Ci sono luoghi che non si trovano nelle guide, piccoli scrigni nascosti dove ogni oggetto racconta una storia e ogni sala custodisce un pezzo di memoria. Basta allontanarsi dai percorsi più battuti per scoprire musei insoliti e sorprendenti, dove il tempo sembra sospeso e la curiosità si trasforma in meraviglia. Da nord a sud, l’Italia è costellata di collezioni affascinanti, alcune visibili gratuitamente e ospitate in palazzi storici, custodi di narrazioni inaspettate: oggetti di culto, tradizioni dimenticate, invenzioni geniali e perfino stranezze che sembrano uscite da un libro di avventure. Quale occasione migliore dei prossimi ponti primaverili per regalarsi un viaggio fuori dall’ordinario? Ecco dieci tappe curiose, perfette per chi ama lasciarsi sorprendere.
Museo dei Quaderni di Scuola – Milano
Quaderni di scuola, lettere e diari scritti da bambini e ragazzi di ogni epoca e origine sono conservati al Museo dei Quaderni di Scuola, in via Broletto, nel cuore di Milano (visitabile su prenotazione nei weekend). La collezione conta oltre 2.500 quaderni, provenienti da 35 Paesi e scritti in 18 lingue, per un totale di più di 40mila pagine. Il più antico è inglese e risale al 1773, mentre i più recenti sono dei primi anni Duemila. Un lavoro di ricerca e archiviazione durato vent’anni, iniziato da Thomas Pololi e proseguito con l’associazione Quaderni Aperti, che dal 2014 tutela e promuove questo straordinario patrimonio di memorie.
Si scoprono così le gioie semplici, le speranze per il futuro, i racconti delle prime esperienze. Ci sono le lettere commoventi ai padri in guerra, le descrizioni entusiaste di una visita alla Scala. E poi i quaderni che raccontano storie, come quello di un bambino che nel 1992 scriveva che Milano offriva “pochissime possibilità di gioco all’aperto” o quello di un giovane genovese del 1970 che sperava nella vittoria dell’Italia ai Mondiali e nella pace nel mondo.
Museo della Bambola e del Giocattolo – Santa Giuletta
Pochi abitanti ma tanti sogni. A Santa Giuletta, piccolo paese situato in collina dell’Oltrepò Pavese, hanno preso forma le bambole che hanno fatto giocare intere generazioni. Qui sono nate le aziende che producevano pupattole dai grandi occhi azzurri e lunghe trecce bionde, vestite con abiti di tulle, che ancora oggi fanno capolino nelle case delle nonne (furono i cugini Teresio Garbagna e Luigi Porcellana a dare il via a tutto, rilevando la ditta Fata di Milano e trasferendo, nel 1933, la produzione nel loro paese natale).

Oggi questa memoria è custodita nel Museo della Bambola e del Giocattolo Quirino Cristiani, situato al piano terra del palazzo comunale, intitolato all’illustratore e animatore originario di Santa Giuletta, considerato il precursore di Walt Disney per aver realizzato nel 1917 il primo lungometraggio animato della storia del cinema. Il museo, diretto da Loretta Ravazzoli, custodisce oltre 150 bambole, insieme a giocattoli d’epoca, calchi in gesso, fotografie e documenti legati alla storica produzione locale. Tra i pezzi più significativi, Topo Gigio del 1958, realizzato su licenza di Maria Perego e Misha, la mascotte ufficiale delle Olimpiadi di Mosca 1980.
Museo della Radio e della Televisione Rai – Torino
Le voci, le immagini, le emozioni di un Paese intero. Il Museo della Radio e della Televisione Rai, situato nel Centro di Produzione Rai, a pochi passi dalla Mole Antonelliana, è molto più di un’esposizione: è un viaggio nell’anima della radio e della TV italiana, un’esperienza immersiva e gratuita che attraversa due secoli di invenzioni, sogni e rivoluzioni tecnologiche. Dai telegrammi e telefoni d’epoca ai microfoni che hanno dato voce a generazioni di giornalisti e artisti, fino agli apparati radiofonici degli anni Trenta, veri gioielli di design.
