Ogni anno il Rådhus (municipio) di Oslo viene tirato a lucido in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace. In città succede dal 1901 – alternando luoghi differenti per la cerimonia, il primo è stato il Parlamento – ma s’ignora perché proprio lì. L’inventore della dinamite dispose infatti che tale onorificenza e solo quella – il testamento di Alfred Nobel parla chiaro (glissando però sui motivi) – non sarebbe spettata come per tutte le altre a Stoccolma, sua città natale. Poco importa, anzi: estendiamone prestigio e mistero, miscelando un travel (vibe) non scontato col leisure (mood) locale, guidati da una parola-totem molto, molto norsk: friluftsliv. Ad un mese da quel giorno di dicembre, tracciamo un portolano di armonie invernali rigeneranti, all’aperto. Partendo proprio dalla tripla radice, con qualche deroga poetica: luft (aria), liv (vita), fri (libera).
Vigeland + Vigeland

La medaglia del premio, per iniziare: un disco di due etti d’oro a diciotto carati, col profilo sinistro del controverso magnate sul verso e l’auspicio “Pro pace et fraternitate gentium” sul recto. L’ha disegnata Gustav Vigeland, il più celebre e celebrato scultore nazionale. Il tour può dunque partire alle spalle del Nobels Fredssenter – a pochi metri dal (e sul) fiordo, tra le banchine di Aker Brygge – in direzione del signorile quartiere Frogner. Universo artistico-emotivo di granito, acqua e metalli, il Vigelandsparken srotola un palinsesto di oltre duecento opere realizzate negli anni Venti e Trenta. Alcune sono tasselli a sé, altre formano costellazioni di rimandi e significati, tutte animano un dialogo di dilemmi e diatribe sull’ineluttabile. Andateci e tornateci in orari diversi – è all’aperto e sempre aperto, rain (snow) or shine – per imporvi contatti vis-à-vis con le figure più note, testare inediti sguardi, inseguire il colpo d’occhio perfetto che abbracci la scena per intero.
Il tempo poi di una lunga sosta in Nobelsgate (sic) per il Vigeland Museet nel raffinato edificio neoclassico al civico 32: ospita una collezione di bozzetti e modelli, appunti e altri lavori del maestro. E propone (su appuntamento) un giro tra le stanze in cui ha alloggiato negli ultimi vent’anni di vita. Da lì una rinfrescante passeggiata fino a Slemdal per il mausoleo di Emanuel Vigeland, fratello di Gustav. Da un secolo esatto chi varca lo stargate che immette nella Tomba Emmanuelle – un ambiente scuro o oscuro, tra sovrumano silenzio e profondissima inquietudine – si trova al cospetto di scene esotiche, erotiche, esplicite. Nelle due dimensioni degli affreschi e nelle tre dei bronzi tutto riluce in una penombra centripeta. Poi si esce, l’incanto riprende e risplende.
Dal Kollen alla Marka

Continuiamo a salire, prossima tappa: Holmenkollen, la montagnola dei salti dal/nel “bakken”. Icona di orgoglio sportivo e non solo, il trampolino attuale è a firma dello studio JDS – quelli dell’Arctic Cultural Center di Hammerfest e delle Zig Zag Towers di Stavanger, per dire – e fa parte del panorama da quindici anni. I primi coraggiosi balzi risalgono però a fine Ottocento. Arrivateci con la linje 1 della T-bane (metropolitana) che si fa strada tra hytter (chalet), giardini e sentieri, godetevi l’adrenalinica concavità del bacino di atterraggio, passate in rassegna la statua di Re Olav V – gli sci ai piedi, l’amatissimo cane Troll al fianco – e salite per la vista sulle viste dall’alto della ski arena. Prima di proseguire fermatevi, anche solo per caffè bollente e vafler – con brunost (formaggio di caglio caramellato), marmellata e panna (acida) – allo storico Holmenkollen Restaurant. Continuate poi fino al capolinea Frogneseteren ai bordi della Marka, la foresta di Oslo.

