Lo scorso autunno ho fatto un viaggio esaltante a Barcellona. Se lo racconto a miei amici, quasi sempre citano le pistole ad acqua. Nel luglio 2024 alcuni residenti di Barcellona hanno spruzzato acqua sui turisti che mangiavano sulle Ramblas nell’ambito di una protesta più ampia contro l’incremento del turismo, che nel 2023 ha portato circa 16 milioni di visitatori in una città con 1,7 milioni di abitanti. Prima di partire, avevo letto di strade affollate piene di negozi che vendono gingilli da quattro soldi e di gruppi di gente riunita per feste di addio al celibato o al nubilato.
Non dava l’idea di un posto che potesse invogliare i visitatori, e non assomigliava molto alla Barcellona che ricordavo. Ho visitato la città per la prima volta quando studiavo all’università, durante un lavoro estivo a Madrid, e me ne sono innamorata a tal punto che, per un po’ di tempo, ho approfittato di ogni occasione per visitarla di nuovo. Sono andata a Barcellona per la luna di miele e quando mio marito ci si è recato per lavoro, l’ho seguito. Affascinata dall’architettura, dalla cucina, dall’arte e dalla vita notturna della città, ci sono tornata cinque–sei volte, ma poi non l’ho più visitata per un decennio. Quanto poteva essere cambiata in questi anni? Avevo anche sentito che il governo stava adottando notevoli misure per rendere Barcellona più vivibile per i residenti, tra cui la creazione delle cosiddette superillas (superisolati): strade aperte principalmente a pedoni e ciclisti, con piccoli parchi agli incroci (la mia amica Erin Nixon, che fino a poco tempo fa gestiva un’enoteca nel quartiere del Born, le ha definite “una svolta epocale”). Per contrastare i costi proibitivi degli alloggi, il sindaco si è anche impegnato a eliminare completamente – entro il 2029 – gli affitti a breve termine come quelli su Airbnb.

Il turismo contribuisce per il 14% al prodotto interno lordo della città. Esistono ancora modi per visitarla in maniera responsabile che siano graditi tanto alla popolazione quanto ai visitatori? E se esistono, come sarebbe un viaggio di questo tipo? Quando sono atterrata a Barcellona in una frizzante mattina di ottobre, ho iniziato a sentire storie un po’ più complesse di ciò che avevo letto sul turismo. Red Savannah, un tour operator con sede nel Regno Unito, mi aveva messo in contatto con un’agenzia catalana che organizza tour culinari co–fondata dal barcellonese Àlex Cardona. Quella mattina una delle sue guide, che ha chiesto di essere chiamata Alex P., mi ha portato a fare una breve passeggiata lungo le Ramblas. Nel giro di pochi minuti ho notato che il viale era diventato affollato e kitsch, gremito di venditori di souvenir. Il mercato più antico e famoso della strada, La Boqueria, sembrava più una rappresentazione da luna park dell’idea che i turisti hanno di Barcellona che un elemento vivo e integrante della città. Alex P. mi indicava bicchieri di plastica pieni di frutta tagliata, coni di carta con jamón e patatine e bancarelle di succhi freschi – gran parte del cibo e delle bevande venduti a La Boqueria sono pensati per essere consumati dai turisti mentre camminano.
