Complimenti a chi ha scelto nomi così espliciti per le strade sull’isola di Siargao nelle Filippine. Tourism Road, la via principale del polo commerciale dell’isola, General Luna, descrive perfettamente un luogo che qualcuno ha ribattezzato la nuova Bali. Occidentali abbronzati affollano la strada su motorini a noleggio che emettono nuvole di fumo grigio. I negozi invadono i marciapiedi con espositori di magneti a forma di tavola da surf e magliette tie–dye. Cocktail bar e studi di tatuaggi pubblicizzano offerte speciali a prezzi modici di cui è facile pentirsi. Mentre il mio autista percorreva la Tourism Road, desideravo disperatamente non essere quel tipo di viaggiatore. Mi sarei rannicchiato sul sedile per paura di essere scambiato per uno di loro, ma era inutile: viaggiavo su un minivan con il nome e il logo del mio hotel ben visibili. Ero solo un altro turista americano, e nemmeno uno abbastanza disinvolto (o coordinato, o coraggioso) da girare in motorino. A pochi chilometri dalla città, però, i negozi, i bar, il traffico e l’atmosfera kitsch della Tourism Road sono scomparsi, insieme a quasi tutti i turisti.
Dai finestrini del van vedevo palme da cocco, banani e qualche bufalo d’acqua che pascolava in un campo. Poi, circa mezz’ora a nord di General Luna, ho notato un cartello. Casa in vendita. Vista mare. «Ehi, puoi accostare?», ho chiesto all’autista, Kirk Cabigon. «Solo un attimo, per dare un’occhiata». Nello specchietto retrovisore ho visto il suo sguardo scettico. Non aveva quasi fatto in tempo a fermarsi sul ciglio erboso che ero già sceso. «Sicuro?», l’ho sentito dire dietro di me. Stavo già correndo lungo il sentiero. Dopo una curva e una salita, è apparsa una casa a tre piani. Un cane mi è corso incontro scodinzolando. Pareva che all’interno non ci fosse nessun altro. Mentre accarezzavo le orecchie, ho sentito un rumore come di sciabordio e le onde che si infrangevano a riva. Arrivato in cima ai gradini, ho visto la costa scoscesa tuffarsi nelle acque spumeggianti del Mar delle Filippine. Le pozze di marea brillavano come gemme di topazio incastonate nella roccia frastagliata. A nord un braccio di terra si incurvava nell’oceano, come se cercasse di raccogliere le acque. A est il Pacifico si estendeva a perdita d’occhio, scintillante come una lastra di acciaio blu. «Wow», ha detto Cabigon raggiungendomi. Ecco perché ero venuto nelle Filippine: per percorrere sentieri misteriosi, incontrare gente del posto cordiale, scorgere l’imprevisto – vivere un’avventura.

Un altro motivo era il desiderio di riscatto. Quando avevo 18 anni, mio padre trovò lavoro a Manila. Frequentavo l’università negli Stati Uniti, ma trascorrevo tutte le principali vacanze e qualche settimana ogni estate nella capitale filippina, per lo più di cattivo umore. Sapevo che era lo stipendio da espatriato di mio padre a finanziare la mia istruzione, ma provavo risentimento per la realtà concreta: a Manila non potevo guidare, non avevo amici e quindi non avevo una vita. Non avrei mai voluto essere lì, e volevo che i miei genitori lo sapessero. A distanza di un quarto di secolo mi sentivo meno egocentrico, un po’ più maturo e pronto a tornare. Volevo vivere le Filippine in modo nuovo – esplorarle alla ricerca della bellezza, dare a questo posto un’altra possibilità, approcciarmi con maggiore apertura mentale. Sarei riuscito a vedere il Paese per quello che era, e non per quello che volevo che fosse?