Potete da qui vagare per ore o puntare al Roseslottet: significa “castello delle rose” ma il nome non inganni, le vicende che questo luogo sciorina e sprigiona non narrano di principesse o ponti levatoi, sospiri & co. I fratelli Vebjørn and Eimund Sand definiscono il proprio proposito artistico, nato nel 2020, “arena per imparare e ricordare”, “omaggio alla democrazia, simbolo di libertà e speranza ispirato a geometria e dialettica”. Alla parte centrale si giunge attraverso un percorso a spirale che sfiora decine di ritratti, altrettanti testimoni di regimi totalitari: un’inedita Spoon River, scandinava e globale. Poi il cuore del sito, le cinque istallazioni, in ricordo del lustro in cui il paese ha conosciuto l’occupazione nazista: Vela, Ala, Monte, Abete, Betulla.
La Biblioteca del Futuro
La Nordmarka è un mondo a sé, eppure integrato alla città, imprescindibile per tutti gli osloensi che appena possono ne godono un po’ a tutte le ore e a qualsiasi temperatura. Fatelo anche voi, per esempio camminando dallo slott verso una porzione molto speciale di bosco, quella scelta dall’artista scozzese Katie Peterson per l’esperimento The Future Library: cento testi, uno all’anno, commissionati ad altrettanti autori, quindi raccolti (sigillati) e conservati. Iniziata nel 2014 con Margaret Atwood, proseguita con Karl Ove Knausgård e Valeria Luiselli, quest’antologia lunga un secolo vedrà la luce nel 2114 quando saranno finalmente pubblicati tutti insieme. La carta su cui le copie andranno stampate verrà dai mille abeti piantati ad hoc in quest’area della Nordmarka, i manoscritti resteranno segreti fino ad allora.
Bjørvika!
Fatto il pieno di clorofilla, incanti e ossigeno, torniamo in città, diretti a Bjørvika e diritti alla Deichman Bibliotek. Ennesimo landmark di un’area in costante sviluppo alle spalle della stazione centrale, è un hub di otium, creatività, incontri e culture. L’impianto architettonico punta sull’intreccio armonico di livelli, spazi aperti, luminanze. Molto scandinavo, ja. Ma con un quid in più che moltiplica gli angoli ed invita – come chi scrive, fidatevi – a ritagliarvi del tempo per trovare pace e ispirazioni. Parte qui la seconda manche del tour ché all’ultimo piano si trovano i primi manoscritti della Future Library, all’interno di una capsula di legno di una ventina di metri quadri appena. Troppo tepore e contemplazione? Sgranchiamo sinapsi, tendini e polmoni con una ronda rigenerante tra gli italici marmi all’aria aperta dell’adiacente Operahus – il quartier generale degli Snøhetta (per curiosi e appassionati) non è lontano, alle spalle della fortezza Akershus.

Restate ancora un po’ all’aperto, per una sauna e un’occhiata non distratta a una specie di iceberg in galleggiamento ancorato nella baia. Lavoro della veneziana Monica Bonvicini ispirato alla tela “Das Eismeer” di Caspar David Friedrich, gioca con le ambiguità, a partire dal doppio significato del titolo “She Lies”. Di artista in artista, tocca – inevitabilmente, immancabilmente – a Edvard Munch. L’eponimo museo è lì accanto, prendetevi tutto il tempo (e gli ascensori) che vi servono dentro al mega-edificio di dodici piani che dall’autunno di cinque anni fa troneggia sur place. La parola viatico era però frilutsliv, giusto? Allora bavero alzato, guanti ben calzati e di nuovo in marcia. Verso Ekebergparken, un art park sulla collina dalla quale pare l’Urlo sia stato dipinto. Qualche nome? Auguste Rodin e Fernando Botero, Roni Horn e Tony Cragg, Sarah Sze, Salvador Dalì e Damien Hirst. Scarpinare per credere (e per meravigliarsi).
La collina di San Giovanni
La a flânerie delle quattro A – aria, acqua, arte e architettura – potrebbe finire qui. O proseguire, di divagazione in divagazione, ad libitum (purché ben equipaggiati). Un paio di dritte: la bella camminata fino al quartiere st. Hansaugen col commovente Vår Frelsers gravlund (cimitero) – Munch è sepolto lì, in compagnia di Henrik Ibsen e molti altri – sbirciando en passant dentro a due hotel: il Continental per il sublime Bar Boman con una dozzina di litografie di Munch alle pareti, il Grand Hotel dove i premi Nobel pernottano.
And the Nobel goes to
Rientrati così in “zona Nobel” restiamoci per un passaggio al Nobel Institutt e per un supplemento di Vigeland, le tre statue nel verde dello Slotssparken, il giardino dei reali: il matematico Niels Henrik Abel, la scrittrice-attivista Camilla Collett, Rikard Nordraak (autore delle musiche dell’inno nazionale). Chiudiamo il cerchio dove l’abbiamo iniziato, ad Aker Brygge, i docks di Oslo. Vi potrà magari capitare di sentire qualche brano noto – tradizionale e pop, d’antan o d’avanguardia – eseguito dalla responsabile del carillon del Rådhus, manovrando i comandi delle quarantanove campane. Open air, anzi: on air, letteralmente. Quindi il Nobels Fredssenter che da un quarto di secolo racconta la storia del premio per la pace, approfondisce il tema e lo rilancia in un compendio denso di aneddoti, spunti e appunti. Fino a non molto tempo fa era però il terminal di una stazione del treno, si chiamava Vestbanestasjon.
Silenzio, si salpa
Prendiamolo allora come invito a salpare, rigorosamente all’aria aperta, verso le isole del fiordo. Il molo è lì davanti, le imbarcazioni vanno e vengono, il viavai pare al rallentatore. Merito (anche) dei motori elettrici a zero decibel e zero emissioni: niente gas di scarico, solo nuove suggestioni. Altri silenzi, nuove scoperte.