Ovunque c’era gente che si faceva selfie. Il posto aveva poco a che vedere con il leggendario passato come mercato per la spesa quotidiana dei residenti. Anche se possiede ancora alcune perle – El Quim, per esempio, è molto apprezzato per le tapas – è un mercato, mi ha detto poi Cardona, dove lui e suo padre non si sentono più a loro agio. Ma poi abbiamo fatto una breve passeggiata nel quartiere di Sant Antoni, e ho avuto la sensazione di varcare un portale magico verso una città diversa. Ci siamo fermati al mercato che ospita i banchi in un edificio elegante riccamente decorato con piastrelle. All’interno ho ritrovato la Barcellona dei miei ricordi, come se mi fossi spostata non solo nello spazio ma anche nel tempo. Era un ambiente luminoso, tranquillo e ampio con lucernari alti, dove il rumore più forte era quello dei calamari freschi sbattuti sul bancone. Quasi tutti i clienti sembravano gente del posto impegnata nelle attività quotidiane e parlavano spagnolo e catalano. Siamo passati davanti a salumerie, pescherie, negozi specializzati in conservas (pregiati cibi in scatola) e abbiamo visto una bancarella che offriva solo una magnifica varietà di uova. Inebriata dai colori e dai profumi del mercato, sono stata felice di fermarmi al Bar Pinotxo, un famoso locale di tapas che si era trasferito lì dalla Boqueria pochi mesi prima.

Abbiamo ordinato una bottiglia di Cava e alcuni piatti consigliati dal cameriere: ceci con sanguinaccio e funghi trifolati. Erano deliziosi, ricchi di sapori tipici locali che non riesco a trovare al di fuori della Catalogna. Appena usciti dal mercato, abbiamo attraversato la mia prima superilla. La gente era seduta su panchine gialle e mangiava ai tavoli all’ombra degli alberi. C’era una grande pace, sembrava di essere in un piccolo parco tranquillo. Alex P. ha detto che all’inizio i superisolati avevano suscitato la forte opposizione dei pendolari, dei taxisti e degli addetti alle consegne. Ma alla fine si sono rivelati estremamente popolari, tanto che Barcellona ha in programma di crearne più di 500 entro il 2030 e di rendere le principali arterie stradali in gran parte pedonali. Dalla superilla ci siamo diretti da Latorre Punset, un piccolo negozio specializzato in cibi adatti alla hora del vermut, la tradizione catalana dell’aperitivo prima di pranzo a base di vino liquoroso con qualche stuzzichino. Il vermut catalano, tornato in auge negli ultimi dieci anni, è un vino rosso o bianco fortificato sapientemente aromatizzato con erbe e spezie.
Vivace e complesso, il vermut della casa da Latorre Punset era quello che mi è piaciuto di più durante il viaggio. Si abbinava bene con i berberechos del negozio, squisiti molluschi che abbiamo condito con una salsa rossa piccante del marchio locale Salsa Espinaler e accompagnato con patatine fritte. Ne avrei ordinati ancora, ma ci aspettava un’altra tappa: Va de Cuina, il negozio di specialità gastronomiche e take–away del famoso chef Jordi Vilà, a un isolato dal mercato di Sant Antoni. Camminando ho alzato lo sguardo per ammirare i dettagli architettonici: una collezione eterogenea di puntali, volute, torrette, guglie e balconi. E quando ho guardato in basso, ho visto i panots, le piastrelle decorative progettate da Gaudí e altri architetti con cui sono lastricati molti marciapiedi della città. Mentre percorrevo il lungo ed elegante Passeig de Gràcia sono riuscita identificare quelli di Gaudí grazie alle loro curve sinuose, alle spirali e ai motivi a conchiglia, che creano un effetto fantasioso come quello del Parc Güell. A ogni passo mi pareva di percepire sempre più la singolare grazia della città.

Più tardi ho chiesto ad Àlex Cardona come dovrebbe essere secondo lui il turismo sostenibile a Barcellona. Mi ha risposto che la maggior parte dei visitatori trascorre il proprio tempo nelle attrazioni più famose: Las Ramblas, il Barri Gòtic, fulcro della città vecchia, il Parc Güell di Gaudí e la Sagrada Família. Le estrose creazioni di Gaudí sono forse troppo spettacolari per essere ignorate, ma questa città millenaria possiede molte altre meraviglie e luoghi ricchi di storia. Cardona consiglia ai viaggiatori di sostenere le attività commerciali locali – non le catene, ma gli esercizi dove lavorano i proprietari. È importante anche cercare di scoprire la varietà culturale. Un sondaggio condotto la scorsa primavera ha rivelato che quasi la metà della popolazione della Catalogna vorrebbe l’indipendenza dal resto della Spagna.