Ho chiamato la T+L A–List Travel Advisor Tesa Totengco, una filippina che vive a New York, la quale ha colto al volo l’occasione di organizzare un itinerario alla scoperta della sua terra natale e di accompagnarmi. Le 7.600 isole delle Filippine, il secondo Paese più popoloso del Sud–Est asiatico, offrono paesaggi estremamente vari – spiagge incontaminate, cime vulcaniche, lussureggianti foreste pluviali – e una storia ricca e complessa, oltre a una cultura unica, segnata da secoli di dominio spagnolo e americano. E se il turismo ha raggiunto livelli record dopo la fine del regime autoritario del presidente Rodrigo Duterte nel 2022, lo Stato conta ancora molti meno visitatori rispetto alla Thailandia e al Vietnam. Ho detto a Totengco che volevo avere un quadro il più completo possibile delle Filippine di oggi in nove giorni: vecchio e nuovo, città e campagna, per finire con un po’ di tempo in spiaggia. A gennaio abbiamo intrapreso un tour frenetico insieme a Frédéric Lagrange, un fotografo che vive a Bali. Abbiamo iniziato da Manila, dove Totengco aveva organizzato una visita guidata di Intramuros, la città vecchia fortificata costruita dai colonizzatori spagnoli. La nostra guida, Greg Dorris, un americano che vive in città dal 1988, è stato elogiato da Esquire Philippines per «conoscere Manila meglio della maggior parte dei Manileños».

Ci ha accompagnato alla chiesa di San Agustin e al Forte Santiago, tracciando una panoramica dall’era precoloniale al XVIII secolo, quando galeoni spagnoli carichi di tesori facevano la spola tra le Filippine e il Messico, per arrivare poi fino al Novecento, quando il Paese era governato dagli Stati Uniti (e, durante la Seconda guerra mondiale, dal Giappone). Conoscevo a grandi linee il periodo spagnolo e quello americano, ma Dorris ha raccontato alcune storie affascinanti. Per esempio Daniel Burnham, l’architetto e urbanista del periodo Beaux Arts che progettò il Flatiron Building di New York, concepì anche il Rizal Park, un vasto spazio verde inteso in origine come l’equivalente filippino del National Mall di Washington. La creazione del parco e dei quartieri circostanti, tuttavia, richiese la distruzione di Bagumbayan, l’area che un tempo era stata la dimora di Rajah Sulayman, sovrano di Manila all’arrivo degli spagnoli. La gente del posto si rifiutava di viverci, ha detto Dorris. «La consideravano una città fantasma». Oggi la zona è abitata per lo più da occupanti abusivi. Dorris ha intuito che Lagrange e io non vedevamo l’ora di esplorare la città. Così, partendo da Intramuros, abbiamo vagato senza meta. A Binondo, la Chinatown di Manila, abbiamo mangiato dei panini al vapore (io ho condiviso il mio con un cane randagio) e nella vicina Quiapo ci siamo fermati a prendere dei sandwich in un negozio chiamato Excelente Chinese Cooked Ham. Mentre mangiavamo, la loquace proprietaria continuava a ordinare al suo staff di portarci altri stuzzichini, tra cui un formaggio di latte di bufala dal sapore pungente avvolto in foglie di banano.
Ci ha anche intrattenuto con dei racconti, tra cui quello di come aveva conosciuto suo marito («Io ero una hostess, lui era un passeggero»). Poco prima, un edificio in stile Art Déco aveva attirato l’attenzione di Lagrange, quindi siamo tornati indietro per vederlo. Il First United Building, in origine grande magazzino e sede di uffici, è oggi un fiorente polo creativo. Siamo entrati nello studio dello stilista d’avanguardia Ziv Rei Alexi, che ci ha mostrato una giacca ricoperta da quella che sembrava vernice screpolata («ispirata al cemento grezzo», ha detto) e un top semitrasparente con scollo all’americana («Margiela 1998»). Nello spazio adiacente abbiamo incontrato Arts Serrano, direttore di One Zero, lo studio di architettura d’interni che ha disegnato alcuni dei ristoranti più trendy di Manila. «In questo palazzo si fondono vecchio e nuovo», ci ha detto Serrano. «Ti stimola a giocare con le idee. Si respira un’energia naturale che favorisce la contaminazione reciproca».