E poi la televisione: dalla meccanica di Baird del 1928 all’elettronica, passando per gli arredi di programmi entrati nella storia, come il trespolo di Portobello con Enzo Tortora. Tutto con un affascinante allestimento scenografico e di luci. Ma la vera magia sta nei dettagli: gli abiti di Raffaella Carrà che brillavano a ogni passo in “Canzonissima” 1971 e 1974, i costumi originali di Mina in “Alla Ribalta” del 1964. Nell’area “La storia della televisione” è possibile riascoltare le canzoni di alcune edizioni del Festival di Sanremo dal 1958 all’ultimo, immergendosi nelle melodie che hanno segnato intere generazioni.
Museo delle Curiosità – San Marino
Un luogo dove il bizzarro incontra la storia. Il Museo delle Curiosità di San Marino è una raccolta di oltre 100 oggetti stravaganti e insoliti che testimoniano l’ingegno e la fantasia umana nel corso dei secoli. Qui si scopre che nel Settecento i nobili erano disposti a tutto pur di non avere pulci addosso, al punto da portare al collo un pendente con dentro un batuffolo imbevuto di sangue. Il trucco? Attirare i parassiti all’interno attraverso minuscoli fori e farli restare intrappolati.
Tra le altre stranezze ci sono le parrucche del regno di Luigi XVI, così imponenti da richiedere rinforzi al collo di chi le indossava. C’erano acconciature decorate con fiori, frutta, animali impagliati e persino modellini di velieri: una vera e propria sfida alla gravità e alla resistenza cervicale. Non mancano poi trovate che precorrevano la modernità, come la vasca a dondolo dell’Ottocento, una sorta di antenato dell’idromassaggio che muoveva l’acqua grazie a un dolce oscillare, regalando momenti di relax tonificante.
Tra gli antenati delle biciclette spunta un velocifero costruito alla fine del 700: un travetto di legno rosa, scolpito a forma di coccodrillo, con due ruote da carrozza cerchiate di ferro. E poi ci sono oggetti che sembrano usciti da un romanzo steampunk: la tazza per baffuti, ingegnosamente progettata per non inzuppare i baffi nella schiuma del caffè o della birra, gli occhiali in acetato e celluloide della fine del XIX correttivi per strabismo, dotati di un finto bulbo oculare con prismi rifrangenti. Il museo racconta anche le storie di personaggi straordinari, come l’uomo più pesante del mondo, che ha raggiunto i 639 kg, e la donna più bassa con i suoi 59 cm. Per completare l’esperienza con un tocco d’epoca, nei mesi estivi il museo mette a disposizione una corriera Ford del 1913 che collega il centro storico ai parcheggi più distanti.
Museo dell’Ocarina – Budrio
A guardarla, sembra una piccola oca senza testa. Ma basta soffiare dentro e il suo suono inconfondibile riempie l’aria, evocando melodie che spaziano da Giuseppe Verdi ai film di Sergio Leone. L’ocarina, questo strano e affascinante strumento in terracotta, nasce a Budrio, un piccolo paese in provincia di Bologna ed è diventato il cuore di una tradizione che ha conquistato il mondo. L’inventore fu Giuseppe Donati, un ragazzo di appena diciassette anni che, nel XIX secolo, plasmò la prima ocarina nel laboratorio di un fornaciaio. Da lì, il suono si diffuse ben oltre i confini emiliani, fino a toccare le mani di grandi musicisti e compositori.

Artisti come Ennio Morricone, Fabrizio De André e Simon Le Bon l’hanno utilizzata nelle loro opere. E se vi sembra di aver già sentito la melodia, forse è perché questo piccolo capolavoro della tradizione artigiana compare nel film Novecento di Bernardo Bertolucci, nella serie Capitan Harlock e persino nel videogioco The Legend of Zelda: Ocarina of Time. Per scoprire la sua storia e ammirare modelli storici, spartiti, fotografie e strumenti decorati con fregi liberty, si visita il Museo dell’Ocarina e degli Strumenti Musicali in Terracotta Franco Ferri, allestito negli spazi annessi all’Auditorium (aperto ogni terza domenica del mese a ingresso gratuito o su prenotazione). Ci sono modelli risalenti a metà Ottocento, realizzati manualmente e senza l’uso di stampi e ancora strumenti decorati con fregi liberty, provenienti da tutto il mondo.