D’altronde sono due le lingue ufficiali: il catalano e lo spagnolo. Soprattutto fuori Barcellona, la gente del posto tende a parlare più spesso in catalano. «Non esiste una cucina “spagnola”», mi ha spiegato Cardona: regioni come la Catalogna, l’Andalusia e i Paesi Baschi hanno ciascuna una propria tradizione gastronomica. Lo chef Vilà è cresciuto fuori Barcellona, a El Papiol, una cittadina catalana circondata da orti, e ha concepito il Va de Cuina come un posto in cui vendere le sue versioni delle zuppe, terrine, conservas e dolci tradizionali della sua infanzia. Abbiamo assaggiato la ricetta di sua nonna del paté di pollo, e io ho subito deciso di fare un pasto completo con le sue specialità. Al Kostat, il ristorante informale dello chef Vilà a Sant Antoni, condivide lo spazio con l’Alkimia, stellato Michelin e più compassato. Cardona mi ha confidato che Al Kostat è il ristorante dove va a festeggiare il compleanno insieme ai suoi genitori. L’interno è di grande impatto, con decorazioni uminose a forma di medusa e un corridoio adornato da quello che sembra un grande scheletro di pesce stilizzato.
Ma non appena ho iniziato a mangiare, ho subito dimenticato l’arredamento e sono rimasta affascinata dalle ispirate versioni dello chef di piatti tradizionali catalani e dalle sue creazioni originali. Ancora oggi ho nostalgia delle sue delicate ostriche guarnite con uova strapazzate, dei cannelloni di pollo e del burroso cappuccino di zucca. Durante il mio viaggio sono tornata più volte a Sant Antoni, ma ciò che ho apprezzato di più di questo quartiere – la sua relativa tranquillità, la bellezza che si coglie quasi ovunque e gli eccellenti negozi e ristoranti – non è una caratteristica esclusiva di questa zona. Mi è piaciuto anche solo passeggiare per Barcellona. Di giorno ammiravo lo splendore visivo della città; la sera mi lasciavo coinvolgere dall’atmosfera effervescente, dalle piazze piene di vita, dal fatto di poter camminare per strada dopo mezzanotte e non sentirmi affatto sola. E molto spesso, per evitare le orde di turisti mi bastava allontanarmi di poco dai percorsi più conosciuti.

Ho trascorso parte di un pomeriggio visitando le gallerie d’arte lungo Carrer del Consell de Cent, una tranquilla superilla adiacente a Passeig de Grácia. Le gallerie erano deserte, tranne che per le persone che ci lavoravano. Quando ho voluto fare una pausa, non ho avuto difficoltà a trovare un posto da Al Kostat. Può essere più complicato riuscire a prenotare al Bar Cañete, un locale molto gettonato a un isolato dalle Ramblas dove sono andata a cena un’altra sera. Ma se siete disposti a cenare tardi come i catalani, alle 22 o anche dopo, dovreste riuscire a trovare posto.
Il Bar Cañete acquista il pesce e i frutti di mare dai mercati ittici catalani, mentre i prodotti ortofrutticoli provengono da coltivazioni locali. Non dimenticherò facilmente la sua frittata aperta o il gazpacho, uno dei più cremosi che abbia mai avuto il piacere di gustare. Una band suonava all’esterno. Quando intonava una canzone famosa anche i clienti, un vivace mix di gente del posto e turisti stranieri, si mettevano a cantare. Sono appassionata di karaoke e cerco sempre una scusa per esibirmi con gli altri; immagino che, se vivessi a Barcellona, diventerei un’habitué del Bar Cañete. Situata su una collina con vista mozzafiato sulla città, la Fundació Joan Miró gode meritatamente di grande popolarità.