Quell’intreccio tra storia e innovazione mi è tornato in mente una sera al Peninsula Manila, il lussuoso hotel in cui alloggiavamo. Quando la mia famiglia viveva nelle Filippine, nelle occasioni speciali andavamo al “Pen” – così lo chiamano gli abitanti. È ancora più bello di quanto ricordassi (è stato ristrutturato poco prima della pandemia) e il suo buffet è sempre sontuoso. Una decina di anni fa l’hotel ha avviato un programma culturale chiamato Peninsula Academy per rendere omaggio agli artisti e agli stilisti filippini, ed è così che siamo finiti a visitare il laboratorio di Lenora Cabili, la mente visionaria che ha creato il marchio di moda Filip + Inna. Grazie a Filip + Inna, centinaia di artigiani di 21 comunità indigene dell’arcipelago hanno un mercato per le loro creazioni artigianali. «Sono antiche tradizioni filippine che volevo mantenere vive», ci ha spiegato Cabili mentre visitavamo il laboratorio, dove alcune donne eseguivano splendidi ricami su alcuni capi di abbigliamento. Non si tratta di un semplice esercizio di conservazione culturale. Diverse donne che hanno iniziato a cucire da ragazze hanno poi fatto l’università; una di loro oggi supervisiona il controllo qualità dell’azienda. Dopo una cena nel patio del suo laboratorio, Cabili ha invitato diversi artigiani a esibirsi in danze tribali. Ci ha raccontato che, a causa dei secoli di colonizzazione spagnola e americana, molti filippini sottovalutano il proprio patrimonio culturale. «A volte la nostra cultura è oscurata da quella occidentale», ha affermato. «Era necessario celebrarla».
Tutti i filippini che conosco mi hanno detto: «Vai nelle province». È il loro modo per dire che, se vuoi conoscere il cuore del Paese, non devi fermarti a Manila. Così Totengco ci ha portato a Negros Occidental, la sua provincia natale, che occupa la metà occidentale dell’isola di Negros, chiamata così dagli spagnoli per il colore della pelle dei suoi abitanti indigeni. Voleva mostrarci un lato del Paese che i turisti vedono di rado. A metà del XIX secolo vaste aree della foresta dell’isola furono disboscate per coltivare la canna da zucchero; nel Novecento lo zucchero era diventato uno dei prodotti di esportazione più redditizi delle Filippine. Gli agricoltori divennero ricchissimi e costruirono splendide ville. L’industria dello zucchero è ormai tramontata, ma le case sono rimaste. Silay, nella parte settentrionale della provincia, possiede la collezione più significativa, anche se la natura ha riconquistato molti di questi edifici, con kudzu e fichi strangolatori che hanno invaso i tetti e abbattuto i muri. Ci siamo fermati in una delle ville meglio conservate, Casa A. Gamboa, per pranzare con Reena Gamboa, che appartiene alla quinta generazione di una famiglia di agricoltori.

Costruita nel 1939 dal nonno di Gamboa, la villa fonde lo stile Art Déco con l’architettura bahay kubo, la tradizionale casa filippina su palafitte, e presenta soffitti alti con calados (pannelli di legno aperti dalle linee essenziali posti in cima alle pareti) per favorire la circolazione dell’aria. Mentre mangiavamo pollo in umido, spinaci Malabar e piccoli cetriolini sottaceto chiamati pipinitos, Gamboa ci ha raccontato che sta ancora imparando cose nuove sulla terra della sua famiglia (quei pipinitos, scoperti nella sua fattoria l’anno scorso, quando aveva 60 anni, sono stati una “rivelazione”). Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, l’esercito americano requisì la casa. Gamboa aveva sentito parlare della visita di Douglas MacArthur, ma solo di recente ne ha avuto la prova: vicino ai gradini all’ingresso, una fotografia incorniciata mostra il generale che scende proprio da lì nel 1945.
