Perché torniamo sempre nello stesso posto in vacanza: la psicologia dietro la meta del cuore

Perché torniamo sempre nello stesso posto in vacanza: la psicologia dietro la meta del cuore

Nostalgia, sicurezza emotiva e senso di appartenenza spiegano l'attaccamento ai luoghi che scegliamo di rivisitare anno dopo anno.
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Una serie di destinazioni interessanti | Foto da Shutterstock

Conoscete qualcuno che va nello stesso posto ogni estate da vent’anni. Forse siete voi stessi quel tipo di viaggiatore. Stesso paese, stesso albergo, stesso ristorante dove il cameriere vi riconosce e sa già cosa ordinerete. Dall’esterno può sembrare una rinuncia alla scoperta, una forma di pigrizia o di chiusura al nuovo. Eppure il fenomeno è diffusissimo, trasversale a età, reddito e livello culturale. E ha ragioni profonde che la psicologia del viaggio ha studiato negli ultimi decenni.

La tendenza a tornare negli stessi luoghi si chiama, in letteratura accademica, repeat visitation. Secondo uno studio di Gitelson e Crompton pubblicato sugli Annals of Tourism Research, oltre il 62% dei turisti intervistati aveva già visitato in precedenza la propria destinazione principale. Non si tratta di mancanza di alternative, ma di una scelta attiva che risponde a bisogni psicologici precisi.

Il comfort della prevedibilità

Il viaggio, per definizione, comporta incertezza. Non sapete se l’albergo sarà come nelle foto, se il cibo vi piacerà, se riuscirete a orientarvi in una città sconosciuta. Questa incertezza può essere stimolante, ma richiede energia cognitiva ed emotiva. Tornare in un luogo conosciuto elimina gran parte di questa fatica: sapete già dove parcheggiare, quale spiaggia scegliere, a che ora arrivare al ristorante per trovare posto.

La ricerca di Gitelson e Crompton ha identificato cinque fattori principali che spingono le persone a tornare in una destinazione familiare: la riduzione del rischio di un’esperienza insoddisfacente, la certezza di trovare persone simili a sé, l’attaccamento emotivo legato all’infanzia, il desiderio di esplorare aspetti tralasciati nelle visite precedenti e la volontà di condividere con altri un’esperienza che si è rivelata positiva.

Il cervello umano è programmato per cercare schemi e prevedibilità, soprattutto in situazioni che dovrebbero essere di riposo. Una vacanza in un luogo nuovo richiede pianificazione, decisioni continue, adattamento a contesti sconosciuti. Una vacanza in un luogo familiare permette di rilassarsi davvero, perché il contesto è già mappato mentalmente.

Il legame emotivo con i luoghi

C’è una differenza sostanziale tra visitare un posto e sentire che quel posto è vostro. Il concetto psicologico di place attachment, o attaccamento al luogo, descrive esattamente questo: il legame emotivo che si sviluppa tra una persona e una realtà specifica. Questo legame si costruisce nel tempo, attraverso esperienze ripetute, ricordi accumulati, relazioni create in quel contesto.

Una ricerca recente pubblicata sul Journal of Hospitality Marketing & Management definisce il destination attachment come l’esperienza positiva creata dai legami emotivi, cognitivi e comportamentali che un individuo sviluppa con un luogo. Questo attaccamento ha due componenti principali. La prima è funzionale: la località prescelta soddisfa bisogni pratici, offre attività che vi piacciono, ha caratteristiche che corrispondono alle vostre preferenze. La seconda è identitaria: ciò che vi circonda diventa parte di come vi definite, entra nella narrazione che fate di voi stessi.

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Il mare cristallino della Sardegna. Foto da Shutterstock

Dire “vado in Sardegna da quando ero bambino” o “conosco ogni angolo di quella valle” non è solo un’informazione, è un’affermazione di identità. Questo legame si rafforza con il tempo e con le esperienze vissute. Se avete trascorso lì le vacanze dell’infanzia, se vi siete innamorati in quella città, se avete festeggiato ricorrenze importanti in quell’albergo, il posto smette di essere un semplice sfondo e diventa un contenitore di memoria.