L’arte giocosa del maestro del Surrealismo sa conquistare ed entusiasmare il pubblico. Pochi sanno però che è possibile visitare l’Espai 13, lo spazio dedicato all’arte contemporanea situato al piano interrato del museo, che Miró concepì come un luogo in cui le nuove generazioni di artisti potessero esporre le loro opere. Secondo me non si può visitare la fondazione senza scendere nell’Espai 13. Anche a Casa Batlló, una dimora progettata da Gaudí dove è praticamente impossibile evitare la folla, l’attesa è breve se si acquistano i biglietti per la fascia oraria delle 21, poco prima della chiusura. Casa Batlló è forse la creazione di Gaudí che amo di più. Quando l’ho visitata la prima volta, avevo appena pubblicato il mio secondo libro, Exhibit, a cui avevo dedicato anni di lavoro, a volte estenuante. Dormivo tre o quattro ore per notte, e spesso lasciavo che le esigenze del romanzo avessero la precedenza rispetto a quelle del mio fisico. Nei giorni migliori, sapevo che era un privilegio essere così assorbita da un progetto; in altri, facevo fatica a ricordare perché avessi consentito alla ricerca dell’arte di definire la mia esistenza.

Ma mentre vedevo i visitatori ridere di gioia nelle stanze esuberanti e fantastiche di Casa Batlló e richiamare con entusiasmo l’attenzione dei loro amici su un altro dettaglio magnifico e ammiravo quello che poteva sembrare un drago sdraiato sul tetto ondulato, mi sono venute le lacrime agli occhi e ho ritrovato quella capacità di provare gioia che credevo ormai esaurita. Quello era il risultato di altre ossessioni, e ho capito che la ricerca dell’arte è importante per la grande gioia che può suscitare. Per un po’ avevo quasi permesso a me stessa di dimenticarlo. Un’altra esperienza incantevole è stata la cena all’Aürt, che nel maggio 2025 ha chiuso la sede presso l’Hilton Diagonal Mar, come annunciato su Instagram dallo chef Artur Martínez, in vista del trasferimento nel centro di Barcellona previsto per il 2026. Un piatto particolarmente creativo era a base di pomodori disidratati e poi reidratati in acqua di pomodoro concentrata, che ne esaltava il sapore. Martínez adatta il menu al calendario delle verdure locali e a quanto offrono i fornitori.
Ho parlato con uno di loro, la pescatrice Cristina Caparrós, su un molo alla Barceloneta, che negli anni Settanta – ha raccontato a Cardona e a me – contava 109 barche; 15 anni fa ne aveva 23; ora sono scese a 15. Caparrós ha paura di perdere tutto nel giro di cinque anni. Ho chiesto cosa possono are i viaggiatori per rendersi utili. Prima di tutto, visitare la città, ha detto lei. Nonostante si parli tanto di overtourism, Barcellona ha ancora bisogno dei turisti. Cardona poi ha aggiunto: «Non mangiate salmone». Sarebbe utile, ha spiegato, se la gente prestasse maggiore attenzione all’origine dei prodotti. Il salmone selvatico viene dalla Norvegia. Perché non mangiare cibo di provenienza catalana quando si è in Catalogna? Inoltre, a Barcellona c’è una domanda eccessiva di polpo, ha aggiunto Caparrós; per soddisfarla, viene importato dal Marocco. Anche Gergő Borbély, subacqueo ed enologo, sottolinea l’importanza di frequentare ristoranti, bar e fornitori di proprietà locale. «Qualcuno pensa che Barcellona non abbia bisogno dei turisti», ha detto. «Ma c’è anche chi crede che la terra sia piatta».