Poi siamo andati a Bacolod, il capoluogo della provincia, dove Lilia V. Villanueva ci ha accolti in uno splendido edificio degli anni Trenta chiamato Daku Balay (“Grande Casa”), costruito da suo nonno. Con le sue eleganti curve Art Déco e i pavimenti in terrazzo alla veneziana, la casa non sfigurerebbe a Miami Beach. Ma i dettagli sono caratteristici della zona: pavimenti e porte in legni duri autoctoni; rilievi murali che raffigurano scene campestri con canna da zucchero, bufali d’acqua e animali del folklore locale. «All’interno il nonno aveva fatto in modo che non ci si dimenticasse di essere nelle Filippine», ha detto Villanueva. La guerra ha avuto un ruolo anche nella storia di Daku Balay: un tempo era l’edificio più alto della città, quindi l’esercito giapponese vi installò dei cannoni sul tetto. Villanueva ha vissuto negli Stati Uniti per decenni prima di tornare nel 2012 per restaurare la casa fatiscente. A New York vendeva antichità asiatiche; a Bacolod si dedica a una di esse. A diversi chilometri da Bacolod abbiamo visitato una hacienda dal curriculum militare ancora più interessante. Apparteneva al magnate dello zucchero Aniceto Lacson che, insieme a suo cugino, nel 1898 guidò centinaia di persone in una marcia contro i colonizzatori spagnoli. Da lontano le truppe sembravano pesantemente armate, quindi gli spagnoli si arresero. In realtà i fucili erano foglie di palma modellate in modo da sembrare armi da fuoco, e i cannoni stuoie di bambù arrotolate e dipinte di nero. Lo stratagemma aiutò Lacson a diventare presidente della breve Repubblica di Negros; durante quei quattro mesi, la sua casa fu scelta come palazzo presidenziale

Con la sua facciata in mattoni e corallo e la veranda che corre intorno al perimetro, la hacienda Lacson è un esempio di bahay na bato, uno stile architettonico che fonde motivi filippini con influenze spagnole e cinesi. La casa è disabitata e quando siamo arrivati non c’era nessuno, così ho aperto l’enorme porta e ho fatto un giro. Ho sbirciato nella cappella, che aveva file ordinate di inginocchiatoi e un altare creato da artigiani spagnoli. Ho salito la grande scalinata, ammirando le balaustre a motivi floreali e i sontuosi intagli. «Fai attenzione, Jeff!», ha gridato Totengco dal piano di sotto, mentre le assi danneggiate dalle termiti scricchiolavano sotto i miei piedi. Ho immaginato tutte le storie a cui avevano assistito queste pareti rivestite di pannelli di legno: riunioni di strategia politica, pranzi in famiglia, balli eleganti. Le Filippine sono una nazione di viaggiatori. Su ogni isola vivono persone che hanno radici altrove.
Quando sono uscito, era arrivata Anna Balcells, pronipote di Lacson. «Sono nata in questa casa», ha detto con nostalgia. L’anno scorso la sua famiglia ha donato l’abitazione alla nazione, che ha promesso di restaurarla. Non sono solo le dimore ancestrali a essere restaurate e reinventate, ma anche i terreni agricoli. Un giorno, nel primo pomeriggio, siamo andati a incontrare Kiko Torno, un ex dirigente marketing che gestisce 7 Hectares, un allevamento ittico nella città di Saravia che utilizza l’acquacoltura rigenerativa, un sistema che oltre a produrre pesce migliora l’ecosistema. Nell’azienda si coltivano alghe di cui si nutrono le tilapie, che a lora volta vengono mangiate dai barramundi, dai lutiani e dalle spigole. In questi allevamenti vivono anche le lumache, e le ostriche aiutano a filtrare l’acqua. «La cosa più importante è mantenere una salutare scorta di alghe», ha detto. Tra due vasche, all’ombra degli alberi di gmelina, Torno aveva preparato un tavolo per il pranzo. Da una cucina all’aperto è uscito un banchetto sontuoso: bruschetta con vongole di mangrovia; zuppa di zucca con lumache; frittelle di pesce; kinilaw (cugino filippino del ceviche) di spigola marinata con lime e aceto di cocco giovane. Tomo ci osservava con aria orgogliosa mentre mangiavamo.

«Dall’acqua alla tavola», ha detto. Ho sentito una filosofia simile il giorno dopo, quando siamo andati nell’entroterra per incontrare Teddy Canete, un coltivatore di caffè di terza generazione. Non ero sicuro che ce l’avremmo fatta. L’azienda di Canete si trova all’ombra del Monte Kanlaon, un vulcano attivo, e quella mattina il mio telefono aveva ricevuto una notifica di allerta: «Attenzione alla possibile caduta di cenere». Il vulcano era in eruzione. A 400 metri dalla tenuta di Canete il nostro van si è fermato sulla strada ripida e parzialmente asfaltata, quindi abbiamo proseguito a piedi. Canete e sua moglie Joy ci hanno accolto con grandi sorrisi e hanno minimizzato le preoccupazioni riguardo al Kanlaon. Accompagnati dai loro nove cani da salvataggio, abbiamo camminato attraverso i campi e siamo scesi lungo un burrone su un sentiero fangoso per la pioggia – sì, sono scivolato. I campi di canna da zucchero esistono ancora, ma c’erano anche boschetti di piante di caffè, tra cui varietà come l’Arabica, la Robusta e la meno comune Liberica. Alcune avevano 80 anni, altre erano state piantate di recente. Canete, membro della tribù indigena panay–bukidnon, fa parte di una cooperativa agricola che coltiva oltre duemila ettari di terreno. Ha viaggiato in tutto il mondo per apprendere pratiche agricole sostenibili, tra cui quella di alternare le piante di caffè con altri alberi (banani, rambutan) per prevenire l’erosione del suolo, ridurre le malattie e garantire un reddito supplementare. Ha condiviso queste conoscenze con la sua comunità. «È il mio modo di aiutare la mia gente», sostiene.
