Eravamo in piedi su una cresta spazzata dal vento a 1.768 metri d’altitudine. La sagoma scura di un condor volteggiava sopra di noi, e l’abbiamo osservata mentre tagliava un lembo di cielo blu. Le nuvole si stavano avvicinando, ma avevo ancora una vista privilegiata su una parte della Four Huts Traverse, il percorso sciistico di 47 chilometri su più giorni nella regione argentina del Río Negro. Stavo cercando di completare il circuito col mio amico Tyler Wilkinson-Ray. Era metà agosto, nel pieno della stagione sciistica sudamericana. Due giorni prima, Tyler e io eravamo arrivati in aereo a Bariloche, nella Patagonia argentina. Negli anni Cinquanta e Sessanta, un gruppo di immigrati europei costruì due dei quattro rifugi rustici – Frey, Laguna Negra, López e San Martín-Jakob, ispirati a quelli sulle Alpi – che compongono la traversata, all’interno del Parco Nazionale Nahuel Huapi.
Un tempo i rifugi erano utilizzati principalmente per le escursioni estive, riforniti di cibo, bevande e provviste. I servizi invernali erano carenti. Oggi, invece, in questa zona delle Ande famosa per lo sci fuori pista gli sciatori possono organizzare un soggiorno di una o più notti e collegare i rifugi in un circuito. Oltre all’equipaggiamento da escursionismo standard (ARVA, pala, sonda), i visitatori devono portare con sé poco più di un sacco a pelo e uno spazzolino da denti, poiché trovano letti in stile dormitorio e pasti abbondanti.

Il primo giorno del nostro viaggio sugli sci, Tyler e io abbiamo incontrato la nostra guida Juan “Juano” José Puliafito, con il quale siamo entrati in contatto attraverso il Club Andino Bariloche – l’organizzazione delle guide e dei custodi dei rifugi – presso la Catedral Alta Patagonia, una delle più grandi stazioni sciistiche del Sud America. Dalla cima di un impianto di risalita, siamo scesi per 1.400 metri in una gola che, nel corso di due ore, ci ha portato al Refugio Frey. Da adolescente, il primo lavoro di Juano è stato quello di facchino; poi è diventato guardiano del rifugio e ora guida. Di recente ha ottenuto la concessione per la gestione del Refugio Frey e si è impegnato a migliorarne i servizi, tra cui l’acquisto di 36 nuovi letti trasportati qui in elicottero.
Entrando, abbiamo visto persone attorno ai tavoli di legno che giocavano a carte e raccontavano le loro gior- nate sulla neve: c’erano guide locali, atleti professionisti e studenti neolaureati. L’aroma confortante della pizza, condita con olive e salame e cotta nel forno a legna, riempiva l’aria. Un frigorifero a idrogeno manteneva fredda la birra. Eravamo nel posto giusto. La mattina dopo ci siamo svegliati con cinque centimetri di neve fresca. Era forte la tentazione di rimanere a sciare intorno al rifugio, ma avevamo una traversata da fare.

Siamo saliti per 183 metri fino al lago Schmoll, poi fino a una distesa di neve, prima di attraversare una cresta ventosa e scendere per 488 metri nella valle del Rucaco, sull’altro versante. Lungo il percorso, Juano ci ha raccontato la storia dell’alpinismo locale e le prime salite leggendarie sulle cime frastagliate che ci circondavano. Abbiamo seguito una rete di ruscelli ghiacciati che serpeggiavano nel vasto fondovalle, fino a una foresta di alberi di lenga. È una delle specie arboree più adattive della Patagonia, in grado di resistere a venti forti, neve e temperature rigide.
La neve ricopriva i rami, insieme a occasionali puntini gialli di llao llao, un fungo commestibile originario della regione. Ne abbiamo raccolto un po’ e lo abbiamo mangiato direttamente dalla corteccia. A tredici chilometri da Frey, siamo scesi da una cresta e abbiamo attraversato un altro lago ghiacciato, arrivando al Refugio San Martín-Jakob, ricostruito nel 2018 dopo un incendio. C’erano pochi altri ospiti e abbiamo avuto molto spazio per stendere i vestiti bagnati, asciugare gli scarponi e fare stretching con un rullo in schiuma. L’edificio, moderno e raffinato, può ospitare circa 60 persone in dormitori e camere private e dispone anche di una doccia calda. I custodi ci hanno servito una zuppa di zucca, seguita da cotolette fritte con patate e tiramisù. Dopo aver consultato le mappe appese al muro per pianificare l’itinerario del giorno successivo, abbiamo dormito profondamente.
L’indomani ci siamo alzati prima dell’alba, facendo colazione con estrema lentezza per ritardare la partenza verso il vento ululante che soffiava sul lago. Ma quando siamo usciti all’aperto l’aria era calma, con lievi raffiche che scendevano intorno a noi. Abbiamo iniziato la salita passando per la Laguna de los Témpanos, o “Lago Iceberg”, dove spesso galleggiano pezzi di ghiaccio sulla superficie, e risalendo un canale innevato. Abbiamo seguito una discesa di 610 metri, piena di curve profonde e di neve fresca, fino al fondovalle, con i nostri “Woohoo!” che hanno riecheggiato sulle pareti della montagna.
Quella discesa valeva da sola il viaggio. Dopo un pranzo in riva a un torrente, bevendo acqua direttamente dalla fonte, siamo saliti sulla Navidad Ridge. All’improvviso, mentre scalpicciavamo su alcune rocce, Juano si è slogato un ginocchio e ha urlato di dolore. Non si è fermato ma quando abbiamo scorto il rifugio Laguna Negra, sul bordo di un lago, l’entusiasmo di Juano si è trasformato in preoccupazione. Abbiamo considerato le opzioni. Se ci fossimo fermati lì per la notte e il suo ginocchio avesse continuato a gonfiarsi, al mattino il viaggio sarebbe stato lungo e doloroso. Se avessimo proseguito fino all’ultimo rifugio, il López, avremmo fatto più chilometri quel giorno ma l’uscita sarebbe stata molto più agevole per Juano il giorno dopo.

Abbiamo optato per quest’ultima soluzione, allungando una giornata già lunga di 21 chilometri, con 2.133 metri di salite e discese. Verso la fine abbiamo acceso le lampade frontali. Sotto di noi vedevamo le luci scintillanti di Bariloche. Chissà come, Juano era tranquillo; siamo arrivati al López tardi, anche se era ancora presto per la cena secondo gli standard argentini. L’accoglienza è stata calorosa: il gestore del rifugio ci ha fatto trovare pane appena sfornato, quiche e brasato con polenta. Mentre mangiavamo e ripercorrevamo la giornata, il personale ha suonato la chitarra e cantato fino a tarda notte.
Il mattino dopo si è scatenato un brutto temporale ed è stato chiaro che avevamo preso la decisione giusta. Juano ci ha salutato sciando fino all’autobus che lo avrebbe riportato a casa a Bariloche, mentre Tyler e io ci siamo rintanati nel rifugio per qualche altro giorno. Per il resto della settimana, ogni mattina è arrivata una nuova carica di neve. Abbiamo iniziato a dormire, sciare e mangiare fino a tardi, mentre la neve migliorava
sempre di più. Abbiamo incontrato guide locali e meteorologi che conoscevano tutti gli altri rifugi, ma nessuno di loro aveva mai percorso l’intero circuito. A differenza di altre parti del mondo, dove gli sciatori si lamentano del crescente affollamento, qui la gente è entusiasta che altri vengano a sperimentare questa traversata andina.