Eravamo su una barca a vela e degustavamo vino da una bottiglia ricoperta da linee beige arricciate: alghe che conferivano alla bottiglia l’aspetto di un tesoro recuperato da un relitto. Borbély e sua moglie, la biologa marina Mariona Alabau, sono i cofondatori di ElixSea, che collabora con i viticoltori catalani per invecchiare il vino sul fondale marino. Con l’aumento della pressione, le temperature costanti e le microvibrazioni del fondale, ci ha spiegato l’esperto, il vino può maturare da quattro a cinque volte più velocemente rispetto alla terraferma. Le cantine sommerse creano inoltre delle barriere coralline artificiali temporanee che attraggono la fauna marina. Qui i cefalopodi, tra cui i polpi, depongono le uova, ed ElixSea ha collaborato con un’organizzazione ambientalista che aiuta a incubare quelle che non si schiudono. Borbély ci versava generosamente i vini invecchiati di ElixSea: prima un cava, poi un bianco della regione dell’Empordà e infine un rosso Priorat della Catalogna. La vela sbatteva. Ci eravamo allontanatiabbastanza dalla riva da poter vedere le guglie della Sagrada Família, la collina su cui sorge la Fundació Joan Miró e le palme che costeggiano la spiaggia – la città che amo, splendente negli ultimi raggi del sole al tramonto.
DOVE DORMIRE

Un hotel dall’eleganza sobria nel quartiere dell’Eixample, con 91 camere e suite che richiamano diversi stili di design, dall’Art Déco ai giorni nostri. La prima colazione è superlativa.
COTTON HOUSE HOTEL, AUTOGRAPH COLLECTION
La produzione del cotone è stata un capitolo importante (e complesso) della storia della Catalogna. Nel 2015 la vecchia sede della Fondazione Tessile del Cotone, nell’Eixample è stata convertita in hotel di lusso.
Alcune suite di questo storico hotel su Passeig de Gràcia hanno balconi con pareti in vetro. Dalla piscina sul tetto si può ammirare quasi tutta Barcellona.
DOVE MANGIARE E BERE

Questo bel ristorante nell’Eixample serve un’ottima cucina libanese.
Il menu dell’eccezionale ristorante à la carte dello chef Jordi Vilà alterna piatti tradizionali catalani a creazioni originali.
Rinomato locale di tapas nel Raval. Si anima intorno alle 22.
Classico banco di tapas in attività dal 1940, si è trasferito di recente nel mercato di Sant Antoni.
Inaugurato nel 1989, questo ristorante prepara una deliziosa tortilla con un cuore di uovo quasi liquido e condita con aioli.
Insignito di tre stelle Michelin, continua la tradizione della cucina modernista di El Bulli. Preparatevi a un menu di 28 portate servite nell’arco di quattro ore.
Piatti straordinari a due passi dal mercato di Sant Antoni. Provate la specialità della casa, arroz quatretondeta al forno con chorizo, costolette, ceci e salsiccia
Il bar di tapas a conduzione familiare che ha inventato la bomba, ormai un classico catalano: una crocchetta di patate ripiena di carne di maiale o manzo piccante condita con aioli.
Un ristorante con stella Michelin innovativo e piacevolmente informale.
Un ristorante catalano – giapponese che acquista gli ingredienti freschi nel magnifico Mercat del Ninot, situato proprio di fronte.
Pesce e carne freschi locali, appena grigliati o cotti nel forno a legna. Lo chef Borja García si è formato al Noma e al ristorante basco Asador Etxebarri.
DOVE FARE SHOPPING
Un negozio con un piccolo bancone che serve fantastici berberechos (cuori di mare) in scatola, ottimi per accompagnare un bicchiere di vermut della casa. Date un’occhiata al suo negozio gemello, Conservas Latorre.
Un mercato nell’Eixample che gode di grande popolarità, con negozi di alimentari e bancarelle che vendono abbigliamento, gioielli e libri.
Un mercato alimentare in attività da 143 anni, dove la gente del posto va a fare la spesa.
Fantastici piatti da asporto dello chef Jordi Vilà, tra cui zuppe, terrine, conservas e dessert.