Museo del disco d’epoca – Sogliano al Rubicone
Dai cilindri fonografici ai vinili, passando per il mitico juke-box: la storia della musica incisa vive nelle sale del Museo del disco d’epoca, ospitato nel palazzo Ripa-Marcosanti di Sogliano al Rubicone (FC). Un museo privato nato dalla passione di Roberto Parenti che ha messo insieme migliaia di pezzi: al momento se ne contano 65mila. Tra le sale si possono ripercorrere 130 anni di evoluzione sonora, osservando da vicino fonografi d’epoca, il celebre Edison del primo Novecento, i primi registratori magnetici e rarità come il cilindro Bellini del 1898.

Un viaggio nel tempo che passa anche attraverso la collezione di picture disc, vinili trasparenti impreziositi da immagini di artisti: persino Picasso vi ha lasciato una sua interpretazione. E se la musica è memoria, anche la parola incisa lo è: il museo conserva dichiarazioni storiche di politici del XX secolo, da Edoardo VII a Mussolini, che scelsero di immortalare la propria voce su disco o cilindro. Ci sono poi le cartoline che racchiudevano saluti musicali. Non mancano spartiti stampati tra metà ‘800 e metà ‘900 e libretti d’opera del periodo fine ‘600 e metà ‘900. Da non perdere la sezione delle statuette di terracotta raffiguranti icone musicali come Maria Callas, Pavarotti, i Beatles, i Rolling Stones, fino a Vasco Rossi.
Museo della Moda e del Costume – Firenze
Un viaggio tra lusso, eleganza e avanguardia, dove la moda non è solo tessuto, ma racconto, identità e rivoluzione. Il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti, a Firenze, offre un’esposizione che ripercorre oltre cinque secoli di stile. Camminando tra le sale, ci si trova davanti a pezzi che hanno segnato epoche: gli abiti da sera sgargianti di Elsa Schiaparelli, il teatrale mantello-kimono di Mariano Fortuny creato per Eleonora Duse, e la tunica flapper anni Venti di Coco Chanel. Poi si entra nella stagione del cinema e delle dive, con le creazioni di Emilio Schubert, il sarto delle star negli anni Cinquanta, le cui mani hanno vestito Gina Lollobrigida e Sophia Loren. E ancora, il lato più audace della moda: la guaina nera di Jean Paul Gaultier che Madonna ha reso leggendaria.

La collezione è immensa: oltre 15mila pezzi tra abiti, scarpe, gioielli, cappelli e biancheria, che vengono esposti a rotazione. Tra questi una pianella con punta montante in broccato di seta a disegni floreali sui toni del verde, del giallo e del rosa con ruche in gros rosa antico. Ancora l’abito charleston del 1925, interamente ricamato di perline, paillettes, cannucce di vetro e oro filato in tinta. Il capo è appartenuto alla principessa Emilia Altieri, una delle donne più eleganti del momento.
Tra i tesori più antichi, invece, gli abiti funebri cinquecenteschi di Cosimo I de’ Medici ed Eleonora di Toledo testimoni di un’epoca lontana. Già la Palazzina della Meridiana – prende il nome dallo strumento astronomico realizzato da Vincenzo Viviani nel 1699, situato nel vestibolo dell’allora appartamento del Gran Principe Ferdinando de’ Medici – vale il biglietto d’ingresso. Costruita tra il 1776 e il 1830, porta ancora i segni del passaggio delle grandi dinastie: dai Lorena ai Savoia.
Museo delle uova dipinte “Ovo Pinto” – Civitella del Lago
C’è persino un uovo d’oca trasformato in un carillon che suona Only You. Basta sbirciare nelle teche del Museo dell’Ovo Pinto di Civitella del Lago, in Umbria, per ritrovarsi in un mondo di meraviglia, dove ogni guscio diventa una piccola opera d’arte. La tradizione di decorare le uova è antichissima, radicata in molte culture. Secondo una leggenda, Maria Maddalena, dopo aver trovato il sepolcro di Gesù vuoto, corse dai discepoli per annunciare la resurrezione. Pietro, incredulo, le rispose: «Crederò solo se le uova in quel cestello diventeranno rosse». E, miracolosamente, le uova cambiarono tonalità. Fin dai tempi antichi, i contadini usavano tinture naturali — infusi di fiori, bucce di cipolla, erbe — per colorare le uova, dando il via a una tradizione che ancora oggi stupisce.
