume e strass sfilano lungo le vie della capitale al ritmo di calypso e soca. Il pubblico non è spettatore, ma parte della coreografia: si balla, si canta, si beve rum e birra ghiacciata lungo tutto il percorso.

La storia del Carnevale arubano affonda nelle celebrazioni del dopoguerra organizzate dagli immigrati anglo-caraibici che lavoravano alla raffineria; nel 1955 viene eletta la prima regina del Carnevale e nel 1957 nasce la tradizionale Grand Parade. La stagione ufficiale è comunque già iniziata, come ha stabilito la fondazione Stichting Arubaanse Carnaval quando, nel 1966, ne ha fissato l’inizio ufficiale l’11 novembre alle ore 11:11, in perfetto stile scaramantico.
Da non perdere anche la Lighting Parade notturna a Oranjestad – una sfilata illuminata che trasforma la città in una scia di luci in movimento – e la Jouvert Morning Pajama Party, festa all’alba dove si balla in pigiama dietro ai truck musicali. La stagione si chiude con il falò di King Momo, grande effigie che rappresenta lo spirito del Carnevale: brucia la notte del Martedì Grasso, tra fuochi d’artificio e un pizzico di malinconia, promettendo di rinascere l’anno dopo.