«Come si dice “avventura” in tagalog?», ho chiesto un giorno a Totengco. La domanda l’ha lasciata senza parole. Non riusciva a trovare una risposta nemmeno in hiligaynon, la lingua locale di Negros Occidental. Ha mandato vari sms agli amici, e un po’ alla volta arrivavano dei suggerimenti. Forse iskursiyon? Ma quella parola tagalog di origine spagnola sembrava un po’ riduttiva. Lágaw? In hiligaynon significa “vagare”. Reena Gamboa ha proposto pag pasimpalad, che può significare “cogliere un’occasione” o “tentare la fortuna”, e implica un’azione intrapresa con speranza ma senza certezze. Ho portato la mia domanda a Siargao, la nostra ultima tappa. Questa isola a forma di goccia si trova all’estremità orientale del Paese, e la sua vicinanza alla Fossa delle Filippine, un profondo canyon sottomarino, crea onde sensazionali. Surfisti di tutto il mondo hanno iniziato ad arrivare qui negli anni Ottanta, attratti in particolare da Cloud 9, un break vicino a General Luna. Ma l’isola, che ha una superficie di 440 chilometri quadrati, rimane relativamente sconosciuta: ogni anno accoglie 50mila visitatori stranieri, più o meno lo stesso numero di persone che arrivano a Disneyland in un giorno. Abbiamo soggiornato al Nay Palad Hideaway, un resort composto da 10 sontuose ville distribuite su una proprietà di quattro ettari fronte oceano. La nostra prima sera il co–proprietario Herve Lampert, di origini francesi, si è unito a noi per cena. Ci ha raccontato del tifone Odette, che nel dicembre 2021 devastò questa zona, causando 405 vittime in tutto l’arcipelago e lasciando il Nay Palad in rovina.

Si sono salvati solo alcuni mobili da esterno, che il personale aveva astutamente spinto nelle piscine, impedendo così che fossero spazzati via. «Tutto il resto è andato perduto», ha detto Lampert. Ci sono voluti 18 mesi per ricostruire il Nay Palad. Mentre oziavo sulla terrazza ombreggiata della mia villa, guardando oltre un prato impeccabile verso la spiaggia di sabbia bianca, era difficile credere che, non molto tempo fa, tutto ciò che avevo davanti fosse stato un terreno incolto e pieno di rottami. Lampert ha sottolineato che gran parte della proprietà era stata costruita a mano nelle Filippine, inclusi i tetti di paglia e i pannelli intrecciati delle pareti. «L’artigianato qui è eccezionale», ha detto. «Quando abbiamo costruito questo posto, abbiamo pensato di dover raccontare la storia di quel patrimonio». Due giorni dopo, sulla Tourism Road, ero infastidito dal contrasto tra la celebrazione del patrimonio culturale filippino al Nay Palad e ciò che vedevo intorno a me. Perché i murales e i poster di Bob Marley? La gente veniva davvero fin qui solo per i Margarita a buon prezzo? Sono entrata da Rad, uno studio di tatuaggi, perché avevo bisogno di usare il bagno. Dopo aver ringraziato la titolare, le ho detto che ero curioso di sapere quali tatuaggi chiedevano più spesso i viaggiatori. Lei ha alzato le spalle. «Le onde», ha risposto. «O una palma». Abbiamo fatto una breve visita alla spiaggia Cloud 9, affollata di turisti. Cabigon, l’autista, ci ha detto che lui e gli altri surfisti locali di solito la evitano. «Andiamo nei nostri posti segreti», ci ha confidato.