Il museo è nato grazie all’Associazione Culturale Ovo Pinto, che ogni anno organizza un concorso aperto ad artisti e dilettanti, per creare decorazioni sempre più originali. E così, si possono ammirare uova che celebrano Dante e Alberto Sordi, altre ispirate al futurismo, e persino un Ovo in carrozza, un guscio scolpito e trasformato in un cocchio da fiaba. Ma la collezione non si ferma qui: c’è l’uovo intitolato “Tutto è relativo”, dedicato ad Einstein e alla sua chioma ribelle, il ricordo di Madre Teresa di Calcutta, e persino capolavori in miniatura che richiamano Monet e Picasso. Per chi ama la mitologia, ci sono uova che raffigurano Pegaso e Mercurio. Presenti le uova di ogni specie — gallina, struzzo, cigno, quaglia — che si trasformano in vere e proprie tele e con l’avvicinarsi della Pasqua si apre il concorso per coloro che vogliono esprimere la propria creatività.
Casa delle Scatole di Latta – Gerano
Un vecchio negozio di inizio Novecento, scaffali pieni di lattoni decorati, biscotti, caramelle e cioccolato venduti sfusi in eleganti contenitori riutilizzabili. È questa l’atmosfera nella Casa delle Scatole di Latta di Gerano, località a circa 50 km da Roma, dedicata ai piccoli capolavori di design e memoria. Ospita oltre 1.500 scatole, prodotte tra la fine dell’800 e gli anni ’50 del Novecento, raccontando un’epoca in cui la pubblicità passava attraverso immagini artistiche, loghi raffinati e forme curiose. Tra i pezzi esposti spiccano le confezioni di storiche aziende dolciarie come Talmone, Unica, Venchi-Unica, Caffarel, Delser e Gentilini, illustrate con scene liberty, ritratti di reali e simboli di eventi storici come l’Anno Santo o illustrazioni pubblicitarie di celebri artisti.
Alcune scatole sono vere rarità: ci sono quelle a forma di cestino, le famose “torte postali” ideate per spedire dolci per corrispondenza e le famose latte Saiwa (Conserve Genova con le misure 53x32x32), che hanno dato il via alla collezione della fondatrice Marina Durand de la Penne negli anni ’70. Fra i pezzi esposti non passa inosservato un cofanetto di dolci di cioccolato, datato 11 marzo 1929, elogiato e autografato da Gabriele D’Annunzio e la scatola commemorativa delle nozze di Umberto di Savoia e Maria Josè, del 1930. Oggetti che non solo raccontano la storia di un’epoca, ma fanno riflettere su quanto il packaging sia cambiato: da raffinati scrigni pensati per durare a involucri usa e getta. Ogni confezione è un frammento di passato che profuma di nostalgia. Visite su prenotazione.
Museo della Liquirizia Amarelli – Rossano Calabro
Ippocrate la consigliava come rimedio per la tosse e, si dice, che bastoncini di liquirizia siano stati trovati persino nel corredo funebre del faraone d’Egitto, Tutankhamon. Questa pianta dal sapore inconfondibile ha dato vita a un’eccellenza tutta italiana. Per scoprirne i segreti, basta varcare la soglia del Museo della Liquirizia “Giorgio Amarelli” a Rossano Calabro, ospitato in una storica residenza quattrocentesca incastonata su uno sperone di roccia granitica rossa. Qui, nel 1731, la famiglia Amarelli aprì il primo stabilimento per la lavorazione della liquirizia, trasformando un’antica tradizione in un’impresa fiorente. Il museo racconta questa lunga storia attraverso documenti d’archivio, incisioni, antichi registri contabili.
Nel percorso si ritrovano i mezzi di trasporto, utilizzati nel passato per la diffusione: ruote di carrozze, vecchie biciclette, lanterne e le uniformi dei cocchieri, corredate da bottoni con gli stemmi di famiglia. Tra le testimonianze più affascinanti, spicca quella dell’Abate di Saint-Non che, nel 1789, visitò la fabbrica e le dedicò un’incisione nel suo Voyage pittoresque. Il cuore della visita è il “Concio”, lo storico stabilimento dove ancora si produce liquirizia. Si può assistere all’intero processo produttivo: dai covoni di radici grezze agli impianti di estrazione, dagli antichi cuocitori in rame, dove la pasta nera si addensa lentamente, fino alle trafile in bronzo che modellano le forme più iconiche. Il tutto avvolti da un profumo dolce e intenso, capace di evocare memorie d’infanzia e il gusto di una tradizione senza tempo.