La nostalgia come motore del viaggio

La nostalgia è un’emozione complessa, a lungo considerata negativa dalla psicologia e oggi rivalutata come risorsa adattiva. Il termine fu coniato nel XVII secolo dal medico svizzero Johannes Hofer, combinando le parole greche nostos (ritorno a casa) e algos (dolore), per descrivere soldati che si ammalavano per la lontananza dalla patria. Per secoli fu trattata come una condizione medica.

Oggi la visione è completamente cambiata. Le ricerche condotte dal dottor Constantine Sedikides e dai suoi colleghi all’Università di Southampton hanno dimostrato che la nostalgia aumenta l’umore positivo, rafforza l’autostima, accresce il senso di connessione sociale e fornisce un senso di significato. 

Uno studio pubblicato sul Journal of Humanities and Applied Social Sciences ha esaminato specificamente il ruolo della nostalgia nelle decisioni di viaggio, concludendo che essa funziona come una potente emozione sociale capace di fornire un senso di connessione con altre persone e con i momenti in cui eravamo circondati da loro. La nostalgia, secondo i ricercatori, esprime anche benefici psicologici intrapersonali come il senso di continuità con sé stessi, l’ottimismo e l’ispirazione.

I benefici per il benessere

La repeat visitation non è solo una questione di comodità o abitudine. Una ricerca pubblicata su Tourism Management nel 2023 ha esplorato esplicitamente la connessione tra visite ripetute e benessere psicologico dei turisti. Lo studio, condotto su visitatori abituali delle Fiji, ha identificato tre temi principali: i benefici ristorativi, il senso di familiarità e la connessione emotiva con il luogo.

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Una mappa dell’Europa. Foto da Shutterstock

I ricercatori hanno scoperto che tornare in una destinazione familiare permette di sperimentare effetti positivi significativi, con un impatto diretto sulla felicità e sul benessere generale. Philip Pearce, uno degli studiosi più citati in questo campo, ha osservato che il viaggio ripetuto esamina principalmente la storia personale dei viaggiatori con i luoghi e le connessioni esistenti con le destinazioni, a differenza delle esperienze di soddisfazione immediata tipiche dei visitatori alla prima visita.

Quando la ripetizione diventa limitante

Tornare sempre nello stesso posto non è di per sé problematico, dopotutto se siete felici, a chi dovete dare conto? Lo diventa quando la scelta non è più attiva, ma automatica; quando la paura del nuovo prevale sulla curiosità; quando il luogo familiare diventa una gabbia invece che un rifugio.

Le ricerche sopracitate distinguono tra visitatori che tornano perché hanno trovato qualcosa che funziona per loro e lo scelgono consapevolmente, e visitatori che tornano perché non riescono a immaginare alternative. Suggeriscono che chi visita una destinazione per la prima volta è fortemente motivato dalla ricerca di novità, mentre chi torna è più spesso alla ricerca di relax e familiarità sociale.

La differenza sta nella libertà della scelta. Se tornate nello stesso posto perché vi rende felici, è una scelta sana. Se tornate perché l’idea di andare altrove vi paralizza, potrebbe essere utile chiedervi cosa stia succedendo.

Quando la meta del cuore cambia

Niente è per sempre, nemmeno i luoghi del cuore. A volte il cambiamento arriva dall’esterno: il posto si trasforma, l’albergo chiude, la comunità che vi aveva accolto si disperde. A volte arriva dall’interno: cambiate voi, cambiano i vostri bisogni, quello che prima vi faceva sentire a casa ora vi fa sentire intrappolati.

Perdere una meta del cuore può essere un lutto vero, con tutte le fasi che il lutto comporta. Non state perdendo solo un posto, state perdendo i ricordi che quel posto conteneva, la persona che eravate quando ci andavate, le relazioni che lì avevate costruito.

Ma la perdita può essere anche un’opportunità. Liberati dalla forza di gravità del luogo familiare, potreste scoprire che c’è un altro posto che vi aspetta. Che c’è un’altra versione di voi stessi, con altri bisogni, che merita di trovare la propria meta del cuore. Il viaggio, in fondo, è anche questo: non solo spostarsi nello spazio, ma permettersi di cambiare nel tempo.

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