Abbiamo proseguito verso nord, fermandoci di tanto in tanto per esplorare spiagge deserte e villaggi tranquilli. Verso mezzogiorno abbiamo fatto uno spuntino al Women’s Kitchen nella città di Burgos, vicino alla punta settentrionale di Siargao. Gestito da un collettivo femminile, serve piatti caserecci come il tortang talong, melanzane impanate e fritte. Dopo aver dato un solo morso mi sentivo già meglio. Quello spuntino mi ha sostenuto finché siamo arrivati al Kitchenette Food Houz7, un ristorante a conduzione familiare non molto lontano. Dopo aver ordinato curry di verdure e pollo adobo, abbiamo osservato uno dei camerieri prendere un machete e iniziare a tagliare delle noci di cocco, che ci ha dato perché ne bevessimo l’acqua. Perché quel tortang talong, quel curry, quell’acqua di cocco mi riempivano di gioia, mentre Tourism Road mi irritava? Perché giudicavo uno autentico e l’altro no? In entrambi i posti, anzi, in tutti i posti dove siamo stati, la gente faceva semplicemente quello che ha sempre fatto: pag pasimpalad.
Forse era tutto autentico, nel senso che rispecchiava fedelmente la storia delle Filippine. Il suo popolo è sempre stato aperto al mondo e ne è stato costantemente plasmato, invariabilmente ospitale e pronto ad adattarsi. Le Filippine sono una nazione di viaggiatori. Ogni famiglia che ho incontrato aveva una storia da raccontare fatta di ascese spettacolari, cadute rovinose e ambizioni travolgenti. Circa un decimo della popolazione del Paese lavora all’estero e invia ogni anno oltre 30 miliardi di dollari in rimesse. Anche all’interno dell’arcipelago, la storia dei filippini è una storia di migrazioni. Su ogni isola vivono persone che hanno radici altrove – attraverso il tempo, lo spazio e qualche braccio di mare. Forse l’impulso di partire, correre dei rischi e tentare la fortuna è così radicato nella cultura filippina che non vedono la necessità di una parola come “avventura”. Non è quello che fanno, è semplicemente ciò che sono.
DOVE DORMIRE

Citadines Bacolod City
L’hotel più recente e più moderno nel capoluogo di Negros Occidental. Quasi tutte le camere sono dotate di angolo cottura.
Nay Palad Hideaway
Nascosto in un angolo tranquillo dell’isola di Siargao, questo resort offre ville lussuose e un servizio eccezionale. Rende omaggio in vari modi all’artigianato e alle tradizioni delle Filippine, tra cui un tipo di massaggio chiamato hilot.
The Peninsula Manila
Situato nel centro finanziario della capitale, questo hotel rimane il posto ideale per un soggiorno a Manila, con camere eleganti, personale cordiale e attento. Ma anche se non pernottate qui, visitate la grandiosa lobby per un tè pomeridiano o un halo–halo, il famoso dessert filippino a base di ghiaccio tritato.
DOVE MANGIARE
Automat
In questo moderno ristorante di Manila gli chef Stephan Duhesme e Arlo Gregorio reinterpretano con creatività la cucina filippina. Propongono una varietà di riso tradizionale, il sinapon, raro e dal profumo sublime.
Excelente Chinese Cooked Ham
Da oltre mezzo secolo questo popolarissimo locale serve prosciutti affumicati dolci, una delle specialità preferite durante le feste a Manila.
Helm
Una rivisitazione avventurosa degli ingredienti e dei classici filippini creata dallo chef anglo–filippino Josh Boutwood a Manila.
Kitchenette Food Houz7
Questo caffè a Burgos, sull’isola di Siargao, serve piatti casalinghi come pollo adobo e curry di verdure sotto una rustica tettoia di paglia.
Women’s Kitchen
Gestito da un collettivo femminile a Burgos, qui si possono provare piatti della cucina casalinga filippina, tra cui l’eccellente tortang talong (melanzane fritte).
COSA FARE

Case d’epoca
Molte case d’epoca sull’isola di Negros non sono aperte al pubblico, ma Balay Negrense (Gaston House) e la Casa ancestrale Hofileña, in Cinco de Noviembre a Silay, accolgono i visitatori.
Peninsula Academy
Questo programma offre agli ospiti del Peninsula la possibilità di incontrare personalità influenti in campo culturale e di vivere esperienze istruttive, tra cui una visita allo studio della stilista Lenora Cabili.
Siargao
Esplorate il vivace mercato e le strade di Dapa; noleggiare un motorino costa circa 10 dollari al giorno. Raggiungete le isole più tranquille di Corregidor o Mamon; numerosi operatori organizzano tour in barca.
COME PRENOTARE
Tesa Totengco, che fa parte del T+L Travel Advisory Board, può creare un itinerario personalizzato nel suo Paese di origine, incluso il pranzo al 7 Hectares.